Magazine Società

Confindustria dopo la sfida tra boccia e vacchi

Creato il 05 aprile 2016 da Caval48 @carlovalentini

di CARLO VALENTINI

S'è ritirato nella sua splendida tenuta sul Delta del Po. Ha chiuso, malamente, con Confindustria: "Ho dato in tempi non sospetti la mia indisponibilità a convergere su altri ruoli in caso di sconfitta. E questo non certo per arroganza o per ripicca, ma per evitare malintesi: io correvo per cambiare Confindustria, non per ambire a un ruolo in ogni caso".

Meglio rilassarsi con una full immersion nella natura. Da bolognese ricorda le pugnalate alle spalle di Romano Prodi da parte dei 101 che non lo hanno voluto, subdolamente, al Quirinale. Anche Alberto Vacchi è stato tradito. Il calcolo dei voti, cioè di chi si era pubblicamente espresso a favore, lo dava largamente vincente sul rivale Vincenzo Boccia. Invece al conteggio sono venuti a mancare almeno una ventina di voti ritenuti sicuri, una fronda in grado di ribaltare il risultato e farlo perdere per appena nove voti. Alla fine la paura di cambiare ha fatto paura anche in Confindustria e hanno avuto vita facile esponenti di punta del mondo imprenditoriale e confindustriale, come Emma Marcegaglia, che hanno issato la bandiera della ragion di Stato e, di fatto, sgambettato Vacchi.

Chi vince gestisce l'associazione e quindi adesso toccherà a Boccia. Ma si tratta di una vittoria avvenuta contro metà degli associati e per di più contro la parte più dinamica del mondo imprenditoriale. Sì perché Vacchi rappresentava l'imprenditore che ha saputo globalizzare la sua impresa (di packaging), in grado di dialogare con tutti ma poi di prendere decisioni in autonomia, non legato ad alcun potentato politico, fautore di una Confindustria di supporto al rafforzamento internazionale delle (per lo più) deboli imprese italiane. "Il veleno della faziosità politica, che ha squassato il Paese- aveva coraggiosamente detto durante la campagna elettorale confindustriale- si è purtroppo infiltrato anche nella nostra vita associativa, col rischio che l'impegno associativo rappresenti non un fine in sè, ma il mezzo attraverso il quale costruire veri e propri percorsi di carriera tra la politica, il pubblico e il privato". C'è da sorprendersi se qualcuno è sobbalzato dalla sedia e gliel'ha fatta pagare?

Ancora: "Confindustria e i suoi vertici - aveva detto- devono mantenere un'assoluta indipendenza dagli schieramenti politici. Quindi nessuna sovraesposizione mediatica bensì un recupero di sobrietà. Quanto al sindacato, quando si parla di falchi e di colombe, di amici e nemici si parla di roba vecchia. Serve pragmatismo e bisogna affrontare il rinnovamento delle relazioni sindacali e delle regole per la contrattazione senza avere paura di resistenze e rifiuti. Lo stato delle cose non ci consente di stare fermi. Non possiamo subire veti, temere l'impopolarità e conservare l'esistente".

Parole forse troppo esplicite e nel segreto dell'urna c'è chi gli ha voltato le spalle. Senza avvertirlo. Tanto che la sconfitta è arrivata inattesa. Lo stato di frustrazione della metà confindustriale relegata nell'angolo e il difficile compito che attende il nuovo presidente è ben delineato dal presidente di Confindustria Emilia-Romagna, Maurizio Marchesini: "La designazione del nuovo presidente di Confindustria era un'importante opportunità per affermare una visione nuova sia per quanto riguarda le strategie di politica industriale e il rafforzamento della competitività delle imprese sui mercati globali, sia per una decisa azione di ammodernamento nelle attività e nei servizi associativi. Sono rimasto molto sorpreso che questa esigenza non sia stata colta. Sono preoccupato che ciò possa rappresentare un elemento di freno della crescita del sistema industriale italiano da un lato e, dall'altro, dell'ineludibile esigenza di rafforzare il ruolo di Confindustria quale interlocutore autorevole e credibile nei confronti delle Istituzioni".

