Magazine Cultura

Corpo ii

Creato il 01 maggio 2018 da Marvigar4

9 aprile

   Da due giorni non scrivo, mi sono un po’ interrotto. La Pasqua è passata e oggi è il Lunedì dell’Angelo… l’angelo che non c’è…

   L’altro ieri ho rivisto il prof. mentre battevo e la cosa mi ha infastidito parecchio. Ora, non vorrei sentirmi pedinato, però… Per fortuna un cliente m’ha tolto dall’impaccio e sono andato con lui. Siamo rimasti in macchina per una prestazione veloce, niente sesso anale. C’è chi si accontenta. Anche qui è scappata una chiacchierata, il solito sfogo dell’uomo sposato di mezz’età che ha bisogno di ammettere qualcosa.

   «Sei molto bello. Ce l’hai l’uomo?»

   «No. Se ce l’avessi non verrei quaggiù…»

   «Allora siete tutti single?», e mi fa l’occhiolino.

   «No, non tutti. C’è chi viene qui per i soldi, specie i tossici…»

   «Oddio, si bucano?»

   «Tranquillo. Oggi ci sono le pasticche. Io so che quelli ne prendono tante e si bruciano il cervello. C’è una coppia che vive insieme e si mantiene così. Non mi risulta ci siano siringhe…»

   «Ho capito. Ma tu allora…»

   «È una storia lunga e di solito non la racconto.»

   «Non te la chiederò. Non sono mica un poliziotto!»

   «E tu invece che fai nella vita?»

   «Sono un tecnico di laboratorio. Lavoro all’ospedale. Lo sai quante analisi del sangue e delle urine, per non dire altro, mi tocca vedere al giorno? E vedo anche i casi di AIDS, soprattutto giovani… Ho visto che stasera con me sei stato attento. Ma lo fai sempre? Usi il preservativo?»

   «Tranquillo. Lo uso. Io sono a posto.»

   «Bene. Non è piacevole mettere in busta chiusa una sentenza di morte che sarà consegnata a un ragazzo.»

   «Ma tu sei gay?»

   «Prima dicevo d’essere bisessuale. Dopo il matrimonio ho pensato di poter dimenticare una parte di me. Non è successo. Io voglio bene a mia moglie, però lei non è più in grado di trattenermi. Ho dovuto dirlo e sono stato fortunato. Non è facile per lei accettare un marito che ha certe esigenze.»

   «Allora, niente sesso con tua moglie?»

   «Molta tenerezza, ma sesso, nel vero senso della parola, non direi. Ogni tanto vado in qualche locale, mi faccio vivo qua. Debbo starci attento, è come con il gioco: rischi di rovinarti economicamente. Io mi posso permettere qualche puntata…»

   «E a metterti con un uomo c’hai mai pensato?»

   «Credo sia troppo tardi.»

   «Non è mai troppo tardi!»

   «Per me lo è. Ho quarantasette anni e non mi va di mettermi con uno della mia età che non ha risolto nulla come me. Non mi illudo. Se avessi il tuo fisico e i tuoi anni potrei sperare in qualcosa di diverso, su tutti i fronti…»

   «Questa canzone la sento ogni giorno, e intanto vedo che il mio tempo passa, con i miei anni e il mio fisico…»

   «Ma tu hai tutta la vita davanti!»

   «Davanti, dietro… Che differenza fa? Hai figli tu?»

   «Un ragazzo di quindici anni.»

   «Cosa ti aspetti da lui?»

   «A me basta che non commetta gli errori che ho già fatto io.»

   «Bravo. E ora, bello, mi devi scusare. Il mio tempo è scaduto. Voglio staccare…»

   Già, staccare. Salutare tutti e ritirarmi nel mio guscio. La casa.

   Il tecnico di laboratorio m’è stato utile. È ritornata la voglia di scrivere. Appena arrivato apro il portatile. Non accedo a Messenger, controllo la posta. Vado sui documenti e continuo a digitare.

   Ci sono delle immagini un po’ vaghe che tornano e mi fanno riaccendere la memoria involontaria dei miei primi momenti passati all’orfanotrofio.

   Ero un bimbo tranquillo, a quanto pare, non piangevo mai. Io so che da allora le lacrime sono scorse come un fiume carsico. Il mio visino nero copriva tutto: malinconia, sconforto, rabbia.

   Ogni tanto arrivavano le coppie in visita per l’adozione. Le vedevamo e una corrente invisibile di speranza si sparpagliava tra i piccoli uomini confinati in questo ghetto senza amore… Qualche bambino vinceva il concorso. Veniva scelto e premiato. La vetrina allestita esponeva la merce e il prodotto che al momento si presentava meglio era acquistato. Purtroppo, ho visto scene non piacevoli. Persone spaventose che ci guardavano come fossimo scimmie in una gabbia. E ho visto anche tornare qualcuno che era stato preso, illuso e poi mollato. Non era un bello spettacolo assistere al rientro della merce restituita. Questa merce poi aveva un sentimento che leggevi nel volto e vedevi dopo nei suoi atti disperati.

   E io? Venivo scartato perché non ero stato impacchettato sufficientemente bene? Non mi si filava mai nessuno. Trasparente. Di solito un bimbo nero colpisce la vista di queste persone alla ricerca di figli non loro. Fa tanta tenerezza, smuove i sensi di colpa dell’occidentale ricco e opulento. Io non facevo tenerezza. Si vede che ero musone, scontroso… Non saprei. Può darsi che mi comportassi in modo da scoraggiare chiunque. Non credo che fossero tutti razzisti! Chissà com’è andata veramente. All’epoca non sapevo vendermi come adesso…

   Mi viene in mente una suora che incontrai in qualche occasione. Forse era l’unica presenza femminile ammessa… Portava tante caramelle. Ma soprattutto la ricordo per il gesto della sua mano sulla mia testa e quel “quanti ricci!” ripetuto ogni volta. Mi stava tanto simpatica quella suora, mi piaceva correrle incontro e finire tra le sue braccia. Lei mi prendeva in collo e mi faceva giocare con il suo crocifisso. Davo i bacini a Gesù e lei, tutta contenta, raddoppiava le moine. Non m’interessava Gesù, avevo solo imparato che bastava dare dei bacini a quella figura sul crocifisso per ottenere un briciolo d’affetto.

   Di altre persone adulte non m’è rimasto impresso molto. A parte una…

   Ricordo che a quattro anni un assistente laico di questi religiosi mi faceva il bagnetto. Non posso dimenticarlo perché provai una sensazione di rifiuto così forte da restare annientato. Mi lavava, sì, ma era come non volesse toccarmi. Mi escludeva, ignorava volutamente il mio corpo. Fu allora che capii una volta e per tutte cosa significa essere respinti, abbandonati. L’acqua scorreva, la spugna passava velocemente sulla mia testa, il mio viso, le braccia, il mio piccolo sesso, e l’assistente mi sfregava con fare svelto e indifferente come a dirmi: «Tu non esisti!». Era un ragazzo gentile ma distante. Un giovane che svolgeva il suo servizio civile. Verso i miei compagni era più disponibile, almeno credevo, verso di me solo distacco. Mi vedeva e non mi guardava. L’ho amato, imploravo una sua carezza, non m’interessava e non volevo altro. Solo un gesto che mi rendesse vivo ai suoi occhi e ai suoi sensi. Lui era l’unico che poteva avere un contatto fisico reale con i bambini, l’unico chiamato a svolgere un compito forse imbarazzante per i sacerdoti, o forse troppo compromettente… Non so.

   L’assistente laico finì il suo periodo e poi se ne andò. Un anno trascorso con noi orfani. Non lo avrei mai dimenticato.

   In seguito altri si occuparono di me e dei miei compagni, ma a me era rimasta la nostalgia di quel ragazzo che mi aveva tenuto lontano.

10 aprile 

   Nel manuale del prof. ci sono pagine meravigliose che ora sto studiando per l’esame, pagine che riguardano le lezioni da me puntualmente frequentate e puntualmente passate tra uno sbadiglio, uno scribacchiare cose mie, o un’occhiatina ad un compagno avvenente.

   Quanto sono stronzo! Quel corso parla della mia vita affettiva, di cose che dovrebbero interessarmi e invece… Dovevo approfittarne immediatamente! E non era questo quello che m’ero messo in testa quando m’iscrissi alla facoltà di Psicologia?

   Mi sa che avevo ragione quel giorno che decisi di aiutare me stesso con lo studio della psiche. I miei genitori non furono subito d’accordo, soprattutto mio padre, il quale sponsorizzava il mio ingresso nella sua azienda, al fianco dell’altro socio familiare, il suo primo figlio… naturale.

   «Psicologia! Molto bella, una materia affascinante, però bisogna pensare all’avvenire, agli sbocchi lavorativi… Tu hai già un posto assicurato…»

   Avevo un’altra gabbia dorata assicurata.

   Durante una di quelle noiosissime cene tra amici di famiglia, un amico di mio padre fu provvidenziale. Avvocato penalista, ma molto sensibile e molto più acuto, a differenza del mio tutore.

   «È una scelta che io approverei.  Nel nostro lavoro non abbiamo bisogno di perizie psichiatriche? Ormai la legalità senza l’apporto di questa scienza non esiste più. Soprattutto nel diritto penale. Quanti processi si risolvono grazie al parere dello psichiatra? E poi, se vogliamo essere pratici, non viviamo un bel momento per la salute mentale collettiva. Escludendo i tribunali, le persone hanno bisogno di sentirsi dire da qualcuno al di sopra delle parti quello che non amano sapere dai propri familiari, amici, ecc.. Per questo si va dallo psicologo. Lo psicologo viene pagato apposta. Oggi la gente si cura per la depressione, per l’esaurimento nervoso, per fobie, manie, e altro. Se la preoccupazione riguarda la possibilità di esercitare questa professione, io dormirei sonni tranquilli. I pazienti degli psicologi, psichiatri, ecc., aumentano a vista d’occhio. Il lavoro non mancherà.»

   E così ebbi il via libera per iscrivermi a Psicologia.

   Ma torniamo al manuale del prof. che mi sta appassionando. Eh sì, aveva proprio ragione Walter, qui c’è materiale che può illuminare la mia scrittura, e la mia scrittura è la rilettura della mia vita, passo dopo passo.

   Proprio qui, in questo paragrafo, si parla della Teoria dell’Attaccamento dello psicoanalista John Bowlby, e sicuramente il prof. avrà speso molti minuti della sua lezione ad illustrare un argomento per me più che interessante.

   Secondo questa teoria tutti noi abbiamo una tendenza innata, o predisposizione biologica, a dare forma a relazioni di attaccamento con le figure genitoriali primarie. Queste relazioni di attaccamento avrebbero la funzione di proteggere la persona che si attacca a qualcuno, ad una figura ben precisa, in definitiva la madre, e si tratta di relazioni esistenti in forma organizzata già alla fine del primo anno di vita… quindi la domanda che mi pongo è: chi è stato per me colui o colei che ha rappresentato in assoluto la figura del cosiddetto caregiver? Chi s’è preso cura di me? Di certo non mia madre.

   Sto penetrando le pagine del testo con la mia vista febbricitante, mi trovo immerso in queste sabbie mobili, non so tenere il distacco scientifico necessario, e quel pianto che mi cova dentro da anni vorrebbe esplodere mentre leggo l’origine probabile della mia catastrofe.

   Vedo con i miei occhi appannati che la soluzione è forse lì a portata di mano, tra quei capitoli. M’hanno negato il corpo di mia madre e non ho saputo trovare un altro che lo sostituisca. Non è colpa mia, e in ogni caso io vivo questa voragine che m’inghiotte sempre di più, giorno dopo giorno.

   Però c’è qualcosa che non mi quadra. A seguire queste teorie io dovrei essere un pezzo di ghiaccio, insensibile, sprezzante, rigido… Entro il mio primo anno di vita non è esistita una figura di riferimento e quindi sarei praticamente destinato ad essere “anaffettivo”.

   Chi è l’anaffettivo?

   È un essere umano che è stato sottoposto a una grave carenza, specie all’inizio della sua avventura terrena, cioè nei primissimi anni dell’infanzia, e questa carenza determina in lui un senso di smarrimento, di sfiducia, d’incapacità di provare ed esprimere emozioni, sentimenti, affetti in generale. Allora tutto il suo investimento emotivo non avrebbe come oggetto le persone, i suoi simili, ma altro. In definitiva non riesce ad avere un investimento emotivo vero e proprio. Finché i rapporti riguardano le sue attività personali, il lavoro, lo studio, la carriera, l’anaffettivo si chiude a riccio e si rivolge quasi del tutto agli aspetti materiali e narcisistici dell’esistenza, perciò per lui non esistono esseri umani in grado di accompagnarlo, di accoglierlo sentimentalmente. È come aver già emesso una sentenza prima del processo, essersi già convinti che tanto l’unica maniera per entrare in contatto con gli altri è impressionarli con il proprio modo di essere, senza chiedere in cambio un’attenzione che non vada oltre la superficie. I dettagli vengono curati in modo ossessionante, l’aspetto fisico acquista una rilevanza fondamentale, e anche se non c’è una bellezza evidente che può sedurre e decretare il successo sociale, l’impegno ossessivo per dimostrare quanto si vale è il biglietto d’ingresso per godersi lo spettacolo, per fare lo spettacolo di se stessi. Il mondo visto dall’anaffettivo è un pianeta che gli altri non possono comprendere, apprezzare, conoscere, è un insieme di individui ingloriosi e scialbi, di mezze cartucce da trattare alla stregua di un pubblico ignorante. Ma questa corsa sfrenata verso l’affermazione ha un costo molto elevato, perché alla fine ciò che viene allo scoperto continuamente è la propria freddezza, la propria inadeguatezza a stabilire rapporti sentimentali. Il piacere per gli oggetti da possedere, per la carriera e per l’immagine di sé deve essere alimentato costantemente, maniacalmente, come un vecchio treno in corsa delle epoche passate, quello con il fischio e il pennacchio di fumo, una macchina che ha bisogno di chili e chili di carbone per marciare all’impazzata, fino a vedere saltare in aria la caldaia per la troppa pressione. Alla fine l’anaffettivo salta in aria sul serio e si ritrova solo come lo è sempre stato, peggio che solo, devastato dalla consapevolezza che non è mai stato amato e di conseguenza condannato ad essere il portatore di un morsa gelida che scende su tutto ciò che tocca, una morsa gelida che è da lui stesso prodotta. Questa infinita coltre ghiacciata è l’armatura dell’anaffettivo che non può vivere i sentimenti, che non li deve vivere, visto che a lui sono stati tolti, sottratti quando più ne aveva bisogno. Tutto il resto della sua esistenza è organizzata per non cadere nelle trappole del calore umano: appena si affaccia l’ipotesi di un amore l’unica strategia è darsela a gambe e rinunciare, dando per scontato che si è stati ingannati una volta, all’inizio, e non si può pretendere che accada qualcosa di diverso.

