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Considerazioni a caldo sul referendum

Da Stefano @bersatweet

Considerazioni a caldo sul referendum

In questa mattinata di scossoni politici, legati a un voto referendario che ha sancito in maniera inequivocabile l'idea che gli italiani si sono fatti delle riforme, ho provato a riavvolgere il nastro, riprendendo un post che avevo scritto quattro anni fa e ho scritto alcuni appunti, evidenziando ciò che, da un punto di vista manageriale, ha condotto Renzi alla débacle. Questa vuole essere un'analisi oggettiva sul Renzi manager politico, quindi se vi aspettate che vi dica perchè ha vinto il No, potete fermarvi qui nella lettura.

Scrivevo nel post Con queste facce qui, nel settembre 2012:

Credo che per la politica il vero oceano blu sia innanzitutto generare una nuova forma di comunicazione, basata non sulla forza delle parole, ma sulla potenza dei contenuti. [...] Se vincerà le Primarie, Renzi dovrà dimostrare di offrire un programma che sia veramente innovativo, staccandosi dal vecchio modo di fare politica; se perderà, dovrà essere in grado di supportare il suo partito, per creare veramente un'area progressista sul modello americano. Con queste facce qui, non è più tempo di bluffare.

La storia la conoscono tutti: Renzi perse le Primarie contro Bersani, il quale poi non riuscì a formare il governo, facendosi ridicolizzare dai grillini. Nacque così l'ennesimo governo di larghe intese, con Enrico Letta poi spodestato un anno dopo proprio da Renzi, che lo accusò di immobilismo e di scarsa capacità riformatrice. Dopo 1015 giorni, ci ritroviamo a certificare l'ennesima crisi di governo. Quali sono stati i punti nodali di questa sconfitta, inattesa soprattutto nelle proporzioni?

Egocentrismo. In questi quattro anni, Renzi ha cavalcato l'onda della rottamazione, in una prima fase con successo. Rappresentava l'alternativa all'establishment, a quella classe politica conservatrice per natura, attaccata alle poltrone; era un Grillo in giacca e cravatta, con quell'accento toscano che evoca sempre un po'di simpatia; con sprezzo del pericolo, ha raso al suolo il vecchiume prima di tutto all'interno del suo partito e poi tutto intorno. "Chi mi ama, mi segua: finchè ci sono io, qui si vince facile". Atteggiamento da invincibile che lo ha portato, nel corso del tempo, a perdere l'identità politica: chi è al governo? Il PD con qualche alleato o Renzi con uno stuolo di amichetti? Un manager deve essere sempre chiaro e trasparente: gli italiani hanno compreso fin troppo bene la sua camaleonticità democristiana e lo hanno sfiduciato. Sebastiano Messina, su Repubblica, sostiene che

mai un uomo politico era riuscito così rapidamente a far nascere un sentimento trasversale, profondo e multicolore, dall'estrema destra all'estrema sinistra, un sentimento che ha finito per tagliare in due persino il suo stesso partito: l'antirenzismo.

Un manager forte è un manager umile. Un manager che vuole cambiare le cose non si circonda di Yes-Man, ma di persone capaci che siano in grado di sostenere con forza le linee guida definite dal capo, ma anche di contrastarle, in un clima dialettico aperto e di compromesso. Saper ascoltare gli altri non è segno di debolezza, al contrario consente di sostenere e incrementare la propria autorevolezza; saper riconoscere i propri errori, inoltre, è segno di grande intelligenza e in questo Renzi ha dimostrato un orgoglio deleterio, che lo ha portato a spaccare il partito che invece avrebbe potuto (e dovuto) supportarlo fortemente in questa campagna referendaria. L'uomo solo al comando ha perso il timone e, per l'appunto, è rimasto solo.

La comunicazione è importante. Bisogna ammettere che i vari Bersani e D'Alema, rottamati di lusso, sedevano sulla riva del fiume da tempo, in attesa del cadavere di Renzi. Che, puntualmente, è arrivato. D'altro canto, l'ormai ex-premier non ha mai fatto nulla per mantenere i rapporti con i colleghi ai limiti della sopportazione. Tweet ironici, battute sarcastiche nelle sue comparsate in tv o nelle interviste, toni sprezzanti nei confronti di chiunque ("Fassina chi?", tanto per ricordarne una): all'inizio il suo tono comunicativo sferzante è stato convincente, era sintomo di freschezza e novità, ma con l'andare del tempo è risultato essere ripetitivo e sempre meno efficace. Una comunicazione più pacata, più istituzionale e meno personalizzata gli avrebbe permesso di evitare, probabilmente, il fuoco amico.

E ora che cosa succederà? Al di là delle dimissioni dovute e tempestivamente comunicate, starà a Renzi fare un'attenta autocritica e imparare dai suoi errori. Dovrà capire se si potrà ricostruire una squadra (il PD) disintegrata dalle guerre interne oppure se intraprendere nuove strade. Sapendo, però, che le rottamazioni, ad un certo punto, devono finire.


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