Marchesini ha dovuto ingoiare in questi giorni un altro indigesto rospo: l'affaire che ha coinvolto l'ex-ministro Federica Guidi, figlia di un imprenditore che ha guidato per lungo tempo la Confindustria emiliana. Insomma, una débâcle.

Anche un altro imprenditore confindustriale storico emiliano, Giuseppe Gazzoni Frascara, per 12 anni al vertice dell'associazione, rende espliciti quelli che secondo lui sono i retroscena: "Mai avrei immaginato che saremmo arrivati al punto di non eleggere un uomo come Vacchi, sono rimasto letteralmente allibito. Il fatto è che è entrato lo Stato a decidere dell'elezione in Confindustria. L'Eni cos'è? Loro hanno spostato il voto, la Marcegaglia in primis, che è alla guida dell'Eni. Ma così Confindustria perde di senso, è meglio venire via".

Insomma, Gazzoni Frascara ipotizza una scissione e non è il solo. Per esempio Mauro Moretti, amministratore delegato di Finmeccanica, lo ha detto chiaramente in tv, a Milena Gabanelli (Report, Rai3): "C'è una grande burocrazia all'interno di Confindustria. Che non dà servizi di pregio ed è costosissima. Nel 2014 abbiamo speso 4 milioni e 900 mila euro tra le unioni industriali e le varie associazioni di settore. Abbiamo già scritto lettere a viale dell'Astronomia. Siamo disponibili a rimanere ma solo pagando un giusto prezzo, cioè commisurato al valore dei servizi forniti".

Moretti si era schierato per Vacchi, così come Nicolò , vice presidente del settore meccanico di Assolombarda: " Codini Guido un'azienda che vende e si confronta sui mercati internazionali, che affronta gli stessi problemi e le stesse dinamiche a cui deve far fronte un industriale come Vacchi. Per questo per me era fondamentale che il nuovo presidente di Confindustria fosse un imprenditore competente ed esperto delle problematiche italiane e dei mercati internazionali". Mentre uno dei grandi elettori di Vacchi, Luca Cordero di Montezemolo, afferma: "È un profondo rammarico che il presidente uscente si trovi a lasciare una Confindustria così spaccata. Si è persa un'occasione unica, una straordinaria opportunità di vero cambiamento". Anche per Francesco Merloni (suo fratello, Vittorio, è stato presidente di Confindustria tra il 1980 e il 1984) Vacchi "sarebbe stato in grado di allargare la base dell'imprenditorialità e di dare forza allo spirito imprenditoriale".

Tutti delusi. La domanda ricorrente parlando con chi si è ritrovato perdente è: che senso ha che le strategie di Confindustria (alla quale non aderisce la Fiat per decisione di Sergio Marchionne) siano decise dalle aziende a partecipazione statale i cui giochi di potere finiscono per prevalere sulla base associativa?

Comunque l'avventura di Vacchi è finita. Come a volte succede in politica, i sondaggi hanno sbagliato. Lui torna alla guida della sua multinazionale del packaging (Ima, 1 miliardo di fatturato), azienda modello di un'Italia industriale che vuole uscire dalle sabbie mobili della crisi e dell'incestuoso e frenante intreccio con la politica. Ha quotato l'azienda a Piazza Affari e anche questo ha un preciso significato per un'azienda privata di medio-grandi dimensioni: trasparenza e rifiuto di commistioni con la politica.

La composizione del team che Boccia vorrà al proprio fianco sarà un primo segnale: sceglierà un monocolore oppure aprirà al dialogo ( e a che livello) con chi ha sostenuto il suo avversario? Il quale è deluso ma non si strappa le vesti: "Sono felice per aver viaggiato molto nei vari territori del tessuto produttivo italiano e avere colto nel Paese e nelle nostre industrie una potenzialità incredibile e una grande voglia di fare".

La sua (e dei suoi supporter) conclusione? Si può così sintetizzare: "il mondo imprenditoriale italiano non ha voluto diventare adulto".

05.04.2016


Potrebbero interessarti anche :

Ritornare alla prima pagina di Logo Paperblog

Possono interessarti anche questi articoli :