   “Sono stato abbandonato, mollato, messo da parte da chi mi doveva amare, non posso aspettarmi niente di buono, meglio difendersi da altre delusioni che sicuramente verranno”. Così parla chi è stato ferito e non vuole illudersi. Così reagisce la persona che raffredda la sua ansia, la sua angoscia d’abbandono, allontanandosi, staccandosi…

   Ma la verità è che l’anaffettivo ha il terrore di non essere mai all’altezza della situazione. Scappa dall’amore perché l’amore lo smaschera, lo denuda, lo costringe a rivelare la propria carenza…

   Nel manuale il prof. cita una pagina di Roland Barthes, che a sua volta cita lo psicoanalista inglese Donal Wood Winnicott:

   “Lo psicotico vive nel timore del crollo (di cui le diverse psicosi non sarebbero altro che le difese). Ma «la paura clinica del crollo è la paura d’un crollo che è già stato subito (primitive agony) […] e vi sono dei momenti in cui un paziente ha bisogno che gli si dica che il crollo è già avvenuto». Lo stesso avviene, a quanto sembra, per l’angoscia d’amore: essa è la paura di una perdita che è già avvenuta, sin dall’inizio dell’amore, sin dal momento in cui sono stato stregato. Bisognerebbe che qualcuno potesse dirmi: «Non essere più angosciato, tu l’hai già perduto(a)».”

   Allora, sono o non sono un anaffettivo? Qual è la mia psicosi? I miei primi anni sono stati effettivamente un deserto senz’amore… sto vivendo la mia “agonia primitiva”, il crollo che è già avvenuto? ma perché io non rinuncio a questa speranza, anche se nei fatti mi costruisco delle barriere interne per non precipitare? Il mio corpo chiede, pretende tenerezza, calore, contatto… la mia angoscia d’amore mi ha fatto entrare nel giro della prostituzione, vendo me stesso come prodotto da consumare, pagare, e non posso nemmeno piangere e disperarmi se un cliente vuole sesso e nient’altro. Sono io che dico a me stesso di aver già perduto…

   Contraddizioni che vivo.

Lasciato John Bowlby , ora passo ad un altro capitolo.

   Ed ecco le pagine che parlano di Mary Ainsworth, della sua teoria dell’attaccamento che prende spunto da Bowlby.

   Sempre la madre e il bambino… si continua a non parlare di me.

   L’attaccamento sicuro implica una madre che è sensibile alle istanze e ai bisogni del bambino. Il bambino si muove in equilibrio tra la prossimità e l’esplorazione. È sicuro dentro di sé, ha fiducia. Sta male al momento della separazione, ma quando la madre ritorna si ristabilisce l’armonia e lui si lascia consolare.

    L’attaccamento insicuro-evitante ha origine da una madre che non è sensibile ai richiami del bambino, soprattutto sul piano fisico. Lo rifiuta. E il bambino impara a non avere fiducia nella madre, perché sa che lei non riuscirà a dare una risposta adeguata ai suoi segnali. Si crea il distacco, il contatto viene evitato. Il bambino mostra un eccesso di autonomia, la separazione lo lascia indifferente.

    L’attaccamento insicuro-ansioso-ambivalente presume una madre inaffidabile, imprevedibile nelle risposte, che sono stabilite più dalle sue esigenze che da quelle del bambino. Il bambino perciò è incerto, insicuro, non sa se esiste o meno una disponibilità da parte della madre, quindi a lui viene a mancare un riferimento certo su cui basarsi emotivamente. Questa vaghezza lo assorbe completamente. Si sente malissimo quando avviene la separazione, ma il ritorno della madre non lo consola.

    L’attaccamento disorganizzato nasce tutto da una madre che non ha risolto le sue precedenti esperienze traumatiche, e ne è dominata. Da anaffettiva non può assolutamente rispondere alle domande del bambino, anche perché non è proprio capace di risposte. Il bambino a sua volta non dispone di sistemi, strategie stabili. E come potrebbe? I suoi comportamenti sono contraddittori, le sue azioni mal dirette, stereotipate e asimmetriche. Tutto in lui è congelato, immobile, senza direzione…  

    Il cervello mi fuma, sto cercando la categoria a cui appartengo. Mi sa che è un intruglio di categorie diverse, con l’aggiunta di elementi tutti miei…

   Che razza di anaffettivo sarei?

   Ma non è vero che non potrei dare affetto e che nessuno mi ha dato affetto. Il guaio è che io non ricordo tutto quello che è successo. Emozioni rimosse possono sempre farsi vive quando meno me l’aspetto e rivelarmi aspetti che credevo assenti.

   Però quand’ero piccolo una persona c’è stata, per poco, a regalarmi il senso dell’attaccamento che ancora m’attanaglia. Lo so, tutto è sballato, sottosopra, ma resiste un’emozione che non morirà mai… Io seguo quella. L’ultima bella emozione che ebbi nell’istituto.

11 aprile

   Mattia, che tu sia benedetto! Quando stavo per abbandonare per sempre la speranza arrivasti tu.

   Mattia, un giorno di febbraio t’affacciasti accompagnato da don Filippo, eri un bambino magro magro, dai capelli un po’ rossicci, la pelle rosa e tante lentiggini.. stavi aggrappato alla veste del sacerdote, non volevi entrare nella stanza dove giocavamo. I bimbi ti guardarono neanche fossi un lebbroso. Qualcuno rideva, anche sfacciatamente, e don Filippo lo rimproverò: «È così che si accoglie un fratello? Lui è come voi… un po’ diverso, magari…».

   Vero, eri un po’ diverso, eri down e per questo venivi sottoposto al mio stesso trattamento. Due discriminati. A parole avevamo diritto all’amore e alla comprensione, nei fatti subivamo una solidarietà che puzza di indifferenza.

   Ma che faccia di culo hanno certi personaggi a predicare un sentimento che non potranno mai sentire sulla loro pelle!

   Don Filippo era un uomo buono, ma quella sua precisazione, “un po’ diverso”, aveva marcato definitivamente la differenza. Se prima non c’era un motivo ufficiale per stabilire la non uguaglianza di Mattia, ora la frittata era fatta.

   Credo che l’errore stia qui: ci sono uomini che si presentano come gli unici portavoce del sentimento più considerato e frainteso, l’amore, ma poi ne ignorano i tratti minimi, essenziali, per esempio quelli del linguaggio. Non sanno parlare d’amore, l’unico che possono proclamare è così astratto, così vago, da non apparire nemmeno reale. È un verbo che non si fa carne… Ma io non getto la croce addosso ai religiosi. Loro almeno c’hanno provato. Sono altri gli ignoranti d’amore, gli assassini dell’amore… con me hanno chiuso quasi da subito, col tempo ho imparato a non odiarli per non sperperare energie. Basta con il loro “amore”!

   Mattia aveva gli occhi più dolci che avessi mai visto, la sua esistenza era tutta una richiesta di vita. Passati i primi istanti di disorientamento uscì dal guscio con la sua personalità. Libero, vivace, si rivolgeva a te con una naturalezza che nessuno poteva avergli insegnato. Nella sua lingua quasi incomprensibile ti veniva incontro e chiedeva «Vvuoi bene?», facendo il gesto di volerti abbracciare. I bambini lo scacciavano, i grandi lo tolleravano trattenendolo. Io gli rispondevo: «Sì, ti voglio bene!» e me lo ritrovavo addosso con la sua passionalità animalesca.

   A mensa ne combinava di tutti i colori: mangiava con le mani, si imbrattava tutto, da solo o con l’aiuto degli altri, che lo bersagliavano tirandogli addosso qualsiasi cosa, dalle molliche, all’aranciata, a interi piatti di minestrone. Doveva essere sempre ripulito e allontanato. La musica non cambiava durante il resto della giornata. I dispetti a Mattia erano lo sport preferito dei bambini, ma mai che vedessi in lui una reazione violenta, un tentativo di rispondere alle provocazioni. Rideva, si rialzava subito dopo che lo avevano spintonato, buttato a terra. Rideva. Mi faceva rabbia perché non capiva che lo stavano calpestando trattandolo come un subumano. Questi piccoli angeli, immagine dell’innocenza e della purezza, erano dei professionisti della crudeltà, dei veri aguzzini nazisti. Ma la nostra era una guerra tra poveri disgraziati e i responsabili dell’ordine intervenivano in ritardo, quando era troppo tardi, quando Mattia aveva ricevuto le peggiori violenze. Sì, Don Filippo e i preti urlavano, sgridavano, sottolineando comunque che “lui è come voi… un po’ diverso, magari”… E il bimbo down veniva separato dai suoi piccoli persecutori, lo si portava via a forza dal resto dei compagni, dei fratelli, anche quelli che lo avevano accolto bene, come me. Io lo difendevo, almeno ci provavo, anche se non ero il più adatto per far valere i suoi diritti. A me nessuno dava retta, ero anch’io “un po’ diverso”. Spesso le buscavo pure se mi mettevo in mezzo, e poi, stremato, rinunciai a fare il paladino per paura di finire come sarebbe finito lui. La logica conseguenza di tutto questo è che imparai a farmi gli affari miei.

   Mattia rimase solo, scortato, con un guardiano accanto. Era lui che subiva, ma il gesto di staccarlo dagli altri diventò la peggiore condanna che potessero infliggergli. Decisero di farlo dormire in un’altra stanza, non nelle camerate dove eravamo noi. Lui non voleva, scappava sempre. Diventò lo spettro che si aggirava tra i letti lamentandosi. Ogni tanto veniva un sorvegliante che lo riportava al suo posto. Non si rassegnava ai colpi di cuscino dei compagni, alle offese di chi lo mandava via con un “Levati, mongoloide!”, ai tentativi ripetuti dei guardiani del dormitorio di rimetterlo a letto.

   E allora, nel pieno della sua disperazione, una notte mi chiamò:

«Gago!»

«Zitto Mattia!»

«Gago, vvuoii bene?»

«Sì, ti voglio bene…»

«Gago, beo…»

«Dai, vieni qui, se no ti scoprono…»

   E tutto felice dell’invito, entrava nel mio letto per dormire con me. Anch’io non sopportavo la notte, quel buio mi torturava, mi faceva sentire ancora più solo tra le lenzuola. Io cercavo nella mia immaginazione qualcuno che mi parlasse a voce bassa e mi facesse addormentare con una favola o un gesto d’affetto. Mattia mi rese felice, borbottava, ma sapeva comunicare con il linguaggio del corpo. Stretto a me, ripeteva il suo «Vvuoi bene?» come una litania triste, fino a che non si acquietava del tutto. Il suo respiro perdeva l’affanno del pianto, diventava più lungo e sereno. Sentivo il suo cuore battere quieto e le sue mani tastarmi dolcemente. Le sue dita morbide mi toccavano dappertutto e io non lo fermavo. Ci assopivamo così, avvinghiati.

   Mattia capì la differenza tra noi senza giudicarla. Ogni tanto indicava la sua pelle e poi passava alla mia. Ciò che per altri era opposizione, contrasto, pericolo, per lui era un legame. Affermava sé e il suo colore dicendo “latte”, mentre io ero “cioccolata”. Una cioccolata buona, calda…

   Ma quella notte maledetta all’improvviso ci fu un lampo accecante: puntarono la torcia addosso a noi due che ce ne stavamo insieme abbracciati. Le coperte furono strappate improvvisamente, scoprendoci così com’eravamo, e il povero Mattia fu catturato, trascinato piangente, urlante, implorante, chissà dove. Restavano due occhi torvi a fissarmi e una voce terrificante da aula di tribunale dell’Inquisizione che sentenziava: «Vergogna!». Vergogna? Di cosa? Che cos’era questa aggressività inaudita, questa volontà d’umiliazione nemmeno tanto nascosta? La camerata in silenzio guardava e aveva adesso un nuovo motivo per escludermi. Che avevo fatto? Di quale colpa potevo mai essere accusato? Di aver unito il mio corpo a quello di Mattia? Non si poteva accettare questa vicinanza fisica tra diversi, sarebbe stata un cattivo esempio per gli altri bambini. Colpire questi disubbidienti, questi immorali sovversivi. Annientarli mortificandoli approfittando della loro debolezza.

   Ma non ci fu punizione. L’istituto piombò nella tragedia…. O esaltò la sua commedia? Portato via, Mattia ebbe una crisi troppo forte per la sua salute. Nessuno ha pagato per il terrore che ha ucciso quel piccolo. Dopo alcuni minuti di grida strazianti e d’agitazione incontenibile, Mattia iniziò ad essere cianotico in volto, il respiro affannoso. Sembrava svenuto. Era morto. Assassinato.

   Fu aperta l’inchiesta, a quanto pare. In quei giorni vedemmo parecchi poliziotti e altri strani personaggi entrare, ispezionare, domandare… Ci fu chi rischiò grosso, ma non si poté prendere alcun provvedimento. Era stata una disgrazia. Mattia era morto di morte naturale, sul suo corpo non c’erano segni di violenza, di maltrattamento. Ad alzare il velo su questi soprusi possibili e forse abituali negli istituti si correva il serio pericolo di creare un precedente giudiziario che avrebbe fatto esplodere le organizzazioni che si occupavano dell’infanzia abbandonata, sarebbe stato un disastro sociale di dimensioni sbalorditive. Meglio circoscrivere e mettere tutto a tacere, con una pietra sopra. Una pietra tombale. Ha pagato Mattia per tutti. Ho pagato anch’io. Trovarono subito una coppia di persone benestanti a cui affidare un bambino nero, difficile da gestire, scomodo. Questa volta prepararono la vetrina nel migliore dei modi e io diventai una merce preziosa, ambita, trattenuta lì solo per essere venduta al miglior acquirente.

   Fui adottato.

12 aprile

   Mattia, mio unico amore. Forse. Dove sei? Non puoi trovarti ancora lì, disteso senza vita sul lettino dove non volevi stare solo. No. Hai smesso di lamentarti, piangere la notte e non sei più venuto ad abbracciarmi. Ma ti sento sempre nel corpo degli uomini che mi hanno concesso e mi concedono il loro calore. Tutti e nessuno si avvicinano alla forza tenera e disperata che mettevi quando ti stringevi a me, tutti e nessuno lavano la mia tristezza con le lacrime e i baci innocenti, come hai fatto tu. Tu non avevi bisogno di imparare l’amplesso, eri già perfetto, da solo.

   Io prego te, Mattia, prego i tuoi occhioni chiusi per sempre, perché sono stati aperti e mi hanno amato guardandomi. Prego le tue mani che mi toccavano con trasporto, le mani che gli uomini pii dell’orfanotrofio hanno ricomposto unendole sul tuo petto esanime. Pezzi di merda schifosi, peggio dei rifiuti dai quali m’hanno salvato, quelle persone che ti ammazzarono e presero le tue mani fredde per sistemarle come si fa con un fantoccio. Non saprete mai cosa furono quelle mani…

   Anche oggi mi va di parlare di Mattia, domani non so. A sette anni avevo trovato una persona che non mi giudicava, ma mi accettava con tutti i miei difetti. Un bambino down, una creatura che forse non avrebbe sviluppato l’intelletto dell’umanità pensante e calcolante… mi prende una rabbia così forte… mi voglio talmente male che mi viene da pensare che se Mattia fosse stato “normale” non mi avrebbe amato così…   

   Passo tutta la mattinata a chattare per un incontro che non avverrà mai, non deve avvenire, per non farmi pesare ancora che il mio bene l’ho lasciato quella notte in collegio.

   M’è arrivato un messaggio da parte di un diciannovenne che s’è innamorato delle mie foto sul profilo. Mi ha dato il suo contatto Messenger e io l’ho aggiunto all’elenco… C’ho chattato… un certo Roro… E poi che nome è Roro? Roberto? Rolando? Ronaldo? Ma vaffanculo! Ma forse è quello che mi merito, o quello che vado cercando. Finché non mi schiodo da certe psicosi… Possibile che non mi capiti mai un essere decente? Solo deficienti che sanno dire “a o p?”, “foto viso?”, “cosa cerchi?”, “quanto è lungo?”.

   Oddio, mi sembro Dani quando compatisce se stesso… lo prenderei a schiaffi! Ce l’ha davanti la soluzione e se la mena con i suoi piagnistei aridi … Noi due con i nostri lamenti, i suoi un po’ più frequenti, i miei nascosti, trattenuti o interrotti dai suoi: ha sempre un vantaggio lui, lo debbo riconoscere, sa esprimersi meglio, è più nitido, però non sa avere l’impulso decisivo per approfondire. Non perché non è iscritto a Psicologia come me, ma perché se ne sbatte di fare una seria analisi su di sé, una ricerca che faccia male davvero, che incida la pelle, la scortichi e porti fuori le vene e il sangue che vi scorre dentro. A mio parere, lui ha più paura di me. Ma non lo dirà mai. Gioca a fare l’indifferente, anche quando rende teatrali le sue mille angosce. Mille? No, solo una. La solita. La stessa che ho io, che hanno tutti. Essere soli, non trovare il proprio doppio, o la propria metà… Essere incapaci di mettere insieme due persone e farne qualcosa, un progetto, un’unità.

   È da una settimana che non sento più Dani. Il telefono tace. Messenger pure. Il nostro rapporto ha perso di smalto.

13 aprile

   Ancora qui a lezione e ancora per i cazzi miei. Riapro le belle composizioni di Dani che ho salvato in una cartella. Mi ha mandato tanti suoi scritti, lui era convinto che solo io potevo apprezzarli, comprenderli. Quando mi accennò della sua situazione familiare allegò questo brano:

   “Genitori, palazzi in rovina dove risiedo, tra una crepa del soffitto e un tubo che perde. Un piano è chiuso da anni, le sue porte serrate. Io non vi entro. Potrebbe essere l’ala che nasconde stanze stuccate, arazzi preziosi e tappeti persiani. Non lo posso sapere. La desidero così sfarzosa, anche se fa parte di un edificio che crolla continuamente. Ma l’altro piano è aperto e io ci vivo… Vedo mobili tarlati che mi spiano, terrazzi pericolanti dove non posso affacciarmi, quadri appesi al muro che mi ritraggono… un bambino che ha sete d’amore e non trova fontane…”

   Era facile capire che l’ala del palazzo dove Dani non poteva entrare rappresentava suo padre, la figura che era venuta a mancare sin da subito. La zona della casa da lui abitata era la madre, la persona ch’era rimasta a tirarlo su.

   Quando analizzai il suo brano, così con molta disinvoltura, Dani fu felice e allo stesso tempo in lacrime. Mi confessò che aveva scritto queste righe piangendo …

   Così ci siamo ritrovati a discutere delle nostre famiglie. Per lui io non dovevo lamentarmi, diceva “meglio avere l’apparenza vuota di due genitori non tuoi, che averne uno solo, veramente tuo, della tua stessa carne, incapace di trasmetterti affetto e di vivere con te le tue emozioni…”. Io ribattevo che non poteva addossare la colpa a sua madre se si era trovata in quelle condizioni. Io immaginavo la mia, la ragazza d’origine africana che mi cresceva in mezzo alle catapecchie, con pochi soldi per sé e per me. Sarebbe stata una stracciona angosciata per la sua povertà, per l’intolleranza di questa brava gente occidentale, per il pensiero che stava allevando un bambino destinandolo alla precarietà eterna. La perdonavo ancora. Avrei avuto un amore malato, senza speranza di un avvenire, non le cure materne, magari imperfette, di una persona pronta a sostenermi in quasi tutte le fasi della mia educazione. Eppure, sarebbe stata in ogni modo mia madre… Invece nella sfortuna sono stato favorito dalla sorte, almeno secondo Dani, perché l’orfanotrofio doveva piazzarmi da qualche parte e liberarsi di me…

   Genitori, genitori. Quanto mi hanno desiderato i miei genitori adottivi. Ero un pezzo colorato nella loro collezione.

   E i genitori non dovrebbero tutti “adottare”? Il concepire e il procreare è un atto disponibile a chiunque, fatta eccezione per chi non può avere figli per motivi fisiologici. Adottare e allevare, compito supremo.

   I genitori naturali non sempre sono adottivi.

   I genitori adottivi lo sono alcune volte, quando non lo sono viene sempre fuori la loro mancanza di “naturalità” e ti fanno scontare quanto si sentono estranei a questa creatura piombata nelle loro case, di cui non sanno e non vogliono sapere molto…

   Mio padre era… è ancora un imprenditore piuttosto noto, schierato politicamente là dove tira il vento, mia madre una commerciante dalla vita sociale molto intensa, tra beneficenza e associazioni. Mi fecero trovare una casa stupenda, con una cameretta già pronta. Ma non sarei stato solo a dormirci. Avevo un fratello, di due mesi più grande. Ivan. Bianco. Figlio naturale. Questo bel bambino sembrava avermi preso bene. Mi presentava a tutti i suoi amici come un nuovo compagno di giochi… Poi, a poco a poco, cominciarono i trattamenti speciali. Giocare a calcio era bello, specie se ti consideravano lo “straniero” della squadra e segnavi i goal. Ma quando sbagliavi era solo ed esclusivamente colpa tua. Ivan, mio fratello, era contento di avere questa presenza ad arricchire la sua tendenza all’autoritarismo. Prometteva la protezione in cambio di una serie di servizi che io gli dovevo fare e dei quali non potevo assolutamente far menzione ai genitori. Tra questi c’era pulirgli il culo dopo che aveva fatto i suoi bisogni…

   “Se glielo dici te la faccio pagare” era la frase più ricorrente. Stronzo. Io non avrei mai denunciato la mia situazione, imbecille com’ero. Ero stato abituato a subire e figurati se mi sarei messo a cambiare atteggiamento proprio adesso. L’idea di tornare in istituto mi terrorizzava. Ivan sembrava si fosse accorto immediatamente della mia natura rassegnata, ovvio che approfittasse dell’occasione per trattarmi come una pezza da piedi.

   Mangiare in famiglia, il rito per consolidare la rappresentazione dell’armonia. Una domestica a servire, per fortuna di un colore diverso dal mio, ma altrettanto esotica. Il galateo, i gesti belli da osservare, ma assurdi da eseguire. E la gentilezza della madre che mi guardava con tenerezza e correggeva la mia maleducazione.

   «No, caro, prendila meglio la forchetta! Lo so, dove sei stato finora non hai avuto dei bravi maestri, ma, vedrai, qui imparerai le buone maniere in un batter d’occhio.»

   Ivan era impeccabile, ammaestrato così bene da non essere mai ripreso. Non so come facesse, ma se si sporcava giocando all’aperto riusciva a non far mai notare le macchie sui vestiti. Tra noi due la scimmietta degli adulti era lui, io mantenevo ancora la mia personalità rovesciando il cibo sulla tovaglia, insudiciandomi tutto, tornando a casa con le ginocchia sbucciate. Lui non poteva permetterselo, pena l’umiliazione.

   Ivan mi ha fatto scoprire involontariamente quel lato masochistico che ancora un po’ conservo. Non era insopportabile giocare alla guerra ed essere catturato, legato e sottoposto alle torture… Le poche cinghiate sulla schiena nuda facevano male, eppure quei quattro, cinque colpi secchi mi deliziavano. Non vincevo mai, non dovevo vincere, la mia fine era quella di fare il prigioniero perenne.

   Marlon, un amico di mio fratello, di solito faceva le lotte per avermi tutto suo in qualità di carceriere. Quando lui la spuntava io ero felice. E succedeva spesso, con il permesso di Ivan, generoso pur di vedermi umiliato. Marlon era tremendo, implacabile, però si era reso conto che a me piaceva essere alle sue dipendenze. Almeno era il padrone che avevo scelto. Stringeva i lacci ai miei polsi e il suo fiato sul collo emanava su di me il godimento. Una volta mi prese in bocca l’orecchio per morderlo, ma non serrò i denti. Da dietro tutti credevano che fosse un gesto di disprezzo. Si sbagliavano. Si sono sempre sbagliati.

   Ivan continuava a martoriarmi, ma io lo disprezzavo. Poteva fare di me ciò che voleva, tanto io avevo Marlon, avevo quella dolce, artefatta crudeltà. Sì perché era diventata tutta una messinscena, un modo per stare insieme e condividere cose che solo noi sapevamo di possedere. Di fronte agli altri era obbligatorio fingere, però bastava un attimo in cui nessuno si preoccupava della nostra solita parodia del servo-padrone e subito eravamo noi due, soli, a cercarci. Morivo dalla voglia di vederlo da solo, attendevo una sua chiamata, un invito…

14 aprile

   Questo sabato mattina mi sono recato al cimitero. Non è vero che non ho nessuno sepolto quaggiù. Eccomi qui davanti alla tomba di Mattia.

   Io me lo ricordo il funerale e il luogo dove l’hanno sepolto, per questo posso tornarci quando voglio, quando sento che ho bisogno di parlarci. Feci in tempo a partecipare alle sue esequie e a capitare in quelle due o tre occasioni in cui ero ancora in istituto. Ma non è la prima volta che vengo a trovare Mattia dopo la mia adozione. Iniziai le mie visite quando ebbi un po’ di libertà di movimento. A quattordici anni rimisi piede qui e da allora non ho più smesso. Se avevo un problema, un pensiero, una tristezza qualunque, sapevo dove andare e con chi confidarmi. Con il tempo notai che l’istituto si stava disinteressando, o meglio, dimenticando di aver avuto un povero bambino down morto di crepacuore. Sicuramente ormai non c’è più nessuno che si occupi di questa povera lastra di marmo. Niente parenti, don Filippo occupato e smemorato… Quant’è sporca! Provo a lavarla un po’, ma il sudicio s’è talmente attaccato…

   I primi tempi avevi tanti fiori, non è vero Mattia? Te li portavamo noi dell’istituto, poi me ne andai con la famiglia che mi aveva adottato. È rimasta quella foto… «Vvuoi bene?». Me lo dici ancora con quel viso pieno di lentiggini e i tuoi occhioni… Forse mi chiedi se oggi c’è qualcuno che vuole bene a Gago come hai fatto tu. Vorrei che ci fosse, che mi volesse bene come te, magari in modo diverso rispetto a te. Il tuo era l’amore che non si risparmia, perché ti era negato. Imparai a mie spese che quella morsa in cui mi tenevi non era paura…

   Mi metto qua accanto, Mattia, non ti do noia, vero? Scusami, sono con il portatile e scrivo. Questa bella mattinata m’ispira.

   Sai, Mattia, ti voglio parlare di quando mi misero alle scuole elementari, quelle dove vanno tutti i bambini “normali”. Neanche lì erano poi tanto “normali”, visto che la scuola era privata e il numero degli studenti rigorosamente selezionato. Fui introdotto con ogni onore, accompagnato dal cognome prestigioso che mi avevano dato. Andò benone. I miei compagni erano gentili e non mi fecero sentire un fenomeno da baraccone. Si vedeva che erano figli di persone istruite… Il mio primo banco era in seconda fila, accanto avevo una bella bambina mora. Molto garbata e profumata, cosa che mi colpì parecchio, abituato agli odori forti che emanavano gli orfani dell’istituto. In genere le bambine erano sempre disponibili, premurose, non che i maschi fossero antipatici, però già allora compresi che la femminilità sapeva mostrarsi con più  delicatezza, con maggiore riguardo. E poi per me era un’assoluta novità trovarmi insieme a coetanei dell’altro sesso.

   Ma che mattina fu quella in cui vidi entrare dalla porta di classe il giovane assistente sociale che mi faceva il bagnetto all’istituto, quattro anni prima. Non potevo credere ai miei occhi. Era un insegnante di scuola elementare che, appena diplomato, aveva passato il suo anno di servizio civile nell’orfanotrofio dov’ero.

   Non mi riconobbe e io provai ancora quella stretta al cuore che non potevo cancellare. Solo dopo un mese mi feci forza e lo avvicinai alla fine delle lezioni per ricordargli chi ero. M’ero sbagliato. Lui m’aveva riconosciuto subito, ma non voleva darlo a vedere.

   L’ultimo giorno prima delle vacanze natalizie fu lui a venire da me. Mi disse che avrebbe avuto tanto piacere a parlare con me. Era gentile e sembrava scusarsi per l’imbarazzo che finora gli aveva impedito di farsi vivo. Ma io lo misi a suo agio e accettai l’invito che mi fece d’andarlo a trovare a casa sua il pomeriggio dopo. I miei genitori acconsentirono, anche se lì per lì non presero bene il fatto che io avessi accettato senza chiedere prima il permesso a loro. L’insegnante chiamò la sera a casa mia e li rassicurò al telefono, parlò di lezioni aggiuntive che mi avrebbero fatto colmare le mie lacune rispetto agli altri miei compagni, obiettivamente più avanti nel programma. Le lezioni erano gratis… Mossa molto azzeccata. Solleticare l’avidità di mio padre fu il modo migliore per aggraziarselo. “Che persona squisita!”, esclamò l’imprenditore alla fine della telefonata…

   E così fui accompagnato a casa dal maestro…

Mattia, indovina un po’ cosa successe a casa sua?

   Ora capivo perché non mi toccava quando mi faceva il bagnetto. Aveva paura d’essere scoperto…

   La mia nuova avventura sessuale partì con il giovane insegnante.

   La prima volta eravamo solo noi due e le lezioni… Cominciammo a ripassare il programma, poi lui si fermò per accennare al bagnetto che mi faceva. Strani discorsi. “Com’eri bellino! Non che adesso sei brutto… Avrei voluto giocare con te, ma sai, davanti agli altri non era il caso…”. Giocare a cosa? Me lo fece vedere sul divano qual era il suo gioco…

   La seconda volta, tutto entusiasta, mi disse che avremmo fatto un film. Lui girava con la telecamera. Mi mettevo in posa prima vestito, poi cominciavo lo strip tease, lui mi diceva di fare delle smorfie come se dovessi attirare l’attenzione di chissà chi, ma in fondo c’era solo lui e mi pareva d’averlo già soddisfatto standoci insieme a giocare a fare le cosacce. «Ora prenditelo con le dita e fai come con me. Girati e mostra il buchino, aprilo.» Poi, posando la telecamera, mi chiese se non avevo un amichetto disposto a fare l’attore. Mi venne in mente Marlon. Certo, glielo potevo chiedere. E glielo chiesi.

   «Che cosa dobbiamo fare?»

«È un film.»

«E che film è?»

«Ma è divertente, guarda. Tu ti metti lì e lui ti dice cosa devi fare, e ci sono io insieme a te.»

«Se ci sei te, vengo. Ma che dico ai miei genitori?»

«Che ti fa delle lezioni gratis con me!»

Anche in quel caso funzionò, e Marlon poté venire.

   Non avevamo mai fatto niente nudi, ma l’insegnante mise Marlon e me in condizione di farlo. Sembrava che non vedessimo l’ora d’approfittare di questa occasione. Marlon si eccitava quando l’insegnante gli suggeriva la parte per questo “film”, era bravissimo, e ogni scena fu eseguita subito senza tanti ciak. Ero a completa disposizione, ci stavo, non mi pareva vero che il mio amico del cuore mi costringesse a subire questa nuova piacevolissima aggressività.

   Tutto ciò che è stato girato in quelle giornate sarà finito magari anni dopo sul web come materiale per pedofili. Non lo so. So che l’insegnante era sparito a pochi mesi dai nostri incontri, che nel frattempo s’erano infoltiti con altri attori, tutti bambini ovviamente. A scuola smise di venire e al suo posto apparve una giovane maestra. Fu una sorpresa. Marlon, io e gli altri che prendevano parte ai film non comprendevamo cosa fosse successo al nostro regista. Da un giorno all’altro finì tutto. Nessuno ci chiamò per dirci niente, non ci furono interrogatori, inchieste giudiziarie. La verità è che l’insegnante era stato arrestato come appartenente ad un gruppo sovversivo. In quel periodo era peggio essere considerati terroristi. Da pedofilo la potevi scampare. Poi si sa che le cose sono andate in modo diverso. Comunque non ho avuto più notizie di quella persona. Il set fu smontato e noi restammo disoccupati. Ma Marlon aveva imparato bene quei giochi e li sapeva ripetere anche senza qualcuno che lo dirigesse. Ormai ero il suo oggetto di piacere. E lo sono rimasto per parecchio tempo. Gli altri… boh, non se n’è più saputo niente. Sicuramente avranno avuto delle ripercussioni psicologiche. Marlon e io no, perlomeno non in modo evidente. Pareva davvero che tutto quello che ci era successo fosse normale, non una sopraffazione che avrebbe rovinato il nostro futuro. Però di quei film non parlammo mai, l’argomento era tabù, e forse per questo motivo ci pensavamo sempre.

15 aprile

   L’infanzia terminò quando sviluppai. Meno male era finita. Ero diventato alto e grosso. Da lì iniziò un’altra fase.

   Giocavo nella squadra di calcio del Liceo, senza mio fratello, ma con Marlon. Avevo quindici anni. Ero proprio bravo, una promessa. Partivo da centrocampo con la palla al piede, saltavo gli avversari come birilli e puntavo dritto alla porta. Quasi sempre ci arrivavo. Quasi sempre tiravo. Due o tre goal a partita. Ero importante. L’allenatore stravedeva…

  Mi incontravo con Marlon anche e soprattutto fuori della squadra. Il nostro rapporto era rimasto vivo. Non “giocavamo” più tra noi, la cosa s’era fatta tremendamente seria. Lui aveva assistito giorno dopo giorno alla crescita del mio corpo e ne era orgoglioso, geloso. Non avrei mai potuto dedicare qualche sguardo ad un mio compagno di squadra senza ricevere in cambio un interrogatorio. Eravamo una coppia unita dalla dipendenza reciproca.

   Era la vigilia di Natale e la cena fu sconvolta dalla notizia del secolo. Ivan, di fronte a tutti, si rivolse a me per umiliarmi. Può darsi non sapesse niente delle mie tresche, però l’effetto fu quello.

   «Sapete cos’è successo? Gabri, non ti è arrivata la voce?»

«Quale voce?»

«Stamani non hai notato l’assenza di qualcuno?»

«Sì. Marlon non c’era…»

«Appunto. Proprio lui. Il tuo amico.»

   I genitori morivano dalla curiosità e senza mezzi termini imposero a Ivan di riferire cosa ci fosse dietro l’assenza di Marlon a scuola.

   «Stamani sono venuti i suoi a ritirarlo dal Liceo. Me l’ha detto la figlia della segretaria che è in classe mia. Pare ci sia stato un bel casino.»

   La mamma col ditino redarguì Ivan. In casa certe parole non dovevano essere usate.

   «E allora come la chiameresti la scoperta che Marlon andava con l’allenatore?»

   Brutto bastardo, come ci godeva a dire quella che per me era una bugia! E quell’espressione tutta soddisfatta. Il padre, rosso in viso, pretese dei chiarimenti. Li ottenne. S’alzò da tavola e corse al telefono per chiamare un numero che avrebbe fatto chiarezza di tutto quanto. La madre era imbarazzata, in silenzio, mi guardava con un misto di pietà e sospetto. E se anch’io fossi stato coinvolto? Furono cinque minuti lunghi e insopportabili. Tornò l’imprenditore, il pater familias, con un volto scuro. Si sedette e poi scoppiò:

   «Tu ora mi devi dire se quel farabutto ti ha sfiorato!»

«Ma…»

   «Figlio mio, tuo fratello non s’è inventato niente. Ho appena parlato con una persona che m’ha assicurato che Marlon è stato vittima di ripetute violenze da parte del vostro insegnante di Educazione Fisica, nonché allenatore della squadra di calcio della scuola. Pare che i genitori di Marlon abbiano trovato le prove certe di questa schifezza. Ora il degenerato è al fresco e speriamo ci rimanga per tutta la vita.»

   No, l’allenatore non mi aveva mai fatto niente. Ma io non sapevo che se la intendesse con Marlon. Mi sentivo tradito. Il mio amico, di nascosto a me, andava a letto con un altro. Allora non era vero niente che lui voleva solo me?

   «Comunque la squadra è sciolta, perché sembra che altri ragazzi siano coinvolti insieme a Marlon…»

   Caddi svenuto e mi ripresi poco dopo, sul mio letto, con la madre che piangeva e mi bagnava la fronte con un fazzoletto…

   La verità venne a galla. Marlon e altri cinque ragazzi della squadra frequentavano l’allenatore per appuntamenti sessuali. Io ne ero all’oscuro. Non ero mai stato invitato. Non mi avevano considerato.

   Che m’importava dello scandalo? Ivan gongolava perché tornavo ad essere il povero, piccolo negro, solo, senza nessuno che mi considerasse. Da ora in poi me l’avrebbe fatta pagare con la sua indifferenza. Già da un pezzo non aveva più bisogno di me. I genitori invece erano occupati a scongiurare le maldicenze. Non gliene importava un cazzo di me, l’essenziale era dimostrare che il loro acquisto di nove anni prima fosse immacolato e all’altezza morale della casa. Ne dovevo uscire pulito per non compromettere l’immagine di famiglia perbene che agli occhi della gente faceva tanto effetto. Il prestigio innanzitutto. Le persone vengono dopo.

   Abbandonato con la mia infelicità, umiliato due volte. Persi tutto, compreso quel poco di rispetto per me stesso che avevo conquistato. Di me come calciatore della squadra del Liceo si doveva tacere per non ricordare lo sgradevole episodio. Dell’inganno che mi stava uccidendo nessuno era al corrente.

   Marlon non lo vidi più da allora. Io gli scrivevo per restargli vicino, ma non potevo sperare di raggiungerlo né di avere una risposta.

   «Perché? Io ti volevo bene. Correvo da te per raccontarti ogni cazzata e sapevo che sarei stato l’unico a ricevere le tue attenzioni. Perché m’hai fregato? Allora ero proprio uno dei tanti? Chissà come ti divertivi con gli altri e con il mister! Alle mie spalle…»

   E questo mio corpo senza fiducia, truffato, tradito, si mise in cerca dell’oscurità…

   A scuola non ero più il calciatore, la squadra l’avevano sciolta, e su di me oltre al colore della pelle poteva gravare la diffidenza e la denigrazione. Potevo aver fatto parte di quella tresca, anche se non era vero. Sarei diventato un finocchio da bersagliare. Un finocchio negro.

   A casa, finita la bufera, dimenticarono, anzi mi lasciarono una libertà maggiore di movimento… Forse non facevano altro che ricordare e per questo meno mi facevo vivo con loro e meglio era. Mi lasciarono solo con me stesso, più di prima, si limitarono a nutrirmi, a comprarmi le cose, sborsavano i soldi per i miei studi e la paghetta era quel che era. Tutto qui.

   Ivan probabilmente aveva dato l’imbeccata ai genitori per dotarci di camere separate, dopo aver sempre dormito insieme a me nella stessa stanza. La disposizione fu presa, presentata come una soluzione data dal buon senso: tutti e due grandicelli, con l’esigenza di poter disporre di spazi propri. Avrei occupato una delle due stanze degli ospiti, la meno grande, sarebbe stata un po’ arredata e fornita di un pc tutto mio, non più quello in comune con Ivan… Ottima scelta. Mi diedero lo strumento che faceva al caso mio.

   Marlon mi aveva fatto scoprire e vedere quei siti Internet per gay, dove ci si poteva parlare e dare degli appuntamenti. Io apprezzavo di più i siti pornografici e non pensavo che il mio amico del cuore potesse vedere altri oltre me cliccando qua e là. Ora capivo che lui frequentava l’allenatore, i compagni della squadra di calcio e persone raccattate là dove meno me l’aspettavo.

   Con una camera mia, un pc a mia disposizione e Internet  si potevano aprire nuovi orizzonti…

16 aprile

   A lezione il prof. ha continuato a guardarmi. Ma questo lunedì lui non c’è. Sono in un’altra aula. Mi sono avvicinato, non più seduto in fondo. A casa mi sto gustando il manuale del corso e gli argomenti trattati li divoro con un interesse che aumenta a dismisura. Però il vizio di aprire il file dove scrivo la mia storia m’è rimasto. Approfitto di un’ispirazione che mi coglie e non ce la faccio a resistere. La devo fissare subito, in qualsiasi luogo mi trovo.

   Viene il momento della confessione a se stessi, oggi la chiamano coming out.

   A sedici anni dovevo dirlo. Ma non lo dissi al mondo. E poi quel poco di mondo che frequentavo forse non avrebbe capito. Almeno credo. M’era sufficiente dichiararlo segretamente, a me per primo, stringendo il cuscino, struggendomi. Dovevo accettarlo, convincermi che quella era la mia strada. Mi misi a fare il gay ufficialmente, entravo nei siti web che prima snobbavo, e andavo alla ricerca di incontri. M’iscrivevo mentendo sulla mia età. Non ero maggiorenne. Scoprii che tanti altri ragazzi come me facevano la stessa cosa. C’erano anche tredicenni, quattordicenni. Gli incontri li ottenevo facilmente. Non me lo sarei mai aspettato. Qualcuno mi prendeva come oggetto di piacere, ma mai come corpo d’amore. Chattavo e nascevano amicizie virtuali, straordinarie a parole, inconsistenti nei fatti. Con alcuni miei coetanei riuscii a passare dei momenti anche piacevoli, scorribande e uscite per non restare soli. Loro come me. Gli adulti non mi interessavano granché, ma qualche trentenne capitò e non fu poi così sgradevole.

   Questa mia nuova vita, dove riuscivo a vivere la mia sessualità da clandestino, mi fece superare brillantemente le noie che alcuni bulletti cercavano di procurarmi. E poi, alla fine, li stessi bulletti s’erano stancati quando videro che non me ne importava un cazzo ed ero insensibile alle loro provocazioni. Purtroppo la vecchia storia dell’allenatore aveva lasciato qualche strascico… In questo io sono stato forte, ma un ragazzo di un’altra classe disgraziatamente non lo fu.

   Leo era fragile come la sua corporatura. Uno scricciolo, con quei capelli curati, troppo curati, e le mosse effeminate. Sempre insieme alle ragazze. È vero, la squadra di calcio della scuola non c’era più, però io continuavo ad essere chiamato per qualche partita. Ogni tanto mi provocavano dicendomi “finocchio”, però s’era stabilito che ero un maschio vero, cosa che non avvenne mai con quel ragazzo. Lui, Leo, ci teneva a non mischiarsi alla zuffe, ad evitare gli sport virili. E gliela facevano pagare. Giorno dopo giorno l’esclusione diventò una condanna, ai piccoli dispetti iniziali seguirono altri atti di pura cattiveria. L’armadietto di Leo venne imbrattato con scritte offensive e poi fu sfondato. Gli oggetti che aveva sistemato con tanta cura se li ritrovò sparpagliati, fracassati. Le amiche cercarono di intervenire con questi piccoli energumeni, violenti e omofobi, ma ormai la guerra era aperta…

   Un giorno un mio compagno di classe entrò in aula ridendo come un pazzo, raccontava come al frocetto avessero dato una lezione al cesso. L’agguato era stato preparato nei minimi particolari: Leo fu circondato, bloccato, costretto a farsi truccare e poi a ricevere la pioggia dorata dei suoi assalitori. Gli pisciarono addosso. Li conoscevo tutti quei figli di puttana… Avrei potuto anche spaccare la faccia a questi stronzi, difendere quel povero ragazzo, mettermi in mezzo e dichiarare che anch’io ero gay. Avrei potuto… Non l’ho fatto. Sono stato un vigliacco. Anche un altro compagno di classe mia avrebbe potuto farlo. Abbiamo preferito assistere e lasciare che la situazione precipitasse.

   Il giorno dopo a scuola ci fu un’assemblea richiesta dagli studenti più impegnati politicamente, un’assemblea contro l’intolleranza. Mancavano i protagonisti dell’episodio. Leo era a casa, terrorizzato. I suoi aguzzini erano stati sospesi. Gli insegnanti parteciparono, il preside fece la sua apparizione e dichiarò che “giustizia era stata fatta… nella sua scuola certi atti di violenza dovevano essere repressi, non c’era posto per questo tipo di abuso, i docenti avevano l’obbligo di segnalare ogni avvenimento del genere, di raccogliere le denunce da parte di chi aveva subito delle prepotenze, e gli studenti erano chiamati a collaborare”… Psicologi, persino il prete dell’istituto, tutti stavano lì nell’aula magna a parlare dell’accaduto, senza descriverlo nei particolari. Le amiche di Leo raccontavano e spiegavano come fosse buono, mite, intelligente, sensibile, forse troppo, il ragazzo. Tanti elogi, ma praticamente nessuno toccava il punto dell’intera faccenda: Leo era un diverso e per questo aveva ricevuto quel trattamento. In questi casi si continua a mentire, a credere che non esista l’omosessualità, specie quella degli adolescenti. Nell’età compresa tra la pubertà e il pieno sviluppo avere delle emozioni di un certo tipo è da considerarsi normale, così sostenevano gli psicologi del Liceo, ma poi la crescita avrebbe determinato un superamento… nessuno che dicesse che i gay lo sono anche da piccoli… il prete poi era molto addolorato, perché un giovane fratello era rimasto vittima di una persecuzione, come i cristiani nell’antica Roma… Leo era menzionato, un allievo modello, studioso, composto, che non dava mai fastidio e seguiva le lezioni…

   Ma Leo dove stava? Leo stava per compiere il gesto che avrebbe fatto svergognare tutti questi ipocriti, che si riempiono la bocca di belle parole. Leo stava per puntare il dito su di me e su quelli che come me se ne stanno zitti e si fanno gli affari loro. Leo ci lasciava e ci avvisava…

   La notizia che Leo, la mattina stessa dell’assemblea, si era impiccato in camera sua arrivò il giorno dopo e fece interrompere le lezioni. Altra assemblea. Ma non ha senso raccontarla.

   Dopo lo choc della tragedia non restava a me, agli altri, che riprendere la vita di tutti i giorni. Vigliaccamente.

   Mi rituffai nel mondo virtuale che almeno mi proteggeva.

   Il mio compagno di classe che mi aveva confessato d’essere gay rimase muto e continuò a farsi gli affari suoi. Dal giorno della morte di Leo si mise perfino ad evitarmi. Non si sa mai, le voci circolano…

   Ancora un altro omicidio. Anche Leo è stato ammazzato. Quanti morti dovrò contare da qui alla fine dei miei giorni? Mattia fu il primo e Leo non è poi così diverso da Mattia.

18 aprile

   Ieri pomeriggio ho ricostruito un episodio. Non ho scritto niente di nuovo sulla mia storia. mi sono riposato.

   Stamani ogni tanto sbircio il file, davanti a Walter. Ma lui mi ignora…

   Del vecchio archivio scomparso dopo la riformattazione del mio pc avevo conservato una conversazione su Messenger. Quella avuta pochi mesi fa con un ragazzo di sedici anni, un omonimo.

   Gabriele era schivo, al messaggio da me inviato rispose che cercava uomini e non ragazzi. Ma a me lui piaceva, per quello che avevo visto nelle foto, soprattutto non riuscivo a staccarmi dall’immagine di vaga malinconia diffusa nei suoi occhi che tanto somigliava alla mia. Dopo qualche insistenza, ci scambiammo il contatto per chattare su Messenger.

(12.12) Gabriele: 

(12.12) GABRI:  CIAO     

(12.12) Gabriele:  abbiamo lo stesso nome?

(12.13) GABRI:  NON SO. IL MIO È GABRIELE

(12.13) Gabriele:  come il mio  

(12.13) GABRI:  MI FA PIACERE

(12.14) Gabriele:  anche a me

(12.15) Gabriele:  il tuo profilo è bello. La frase che hai messo mi ha colpito.

(12.15) GABRI:  È LA VERITÀ  

(12.15) Gabriele:  cerchi qualcuno che ti sappia capire e colmare d’amore

(12.15) Gabriele:  anch’io

(12.16) GABRI:  Sí, MA IO SONO FATTO DI CARNE. L’AFFETTO A PAROLE NON M’INTERESSA.

(12.16) Gabriele:  io l’ho sempre avuto a parole e nessuno finora s’è sognato di farmi sentire un corpo da amare

(12.17) Gabriele:  e poi, lo sai, il colore della mia pelle non mi aiuta

(12.17) GABRI:  NO. MA CHE DICI? 

(12.17) Gabriele:  al massimo posso avere un po’ di sesso, solo perché sono giovane e ce l’ho grosso

(12.17) GABRI:  Io vorrei un uomo vicino a me che mi facesse sentire importante  

(12.18) Gabriele:  perché li vuoi più grandi?

(12.18) GABRI:  Quelli della mia età non mi piacciono Sono troppo scemi e pensano solo a divertirsi     

(12.19) Gabriele:  i grandi mi hanno sempre considerato un oggetto. è sempre stato così, sin da quando ero piccolo

(12.19) GABRI:  QuANDO L’HAI FATTO LA PRIMA VOLTA?    

(12.19) Gabriele:  a otto anni c’è stato un uomo che me l’ha fatto fare

(12.20) GABRI:  Io ne avevo dieci

(12.20) GABRI:  Non è stato bello

(12.20) GABRI:  NESSUNO LO SA

(12.21) GABRI:  In casa nemmeno se lo immaginano cosa vuol dire essere stati usati per tanto tempo e non poter dire niente

(12.22) GABRI:  Lui mi minacciava

(12.22) GABRI:  Per fortuna che è morto in un incidente stradale

(12.22) GABRI:  Quel giorno mi sentii liberato

(12.23) Gabriele:  io invece non so che fine ha fatto il mio

(12.23) GABRI:  speriamo sia morto anche lui 

(12.23) GABRI:  Quella gente ti segna per sempre, come un marchio a fuoco che non va più via

(12.24) GABRI:  Tu allora sai cosa sento quando dico che il peggio è venuto dopo

(12.24) GABRI:  Lui morto, ma io più morto di lui

(12.24) GABRI:  M’ha lasciato una DISPERAZIONE dentro

(12.25) GABRI:  Ora non sopporto d’andare con gli uomini, ma è l’unico modo che ho per avere un po’ d’affetto

(12.25) GABRI:  Delle volte mi sembra d’impazzire tanto ho bisogno di sentirmi toccato

(12.26) Gabriele:  lo so

(12.26) Gabriele:  è una condanna

(12.27) GABRI:  E ogni volta che speri di scacciare quella sensazione di schifo che hai addosso nello stesso momento speri di sentirti ancora uno schifo

(12.27) GABRI:  È una droga

(12.28) GABRI:  Non vuoi, dentro di te urli di dolore, ma non puoi farne a meno

(12.29) Gabriele:  e non c’è un cane che possa ascoltarti 

(12.30) GABRI:  Tu mi ascolti

(12.30) GABRI:  Per la prima volta un ragazzo come me mi ascolta

(12.30) Gabriele:  neanch’io riesco a trovarmici con i ragazzi, anche se mi piacciono di più loro   

(12.30) Gabriele:  non ho un vero amico della mia età con cui parlare

   Più continuavo a chattare con lui e più avvertivo che la sintonia, che sarebbe stata possibile, giusta tra noi, mi veniva negata fatalmente. Eravamo simili per le nostre storie, per il fatto d’aver subito una violenza sessuale da bambini, ma avevamo risposto in modo diverso e quindi non ci saremmo mai trovati. Lui viveva il sesso in un’altra maniera…

   Dopo questa conversazione l’indirizzo del nostro contatto è rimasto lì per mesi, ma non ci siamo sentiti una seconda volta. Alla fine ho dovuto toglierlo dall’elenco consenti, quello dove i tuoi contatti possono vedere se sei in linea oppure no. L’ho bloccato. Lui ha fatto lo stesso. Ci siamo eliminati…

   Dentro di me si confermava ancora l’ipotesi che tra due persone è sicuramente l’estraneità a decidere, e più ci si incontra meno possibilità d’unione si realizzano. Perché a me la sorte di una continua approssimazione, di un avvistamento della terra senza raggiungerla mai? Non era meglio se lo spazzino non m’avesse notato, permettendomi d’essere tritato e di risparmiarmi tutti i tormenti? Chi mi ha salvato dai rifiuti, cos’ha combinato?

   Il mio omonimo fa parte della lunga sfilza di incontri senza sviluppo. All’inizio avevo l’intenzione di collezionare tutte le conversazioni e farne una specie di diario… diario del mio fallimento… ma il disgusto me lo ha impedito…  la pietà di me lo ha impedito…

19 aprile 

   Walter spiega e illustra con i suoi programmi PowerPoint sullo schermo, ma aver riesumato l’episodio del ragazzo di sedici anni mio omonimo m’ha portato indietro nel tempo.

   Tre anni trascorsi tra i siti, le chat, tre anni in un limbo pieno di vento e di soli che tramontano dopo albe improvvise… ho trascinato le mie gambe in questo spazio che mi sembrava immenso nella sua strettezza claustrofobica, finché non ho incontrato Dani. A lui devo il mio primo vero sentimento profondo. Almeno credo.

   Dell’epoca del Liceo restano tantissimi ricordi, le cotte improvvise per alcuni compagni, quelle due o tre ragazze che mi furono amiche e ascoltavano le mie confessioni, altre che entrarono in competizione con me quando avevamo di mira gli stessi ragazzi.

   Linda mi è rimasta, ed era la candidata meno probabile. Si mise a frequentare Ivan, qualche volta capitava a casa, quando i genitori erano fuori, e allora ci scambiavamo poche parole. Ma la sua infatuazione per il mio fratellastro durò tre mesi. Lei molto spigliata, alternativa, una lingua pronta. Lui rigido e attento alle etichette, abituato ad avere una squinzia, non una persona che ragiona con la propria testa e se ne sbatte dei luoghi comuni. Non poteva durare. Me ne resi conto subito. Ivan la scordò e riprese a fare lo scemo con le solite ragazzette impressionate dall’opulenza dei suoi vestiti, della sua abitazione.

   Un pomeriggio di giugno girottolavo per il centro commerciale, forse attratto da qualche maglietta che avrei voluto comprare, magari una canotta dei Chicago Bulls. Intanto guardavo, poi mi sarei occupato di convincere la mamma a scucirmi qualche euro per tornare qui e togliermi uno sfizio. Sono sempre stato molto sportivo, non avrei mai indossato abiti hip hop o d’altra tendenza modaiola. La mia divisa era e resta quella di un atleta dalla pelle scura che veste le tute e le tenute delle squadre di calcio, di basket. Così sono fatto.

   Nello stesso negozio sportivo, davanti alle scarpe della Nike, vidi Linda. Era sola, con i suoi jeans sdruciti, i sandali infradito e la camicetta annodata in fondo, come le antiche figlie dei fiori. Le andai incontro e la salutai.

   «Ciao Linda! Mi fa piacere rivederti…»

«Gabri! Ciao. Anche a me fa piacere.»

«Scusami, ti ho visto e volevo salutarti, ma non vorrei romperti…»

«Tranquillo. Se pensi che stia ancora qui a pensare a tuo fratello…»

«Fratellastro!»

«Ok. Fratellastro. No, non ci penso proprio più. Ma non mi va di parlarne male.»

«Lo so. Tu sei a posto.»

«Cosa sono io?»

«A posto. Una ragazza superiore alle convenzioni e alle solite stronzate.»

«Senti, senti. Non è che ci vuoi provare con me?»

«Non direi…»

«Mi fai i complimenti…»

«Non vuol dire che ti voglio portare a letto.»

   «Stavolta ho toppato. Perdonami, dopo esser stato con il tuo fratellastro mi aspetto sempre d’incontrare l’ennesimo provolone.»

   «Io appartengo ad un’altra categoria.»

«Interessante. Lo sai che mi va di saperlo?»

«Se vuoi ne parliamo. Ci prendiamo qualcosa al KFC laggiù?»

«Non male come idea.»

«Dai, offro io.»

«Nemmeno per sogno. Ognuno paga per sé.»

«Come vuoi.»

   Avevo voglia di scambiare due chiacchiere con una persona intelligente, non banale, e Linda era simpatica e in testa, molto di più di tanti ragazzi gay che incontravo.

   Ci prendemmo del pollo fritto e una Coke.

   Lei prese subito a parlare guardandomi bene in faccia. Forse era questo suo fare deciso che intimidiva Ivan…

   «Mi sono sempre chiesta che ci facevi in quella casa?»

   «M’hanno adottato. Non l’ho mica scelta io.»

   «No, mi sono spiegata di merda. Volevo dire che sei diverso dai tuoi familiari.»

   «Un po’ più abbronzato.»

   «Dai, Gabri, non fare lo scemo, fammi finire. Ci siamo appena incrociati qualche volta a casa tua, due cazzate ce le siamo dette, però già lì capivo che te ne stavi per conto tuo, non partecipavi alla messa in scena generale.»

   «Non posso essere come loro. Sono diverso. Non solo per il colore della pelle.»

«Quanti anni hai adesso?»

«Diciassette.»

«E da quanto stai in quella casa?»

«Dieci anni.»

«E non ti hanno plagiato.»

   «Per niente. Anzi. Linda, ti sembrerà strano, ma alla fine mi hanno lasciato essere quello che sono.»

   «E che sei?»

«Sono un gay.»

«Davvero?»

«Sì. Da capo a piedi.»

«Ma… i tuoi lo sanno?»

«Io non glielo dico.»

«Secondo me dovresti.»

   «Senti, ho già tante gatte da pelare, ci mancherebbe anche quella dei genitori che vanno in paranoia perché hanno adottato un gay nero…»

   «Io non ce la farei a vivere senza dirlo.»

   «Lo potrei anche dire, ora sono molto, ma molto più sicuro di me. Non lo dico a loro perché non mi interessa farglielo sapere.»

   «Fossero stati diversi…»

   «L’avrei detto, anche rischiando d’essere buttato fuori di casa. Ma loro no. Meno hanno a che fare con la mia vita meglio è.»

   «Magari se glielo dici scopri che sono persone meno stronze del previsto. Sai, non si finisce mai di scoprire qualcuno.»

   «Ma non è quello il punto. Loro non sono i miei genitori. Non li ho sentiti vicino quando avevo bisogno. Mi hanno tolto dall’istituto, però di me non gliene importa un cazzo. Hanno soltanto Ivan, io sono stato aggiunto… e non ho mai capito il perché.»

   «Chissà, forse a modo loro ti vogliono anche bene.»

   «Sei una bella persona, Linda. Stai cercando di giustificare una situazione e di vedere il lato positivo.»

   «Io ho imparato che la gente non è come la vediamo. Sì, quel tipo là in fondo che sta risucchiando l’ultima goccia di Sprite con la cannuccia è un professionista in giacca e cravatta che viene qui per fare il figo. Però guardalo bene. Mentre è lì che ciuccia come un disperato e fa un casino bestiale smette d’essere quello che è in ufficio, ritorna bambino. È nuovamente lui. Poi, quando ha finito, prende il vassoio e butta tutto nel cestino. S’accorge d’essere un professionista e ricomincia a fare lo stronzetto. La colpa non è tutta sua. È infognato. Ma se avesse più cannucce a disposizione sarebbe quel bambino che merita di essere. Una persona vera.»

   E io mi misi a fissare il tipo descritto da Linda. Aveva ragione. Era un bambino pacioccone che si divertiva per un po’ sentendo il rumore del suo risucchio. E come lui ce n’erano tanti, tutti coatti in giacca e cravatta uniformati da questo mondo di merda.

   «È proprio buffo quello!»

«Ma parlami di te, di come sei.»

«Ora hai capito perché non ti facevo il filo?»

«A vederti così non sembri.»

«Gay? E perché? I gay mica sono tutti uguali!»

   «Hai ragione. Ho detto una stronzata. Ma sai, di solito un ragazzo gay si nota per come veste, come si atteggia…»

   «Di solito? Sì, sembrano un po’ tutti uguali. Purtroppo. Io sono molto naturale, non so come si dovrebbe comportare un ragazzo gay, o meglio, lo so, ne conosco tantissimi. Sì, stanno attenti alle mode, si fanno tante storie, giocano a fare i depressi e se la tirano… Dicono che sono molto sensibili, ma io ne vedo un mucchio che la sensibilità se la sono ficcata in culo. Sono disperati. Come me.»

   «Tu disperato? Non ci credo…»

«Sono solo, Linda. Solo.»

«E chi non lo è?»

«Ma guardami! Cosa vedi?»

«Io vedo un ragazzo molto bello e molto intelligente.»

   «Bello? Per una sera, due forse. E poi me ne torno con la coda fra le gambe a casa… I sogni, le illusioni, tutto nel cesso. E si ricomincia il giorno dopo.»

   «Mi sa che abbiamo gli stessi problemi…»

   «Sei disperata? Non lo sembri.»

   «Disperata? No, sono disillusa. E siamo solo all’inizio. Quando avrò l’età di mia madre chissà come sarò… Finora non ho una bella considerazione degli uomini. Tu dirai che ho conosciuto solo ragazzi, tipo Ivan. Vorrei dirti che è così, ma non sarebbe la verità. C’è mio padre e qualche uomo che ho incrociato… Ho la tua stessa età, fra un mese sarò maggiorenne, però mi sono fatta le mie esperienze. Tu puoi capirmi quando dico che a nessuno è mai interessato scoprire chi sono veramente, sentire come batte il mio cuore e perché. I grandi devono fare i grandi, farsi rispettare, recitare, non hanno tempo per una ragazzina che sta mettendo le ali e vuole volare via, lontano da questa notte che non finisce mai. Mi credono ancora una bambina, un po’ fricchettona, che scimmiotta le mode di quando loro erano giovani e pieni di speranze, e ascolta i Led Zeppelin e i Doors rollandosi uno spinello… sì, la musica di merda che Ivan disprezzava tanto, roba da babbioni… bella la sua! Ma io ascolto anche Mozart e Bach, mica stronzate! E resto una ragazzina che si fa i film e aspetta un cavaliere dall’armatura splendente che se la porta via avvolgendola in un mantello nero e le fa visitare i paesi che non hanno ancora un nome, lasciando a me l’onore di darglielo… Qualcuno grande, grande davvero, che mi protegga dandomi ascolto, raccogliendomi quando mi sento con la faccia a terra e mi struscio nel fango… chiedo troppo? Forse. Chiedevo un padre, un angelo che si posasse sulla mia spalla senza spostare l’aria, senza far rumore, sorridente… invece m’hanno rifilato un fantasma che trema a vedere i vivi e non li affronta mai schizzando via come un insetto schifoso per scansare la mano che lo sta per schiacciare… E allora cos’è questa sete d’amore? Nessuno me l’ha insegnata, eppure c’è da sempre, cresciuta dentro di me, insieme a me nella pancia di mia madre…»

   Linda si mise a piangere mentre parlava, imbarazzandomi un po’. S’era creato un silenzio intorno, il pollo fritto e le patatine non scrocchiavano più nelle bocche aperte e stupite dei clienti. Una ragazzina in lacrime con un ragazzo davanti. Io le presi la mano dolcemente e cercavo di consolarla. Sembrava proprio una scena di due piccoli innamorati alla Peynet, e invece…

   «Perdonami, Gabri, sono proprio una scema a dare spettacolo…»

«No, Linda, non lo dire nemmeno per scherzo.»

«E poi mi lamento io… Sicuramente tu avrai qualche problema in più…»

«Perché sono gay? I problemi sono gli stessi con qualche extra.»

«Però che extra!»

   «Senti, Linda, io mi sono sempre sentito così, non ricordo un momento della mia vita dove mi piaceva altro… ho sempre desiderato qualcuno del mio sesso, ma gli uomini mi hanno disgustato… gli uomini mi hanno… ma non so se dirtelo, è troppo forte…»

   «Non mi scandalizzo io. Per fortuna mi hanno tirata su con una mentalità aperta.»

«A otto anni hanno abusato di me e di un mio amico. Era un giovane insegnante…»

«Oddio, che cosa terribile!»

   «Lì per lì non ci rendevamo conto di quello che il nostro violentatore stava facendo a noi. Anzi, sembrava un gioco molto divertente e io ero contento di poter stare insieme a Marlon, il mio amichetto. Marlon è rimasto il partner dei giochi anche dopo che gli abusi erano finiti. Ma lui era perso ormai, non gli bastavo più io e se ne voleva fare altri, la sua era diventata una malattia. Poi alla fine l’hanno beccato insieme a un gruppo di compagni di squadra, guidati dall’allenatore. Di lui non so che è successo dopo.»

   «A te cos’è successo dopo?»

   «M’è rimasto un vuoto qua. Vuoto di tutto. E da allora sto aspettando. Chi lo ha detto che l’innamorato è quello che aspetta? L’ho letto da qualche parte. Ma allora io sono sempre stato innamorato… non faccio altro che aspettare! Aspetto mia madre che non ho mai visto, mio padre, la mia storia, i miei ricordi bruciati, aspetto che risusciti Mattia, l’unica creatura che mi abbia mai amato…»

   «Risusciti? Perché è morto?»

   «Già, morto perché quegli stronzi dell’istituto non volevano che dormisse con me. Doveva stare da solo, era un bambino down che doveva stare da solo, come solo dovevo stare io, povero piccolo negretto…»

   «Dai, così non mi piaci. Non mi va che ti butti giù.»

   «Linda, prima cosa dicevi? Chi si butta giù? Tu lo sai meglio di me cosa significa sentirsi continuamente presi per il culo, dai genitori, dagli amici, da quelli che vorresti amare, dagli insegnanti, dai compagni di classe. Da tutti.»

   «Io ti capisco perché mi sento strana, esclusa, disturbata. Parlo con tutti, mi faccio in quattro… oddio, sono anche un po’ sclerata, però mi vedi come mi comporto. Quel che ho qui sul cuore ce l’ho in bocca. Mi basterebbe avere un po’ più d’ascolto, non vedere la gente che scappa perché ha da fare o un’occhiatina di sguincio che sa tanto di “sentiamo che dice la pischella”. Vorrei ascolto, solo ascolto. E non sguardi sul mio culo o sulle tettine da parte dei maiali di mezz’età…»

   «Quelli sono sguardi che conosco anch’io, solo che sono rivolti alla parte opposta del culo… Linda, noi ci siamo visti poco e ora siamo qui tutti e due a parlare… ci ascoltiamo…»

   «Sì. Tu lo sai fare bene. Hai molta sensibilità. Non capita così spesso di potersi sfogare e sentire dall’altra parte l’attenzione e la comprensione. Eppure noi non siamo amici…»

   «No, non dire altro. Se col tempo riusciremo a parlare e a incontrarci come oggi allora vuol dire che siamo amici, vuol dire che possiamo stabilire un contatto. Per me è possibile, oltretutto non c’è il rischio che ti chieda quello che tutti i miei colleghi maschi ti chiedono… e tu sai già da adesso che non puoi chiedermi quello che non potrei darti…»

   «Cos’è? Una specie di pro memoria?»

   «Io mi presento per come sono solo alle persone che secondo me possono diventare mie amiche… non dico miei amanti, quelli, a quanto pare, non si sa se ci saranno…»

   «Ci saranno, non preoccuparti. E troverai anche l’amore. Te lo meriti.»

   «Anch’io credo di meritarmelo, però finora non ne ho visto molto…»

   Una cosa mi è rimasta da allora, e me la sono meritata, l’amicizia di una ragazza come Linda, una persona umile e dolce che mi ha sempre accolto e ascoltato, come io ho fatto con lei. Non eravamo in competizione noi due, anzi, abbiamo condiviso i nostri peggiori momenti e ci siamo confrontati, compresi, aiutati. In questi ultimi mesi l’ho sentita parecchio per sapere cosa ne pensasse della mia passione per Dani, l’ho aggiornata continuamente degli sviluppi, e lei non ha fatto altro che ripetermi sempre la stessa cosa:

   «Gabri, non avercela se lui non è pronto per mettersi con te. Puoi fare tutto quello che ti pare, scalare le montagne, affondare nell’oceano, regalargli l’ultimo fiocco di manna che è sceso dal cielo… sarebbe inutile e ti farebbe perdere la considerazione che hai per te stesso… “chi non mi vuole non mi merita” non è il massimo della filosofia, ma almeno ti dà una spinta per riprendere fiato e tornare a guadarti intorno. Ora non vedi altro che lui, l’universo ha il suo volto, ma questo incanto finirà, anche prima di quanto tu possa pensare. È triste che finisca, ma non può durare in eterno. Gli amori risolti non sono poi così felici se alla fine diventano un’abitudine da consumare in due e che consuma… gli amori non corrisposti sono più vantaggiosi per chi ama: è il non avere che ti fa capire ciò che vorresti. Avere ti porta a perdere interesse per quello che hai ottenuto. E allora vedi che comunque vada nessuno è appagato. Amare e non essere amati, essere amati e non amare, amare entrambi… combinazioni dove nessuno vince, nessuno perde. Si passa il tempo…

   Se un giorno lui venisse da te per dirti “ti amo” non è detto che tu sarai felice… ti mancherà la gioia dell’attesa, il tremore continuo che ti faceva stare in piedi, la tua speranza… forse c’è solo da prendere atto che Dani non è la persona adatta. Punto. Fattene una ragione.»

   Spero di farmene una ragione e non lo spero…

   Come vorrei credere ad un mio menefreghismo. La verità è che me ne sto a bocca asciutta e il mio orgoglio non lo accetta. Sono innamorato, lo sono sempre di più, ai piedi di questo corpo, e frustrato, eternamente disperato alla ricerca di amplessi che mi diano una tregua a questa mia insaziabile voglia di contatto fisico. Folle, folle inseguimento della persona che mi tocca.

20 aprile

   Ecco il motivo per cui ho cominciato a frequentare le saune. Luoghi dove non si va tanto per il sottile. Lì mi posso togliere i capricci quanto mi pare. Basta andare nella dark room, ma anche in altre stanze, guardando il pornazzo nella saletta fumatori c’è sempre un tizio che mi mette la mano sul cazzo o si succhia questa bella minchia nera. Non c’è da chiedere, da aspettare come su Internet. Sono tutti allupati e si tromba in due, in tre, in quattro, ecc., come capita, dove capita. Basta evitare di farlo nella vasca dell’idromassaggio, se no il proprietario della sauna s’incazza. Ma io c’ho trombato lo stesso. Che ci posso fare se mentre sto lì bello beato in mezzo alle bolle d’acqua arriva il tipaccio che si siede sul mio cazzo e lo cavalca?

   Preferisco la sauna e le marchette ai soliti appuntamenti che stanno diventando sempre più noiosi.

   Questo giovedì sera torno da un incontro. Lo voglio proprio scrivere. Un buco nell’acqua. Un corpo svanito. Lui ci sarebbe stato, sarebbe anche venuto da me, ma io non posso. Per prima cosa a casa mia non si entra, e anche se fosse possibile chiuderei gli occhi e gli direi: «Fa’ quello che ti pare, io me lo faccio menare pure!». Ma intanto ha più di trent’anni e nel profilo se n’era tolti dieci, e poi se ci devo andare gratis non mi va. È un bisessuale sposato, come altri che vengono con me pagandomi, e mi sta anche bene. Io da intruso a cose normali non mi ci sento, mi dà fastidio, però se cacciano i soldi è un’altra cosa. In questo caso quella donna, la moglie, se ne starebbe lì a guardarmi mentre mi sbatto il maritino gratis. Ma non ti preoccupare, cara, il tuo compagno falso e bugiardo non passa la mia porta, ho messo una sbarra e te lo rimando, così può proseguire il suo spettacolo privato. Stai tranquilla. Non sarò certo io a contribuire al vostro fallimento. Sono cazzi vostri. Teneteveli. Io penso ai miei, che almeno sono liberi come l’aria e soprattutto sono gay.

   E, a proposito di incontri assurdi, ne voglio raccontare un altro.

   Un mese fa mi vidi con un tipo. Un altro sedicente bisessuale, un ragazzo che vuole maschi, basta che non siano effeminati, e dice sì alle ragazze, perché non rifiuta mai un complimento. Ma si lamenta tanto. Non incontra, non fa conquiste. Eppure non è brutto. Anzi. Un bel fisico, asciutto, tonico e un bel cazzo. Di me apprezzava le foto che ho messo sul sito e andava pazzo per l’immagine che offrivo con la cam mentre chattavamo. C’incontrammo una sera. Si fece avanti un personaggio sfuggente, poche parole e tanta fretta di andare a casa mia a consumare. I miei per fortuna erano fuori per il week-end, il terreno era libero. Ivan si faceva gli affari suoi. Entrammo in camera mia. Lui si spogliò subito. Lo feci anch’io. E nudi ci abbracciammo. Mentre lo palpavo e rispondeva un pochino, sentii la distanza. Mi trascinò a letto e mise me a pancia in giù. Mi era sopra, tutto sdraiato, si moveva, si dimenava. Il suo contatto avrebbe potuto rivelare una volontà d’essere attivo, però tutto si fermò al proposito d’esserlo senza praticarlo. Me lo strusciò dietro e sentii il suo bell’arnese sulla schiena, sul culo. Tutto un su e giù preliminare che gli bastava. E infatti ad un certo punto si interruppe per tirarsi una sega con me sotto. Lo fece altre due volte. Intanto non lo si poteva nemmeno toccare, e se gli chiedevo di prendermelo in mano mi guardava come se stessi proponendo di recitare il rosario dopo l’eiaculazione. Mi scappò detto: “Almeno un pompino te lo posso fare?” No, macché! Con il preservativo semmai. Stavolta fui io a guardarlo con una faccia perplessa. Insomma, oltre a quel dimenarsi sopra di me per poi farsi una sega, cosa ci si poteva inventare? L’ultima spiaggia era leccargli i piedi, succhiargli l’alluce. Lì lui ci stava e gli piaceva pure. I piedi se li fece toccare, massaggiare, prendere in bocca.

   Un’ora così. Tre volte è venuto con se stesso e non c’è stato molto altro, a parte quel poco di feet feticism. Lo riaccompagnai alla macchina e buonanotte.

   Forse è stato un primo assaggio, un’esplorazione in vista di altre ulteriori prove. Forse. Una seconda possibilità io la offro sempre a ragazzi belli come lui. Una volta è nessuna volta.

   Il bis avvenne due settimane fa. E non è cambiato niente. Si vede che per lui andare con qualcuno dello stesso sesso significava masturbarsi in compagnia di una persona simile anatomicamente, un manichino da usare come pretesto per immaginare un atto che manco sapeva definire con precisione. Infatti non mi ci sono messo a domandargli cosa volesse davvero e perché rifiutasse praticamente tutto. Non mi avrebbe risposto. Meglio non interrogare ed evitare che il suo bel visino assuma l’altra espressione di cui è dotato. Espressione stupida di chi s’accontenta d’una sega.

   Finì tutto lì. Anzi, non è mai iniziato niente. E allora di che si lamenta il bisessuale? Io posso dire che non ci si perde nulla a lasciarlo per i cazzi suoi. Almeno ho constatato di persona quanto sia amorfo. Ma lui con che faccia desidera i maschi? Non ha successo? Quant’è coglione! Si descrive come un attivo e la masturbazione è l’unica cosa in cui lo è davvero. Che la pianti di iscriversi sui siti, di chattare e di presentarsi promettendo quello che non potrà mai fare! Ma non c’è una legge che proibisca a questi aborti di nascere e conservarsi nella loro inconsistenza? Gente così spunta come funghi, riempie i luoghi reali e virtuali, poi, ogni tanto, gli scappa la sborra che non finisce sulla schiena o sul culo, ma altrove. Così riproducono la razza (brutta parola, ormai in disgrazia presso l’antropologia moderna). Questo ragazzo bisessuale che ho incontrato è come tutti gli altri, perché all’atto pratico non nasconde ciò di cui non è capace. Non sa donare e donarsi, come la maggioranza del genere umano, dotata di una sessualità che i dogmi e le paranoie riducono al minimo o annullano. Ragazzi così sono più istruttivi dei manuali che tentano di spiegare i motivi per cui abbiamo perso l’animalità che ci può rendere felici.

   Sì, il buon gusto basterebbe per spiegare che finché ci masturbiamo con ciò che non è umano non si può protestare e reclamare una sessualità decente. Ci siamo voluti distinguere dagli animali? E allora accontentiamoci di fare gli umani che si masturbano.

   In ogni modo, sto pensando che non sarebbe male riportare qualche altro esempio di come avviene il sesso gay su web. Chissà se il prof. nella sua ricerca, da solo o insieme agli altri, ha lavorato anche su questo aspetto? Se non lo ha fatto s’è perso una bella masturbazione!

   L’avvento di Internet, mi dicono i vecchi compagni, ha creato un’autentica rivoluzione nel sesso gay. Gli annunci nei giornalini, i battuage, le discoteche, le saune restano, ma la possibilità di conoscere con il computer ha creato nuovi orizzonti, che non sono poi così splendidi. La virtualità gioca dei brutti scherzi, l’anonimato con cui ci si fa avanti nasconde di tutto. È nato il cyber-sex, che di tanto in tanto ho fatto pure io. Ma è un voyeurismo un po’ più sofisticato che finisce per macchiare la tastiera del pc… e poi bisogna ripulirla… Il più delle volte finita la sega il contatto su Messenger ti manda a cagare e chiude la conversazione, oppure può chiederti di tirarlo fuori e preferire di continuare da solo con l’immagine del tuo coso nella sua mente. Resti sempre lì come un imbecille con la visualizzazione della cam sparita e la scritta “non in linea”. È rarissimo che dal cyber-sex possa nascere qualcosa, praticamente impossibile…

 

21 aprile

   Nei profili gay si girano tanti film, però quando si tratta di andare e vedere se si può trovare un set che li ospiti per girarli veramente… iniziano i problemi. I costumi non sono adatti, la luce non è quella buona per la macchina da presa, gli attori fanno fatica a interpretare il ruolo, e così via.

   Mi piacerebbe raccogliere tutto quello che viene scritto in questi profili con postille, commenti.

   Con Linda ho parlato spesso di questo lato della sessualità dei gay e lei s’è mostrata sempre molto scettica. Le ho fatto vedere come funziona in questi siti web dove ci si incontra, ha assistito anche a una seduta di chat…

   «Non so proprio che dire… Oddio, lo so cosa dire… Non prendermi per una bigotta, però ho un certo fastidio a vedere come viene sputtanato tutto, il linguaggio, l’attrazione, il desiderio. A me ci vuole tempo per costruire quello che qui è liquidato in quattro parole. Perdonami, Gabri, ma io non mi lamenterei se poi le opportunità per conoscere qualcuno d’importante diventano quasi impossibili. Come si fa in questo modo?»

   «Eppure può capitare. Mi dicono che è successo…»

   «Uno su mille, se tutto va bene. E poi ho come la sensazione che ci sia una contraddizione… Chiedere amore è fatica, è attesa lunga, ma in questi siti non mi sembra ci sia la voglia e l’intenzione di cercare un’occasione che resti. Dimmi se mi sto sbagliando.»

   «No, Linda, non ti sbagli affatto. Ci vorrebbe qualcuno più bravo di me per spiegare come funziona il meccanismo dell’abbordaggio gay. So che hanno scritto molto sull’argomento. Anche le cose che studio adesso spiegano il perché siamo ridotti a vivere così la nostra sessualità…»

   «Qualcosa ho letto, almeno c’ho provato, avevo la curiosità di capire come vi comportate voi, come ti comporti…»

   «Se dici “voi” ci metti tutti sullo stesso piano. Non è così. Ma si può provare a fare un discorso generale.»

   «Gabri, secondo me vi stanno fregando ancora…»

   «Spiegati. Forse è quello che credo anch’io.»

   «Sì, penso che tu sarai d’accordo con me. Io non voglio dire che siete tutti uguali, però c’è un progetto per farvi diventare dei consumatori dello stesso prodotto. E ci stanno riuscendo. Tu mi hai portato nei locali, mi hai fatto vedere alcune cose, e oggi osservando questi siti, le chat, ho la conferma che il livello è decisamente basso. Volutamente basso. Pochi giorni fa leggevo un autore che sosteneva una tesi su Sodoma: lui descriveva una guerra strana, simbolica, la guerra dell’amore, combattuta mille e mille anni fa da due eserciti, l’esercito eterosessuale e l’esercito omosessuale. Nella sua metafora, a “bombardare” Sodoma, a spazzarla via, non sarebbero stati gli eterosessuali, ma i sodomiti stessi. L’avrebbero “bombardata” quando ancora non erano considerati degli esseri perversi, fuorilegge, contro natura e poi si sarebbero defilati, non combattendo più per riavere quello che avevano perduto…»

   «Mi sembra una gran cazzata! Ora va a finire che è colpa nostra…»

   «No, Gabri, non diceva questo. L’inizio di un sentimento, secondo l’autore, è come un bombardamento che distrugge tutto e fa morti, molti morti. Senza quei morti non ci sarebbero motivi per ricostruire, non ci sarebbero la memoria e il culto. Quello che mi ha illuminato è una sua pagina che ho segnato. Aspetta, nella borsa c’è il quaderno… Te la voglio leggere:

   “I sodomiti che scappano dalla loro città in fiamme sono sfuggiti alle pagine della Bibbia, che infatti non li cita. Finché esporteranno la favola d’essere stati puniti da Dio, e non diranno la verità, avranno macerie senza ricordi, non avranno la storia. Non Dio, ma loro hanno distrutto se stessi spargendo la voce che nessuno era sopravvissuto al bombardamento. Si sono mischiati agli altri e hanno vissuto nascosti. La loro vergogna sta in quello che sentono e non hanno il coraggio di affermare. Volevano annunciare la verità, d’essere stati loro i responsabili, ma poi si sono tirati indietro per paura, la paura d’aver commesso un delitto che grida contro il cielo. Non Dio, ma loro hanno ucciso i propri fratelli con un amore che non vuole avere il suo nome. Dalle rovine non è uscito il sentimento che aveva cancellato le case, gli uomini, le donne, le opere, e la ricostruzione non è mai iniziata. Dio è diventato il capro espiatorio, gli esseri umani che parlano in suo nome hanno avuto via libera, e i sodomiti, zitti, nascosti, non sono mai intervenuti. Non hanno detto che gli eterosessuali bombardano le loro città ogni giorno e poi le riedificano, non hanno detto che l’amore ha bisogno di cadaveri… non hanno detto, hanno lasciato ad altri il loro compito… e ora è troppo tardi per riprendersi una storia…»

   «Belle parole, senza dubbio… Insomma, non ci sono proprio speranze. Ci stiamo ammazzando da soli…»

   «L’autore è pessimista, ma non è detto che abbia tutti i torti. Lui parla dei movimenti delle lesbiche e dei gay che hanno lavorato tanto, lottato per i propri diritti e poi osserva la maggioranza delle persone omosessuali che subiscono, senza muovere un dito, passivi. Sono i gay e le lesbiche privi e prive di memoria, quelli che sono scampati da Sodoma e non hanno fanno niente per rimetterla in piedi. Non si sono opposti perché non avevano un nome e il loro amore era innominato e poi innominabile.»

   «Ma adesso ce l’ha un nome…»

   «Gabri, se vai a visitare quei siti ed entri nei locali torniamo alla distruzione di Sodoma. In quei posti si va per dimenticare, per non pensare, non per ricostruire. E anche la voglia di metter su famiglia è presa in prestito con molta superficialità. Ma non vedi che ne è delle famiglie tradizionali? Non si reggono più in piedi, mostrano quanto sono artefatte, incollate, ipocrite. Lì dentro c’è tutto fuorché l’amore…»

   «Nella famiglia che mi ospita di sicuro si sono dimenticati cos’è l’amore, o forse non l’hanno mai saputo. E Ivan ha imparato la lezione…»

   «Sanno cos’è il “mio” e il  “tuo”, il possesso, non sanno che essere liberi in due è la cosa più bella e terribile… o forse proprio perché lo sanno evitano?»

   «Io so che amo un ragazzo così com’è e lo amerei ancora anche se decidesse di stare per i cavoli suoi…»

   «Mmmmm, siamo sicuri di quello che dici? Lo sai che non mi hai mai convinto, non dico che sei bugiardo, però… io ti ripeto quello che ti ho già detto: se un bel giorno lui si facesse vivo per dichiararti il suo amore non è detto che tu sarai felice… »

   «Come vorrei non essere felice!»

   «Ricordati le mie parole, Gabri.»

«Io me le segno!»

«Scemino!»

   Linda è straordinaria. Peccato io non sia etero, forse saremmo l’uno per l’altra… Anche lei delle volte mi dice che potevamo stare insieme e saremmo stati una bella coppia, ma so che non ha ambizioni di conquistarmi. È un’amicizia disinteressata, molto profonda… speriamo di non sbagliarmi…   

22 aprile

Torno sulla mia storia. Ce l’ho ancora con me.

   E così mi sono evoluto e ho cominciato a battere come tanti altri ragazzi che vogliono guadagnare denaro con il proprio corpo. Sapevo d’essere esotico e appetibile. Perché non provarci? Sulle chat mi presentavo come un escort e avevo i miei incontri fissandoli prima. Ma potevo anche andare in un posto dove ero venuto a sapere che gli uomini di mezz’età cercavano ragazzi freschi come me per farsi fare un pompino, per farlo, o altro. Una sera di novembre dell’anno scorso ero al pezzo, dopo un paio di volte che mi recavo in quella solitaria oasi del sesso a pagamento. Venni avvicinato da un auto piuttosto interessante, non ricordo francamente la marca. L’uomo al volante mi fece cenno di avvicinarmi e io fui da lui.

  Quel signore aveva un’aria malefica, però mi avrebbe dato un bel po’ di soldi. Non saprei, forse poteva avere sessant’anni, o giù di lì. Non c’era il sorrisino tipico dei vecchi che ti cercano e sbavano. Tanta dignità in quel volto affilato, rugoso. E tanta grana nel suo portafogli. Per questo ho accettato di andarci. Poi ho saputo che il signore aveva l’abitudine d’aggirarsi, di passare e osservare tutto, di spiare cosa facevano quei ragazzi. Ogni tanto ne abbordava uno.

   Mi portò a casa sua e io gli andai dietro come un automa. Stava in un bell’appartamento, arredato con cura. Tanti libri nel salone, dappertutto. E un divano su cui giacere… ma lui si accese una sigaretta e non mi chiese di spogliarmi, di sbrigare la pratica. S’avvicinò stancamente al mobile bar e scelse una bottiglia, non so che cosa fosse, per versarsi da bere e ingannare quel poco tempo… Poi si voltò di scatto e mi disse:

   «Il gay vuole piacere, sedurre, attirare, il minimo sospetto che per lui non ci sia più alcuna possibilità di sentirsi dire “Voglio scopare con te!” lo mette nell’angoscia più profonda, lo annienta.

   Io sono disperato, come lo sono tutti quelli della mia razza. Razza maledetta sin dai giorni di Sodoma. E così sarà sempre, sempre che non avvenga un miracolo. Ci credo poco. Ma almeno ho la faccia di ammetterlo. Vedi, non mi illudo io, il tempo della conquista gratuita è esaurito e sto scegliendo ormai l’altra opzione: pagarmi i cazzi giovani. Anche tu sei qui e non sei diverso dagli altri ragazzi che ho rimorchiato. Solo che mi spingi a confessarti questa mia disperazione. Non chiedermi perché hai scatenato la mia voglia di vomitare tutto. Sono sensazioni. Con te non ho freni. E allora, ascoltami. Lascia che ti parli del tuo futuro. Stasera avrai ciò che ti spetta. Non ti preoccupare. È giusto. Entrambi siamo vittima e carnefice. Rispettiamo l’esecuzione. Ma tu puoi fare a meno di venire con me. Non mi scoperai, e non ci rimetterai. Sotto tutti i punti di vista. Ecco il tuo compenso.»

   E mi diede la cifra che mi aveva promesso. La presi senza fiatare. Ero soggiogato. Non potevo fare altrimenti che stare lì seduto sul divano ad ascoltarlo.

   «Perché vieni con me quando puoi trovarti una persona che è attratta da te e ti piace? Se non batti i marciapiedi hai sempre la possibilità di far fruttare la tua giovinezza, la tua bellezza, il tuo desiderio. Io no. Vuoi l’uomo che cerchi? Non un relitto, ma la persona con cui credi di poter costruire un rapporto? Fuori di qui il mondo ha apparecchiato tante tavole, basta che tu abbia la fortuna e la costanza di saper individuare quella giusta. La tavola dove consumare il pasto che è stato preparato per te, secondo i tuoi gusti. Per me la festa s’è conclusa un po’ di tempo fa. Il cibo me lo pago e non è detto che sia di mio gradimento. Ma non c’è più nessuno che m’inviti a casa sua per offrirmi il mio piatto preferito.

   Guardati allo specchio. Sai d’essere avvenente, ma sai anche che di fronte hai adesso il tuo prossimo specchio, l’immagine che riflette la tua fine.

   Dicevo all’inizio che il gay vuole piacere. È vero. Io sono gay e non ho più l’età che mi consente d’essere amato per me stesso. Lo devi sapere. Quel momento viene. È inevitabile. Preparati. Te lo voglio ripetere fino alla nausea. Quando nessuno vorrà più scopare con te t’incazzerai, piangerai, ti butterai per terra invocando la morte. Quando gli occhi non si poseranno su di te con lo sguardo arrapato, dovrai prendere una decisione. Ora ti diverti. Te la tiri. Entri in un luogo e sai quanti cazzi si drizzeranno con precisione matematica. Ti prendi il lusso di lasciarli delusi, di tornare a casa allegro con l’idea che in quel momento ci sarà sempre qualcuno che si tira una sega pensando a te.

   Ma finirà. Altri prenderanno il tuo posto e tu resterai un ricordo su cui masturbarsi. La tua persona, il tuo faccino, il tuo corpo non ecciteranno un bel niente. Forse una risata. Che vuoi farci. C’è il tempo per farlo diventare duro e quello per ammosciarlo. Ti vedrai ridicolo come lo sono ora io. Ripenserai a quel signore di cinquant’anni, portati malissimo, che una sera t’ha rimorchiato per trombare con te e invece s’è messo a piagnucolare. Vorrai uccidermi e rimarrai di merda perché non è possibile. Nel frattempo io sarò schiattato, per un infarto o per un colpo di rivoltella alla tempia. E lo sai cosa riuscirai a capire allora? Che ti rimane la vendetta di smorzare l’entusiasmo ai giovani gay, terrorizzandoli con lo spauracchio del loro invecchiamento. Avrai il ghigno che ho io e sputerai addosso a questi poveri disgraziati la tua rabbia, li pagherai per non scoparli e dirgli che un giorno saranno patetici, caricature di un bel ragazzo sepolto nelle foto.

   Già ti ci vedo. Tu che entri nei locali… ma guarda di non mostrare la malinconia che già ti è stata assegnata. Fottili con il tuo disprezzo, il disprezzo che hai per te. Piuttosto mettiti un sacchetto in testa. Poi, al centro della pista, dove sarai circondato da tanti visi carini, acconciati, da cubisti sculettanti a torso nudo, potrai toglierti lo sfizio di strapparti quel sacchetto del cazzo e gridare: “Siete morti!”.

   Io ti ho rimorchiato. Non scoperemo. Hai avuto la fortuna di imbatterti in un rottame che non ha le palle per picchiarti, che conserva un briciolo di educazione e di sentimentalismo. Del resto lo sai, c’è chi sostituisce l’impotenza con la violenza e si diverte a far soffrire i ragazzi che non potrà mai inculare.

   Invece io ti parlo… Sai che m’è venuto in mente? Che potremo diventare amici… Ma anche qui non m’illudo. Quella che per te sarebbe una libera possibilità, per me avrebbe il gusto osceno di una scelta obbligata. Amicizia come contentino. Un rimpiazzo. Sei superiore a me. Ora sei in grado di rifiutare un rapporto e stabilirne un altro. A me rimane una sola, misera chance. No, non avrebbe successo, con me che ti guardo tutte le volte sperando in un abbraccio impossibile. Un abbraccio gratuito.»

   Ogni tanto trangugiava quel liquido, soffermava il suo sguardo sul bicchiere e alzava la testa su di me, adocchiandomi. Sentivo che aveva ragione in tutto. Non potevo interromperlo, nemmeno per cercare di consolarlo. Avevo mentito già troppo per farlo di nuovo quella sera con lui. Meglio il silenzio. Il suo denaro frusciante mi rendeva possibile un contatto fisico che tutto sommato non avevo scelto d’avere fino in fondo.

   «Ti odio, perché sei rimasto insieme a tutti i ragazzi a portare la denuncia del mio fallimento. Odio questo coso quaggiù che ancora non ne vuole sapere di rassegnarsi. Odio questo cervello che mi spara delle fucilate nel cuore. Ma non ce la faccio ad allontanarmi da voi, giovani finocchi dai bei culi, dalla belle facce, che incantate il mio serpente con i vostri flauti.»

   Una risata sguaiata mi fece sbalzare dal divano. Ora avevo paura davvero.

   «No, piccolo mio. Perdonami se sono stato così stronzo da farti cacare sotto. Mi dispiace, ma cerca di capirmi.»

   Capirlo? Ma perché non provava a pensare per un secondo, un fottutissimo secondo, che anch’io, nonostante la mia gioventù e bellezza, avevo la disperazione a portata di mano? Ed era sufficiente quella per mandarmi la sera a scovare qualche avanzo di carne.

   «Cosa credi? Io sto qui a lamentarmi, a gettare fango su me stesso, ma ho ancora il cuore per comprendere che in te non brilla il sole come sembra. Lo so che anche per voi ragazzi froci la vita non è facile. Lo sono stato anch’io, in un’epoca in cui non c’erano le galere sfavillanti delle discoteche, delle saune, dei punti di ritrovo, dei siti Internet. Ora è un po’ meglio, anche se resta il solito problema: inventarsi un amore che il mondo non sa accettare. Sono cambiate le linee, ma il percorso è ancora accidentato. I gay possono fare tendenza, ma agli abiti, alle acconciature, allo stile di vita alternativo si richiede un’apparenza tutta fisica. Il potere economico che associano a questa vendita è più fascista dell’omofobia fascista che nega ai pederasti ogni forma di vita. Perché lo squadrismo dell’immagine è terrorismo puro, ti vieta di perdere l’elasticità dei movimenti, la pelle liscia, la grazia che attira le pulsioni, il desiderio. Puoi sostituire qualche rotella al meccanismo e farlo girare ancora un pochino, ma tanto la macchina è destinata a fermarsi. Sì, non avete la vita facile e intuite che comunque la lotta dura poco… Io osservo come ti abbigli per raccattare, mi viene da fantasticare sulle tue peregrinazioni tra una boutique e l’altra. La camicetta che spalanca il tuo viso a nuove luci, le scarpe che sostengono la tua figura e la innalzano verso vette splendide, finché resiste lo splendore, e altri accessori, altre collezioni per il ballo in maschera…

   Vi vengo a trovare nei profili che mettete sui siti gay… e quanto siete stronzi, quanto meritereste d’essere ficcati in un lager a meditare sulla vostra pochezza. Chiedete amore e non sapete inventarvelo. E come potreste? Non c’è. L’umanità insiste ancora con la conservazione della specie e lega il sesso alla procreazione. Il resto è tutto, ma quel tutto non ce la fa a imporsi da solo. Amore per una persona del proprio sesso, senza figli di sangue, solo adottati, senza famiglie benedette dalle religioni che contano, con qualche nazione un po’ evoluta che riconosce i diritti ai froci, e un futuro tutto da inventare. Nessuno ha il futuro, però si preferisce la macchietta di un futuro che non esiste a nessuna macchietta…

   Ma che foto in questi profili! Io non me le posso permettere, forse nemmeno da giovane avrei potuto. Intanto v’accontentate e v’incontrate per replicare la recita. Tanti ex che si ritrovano, storie di vecchie avventure finite come dovevano finire, confessioni di lacrime e di fregole frustrate. Merda! Merda! Solo merda! Ma come vorrei sguazzarci in quella merda! Avere almeno il passatempo che mi fa dimenticare quanto sono solo. Tu dirai che non è diversa la condizione di un vecchio padre di famiglia, magari di un nonno. In una cosa è diversa: lui ha la possibilità di vedere il niente in carne ed ossa. La sua progenie. A noi soltanto il vuoto.

   Vuoi diventare mio amico? Magari mi chiami e mi racconti le tue tristezze, la tua noia. Dai, così mi distraggo un po’ e scordo tutti i miei piani per il suicidio.»

   Lo guardo con un’espressione che lo illumina. Non aveva detto poco fa che non aveva senso un’amicizia tra noi due?

   «Hai ragione. Non funziona. Non possiamo essere amici. Io vorrei scoparti e non posso pretendere la tua pietà in mancanza di soldi per pagarti. Ne avrei voglia e ci finirei sotto, verrei schiacciato come da un autotreno.

   Ma tu, quanti amici hai? Voglio dire, hai amici gay?»

   NO

   «Lo vedi. E sai perché? L’amicizia tra gay non è impossibile, ma molto, molto complicata. Complicata dal fatto che si hanno gli stessi gusti sessuali e uno dei due amici può essere, può diventare l’oggetto del desiderio dell’altro. L’amicizia non vuole queste beghe, altrimenti non ha senso. L’amicizia non vuole cazzi ritti, fiche bagnate, pensare che basta una parola in più per rovinare tutto. È così per tutti. Per i gay in particolar modo.»

   Il vecchio m’aveva punto sul mio lato debole e fu allora che interruppi il mio silenzio.

   «Sì. Sono caduto in questa trappola. So d’avere qualcosa che attira, ma solo per una botta e via. Non capisco perché quando s’affaccia l’ipotesi di una relazione viene sempre fuori quella frase che m’ammazza: “Mi dispiace, ma tra noi ci può essere solo amicizia”. Vede quanto le assomiglio? Sono giovane eppure questa situazione l’ho vissuta tante volte e la rivivrò. Non è passato molto dall’ultima delusione. Avevo trovato un ragazzo con cui andavo d’accordo, sembrava fatto per me. Mi piaceva. Però lui non mi guardava, non mi sfiorava, non mi desiderava. Diceva che mi voleva bene. Io la presi alla larga e gli feci un discorso, lo stesso che ha fatto lei. Lui capì e con tanta gentilezza, che per me aveva il gusto del sadismo, mi freddò con queste parole: “Io adesso non so vedere altro che un’amicizia tra me e te”. C’era la diversità, e che diversità. Io lasciavo aperte tutte le possibilità, lui no. O mi accontentavo della sua proposta, della sua decisione, o me ne andavo per paura di mandare all’aria il bel rapporto che avevamo. Io sapevo che mi sarei potuto innamorare di lui prima o poi. Il pericolo era imminente. Lui non poteva accettarlo. Aveva scelto un’altra via. Doveva capire però che sarebbe stata una tortura per me accompagnarlo e sentire le storie dei suoi vecchi amori, dei nuovi. La gelosia avrebbe dominato. Geloso di ciò che era stato, di ciò che poteva essere. E andare in una discoteca, entrare con il terrore che in qualsiasi momento l’avrei visto baciarsi con qualcuno, appartarsi. Una serata di divertimento per lui, per me di angoscia nell’attesa di uno spettacolo che mi avrebbe fatto soffrire. E altro soffrire sapendo che parlava con uno in chat, che un giorno sarebbe venuto fuori confessandomi tutto contento che aveva incontrato un tipo e ci aveva scopato…»

   «E tu gli hai detto questo?»

   «Tutto. Gli ho detto anche quanto dolore mi aveva inflitto facendomi sapere che lui mi presentava come il suo ragazzo, ma solo per non restare indietro ai suoi amici che esibivano la loro conquista erotica. Ero diventato l’oggetto di una sua bugia, il burattino del suo teatrino personale. Lui era triste e non poteva mostrarsi in pubblico in questo modo, doveva inventarsi una storia…»

   «E tu eri suo amico e per amicizia stavi al suo gioco…»

   «Ma che gioco del cazzo! Quanto cinismo in quella sua candida confessione. E non ci sarei rimasto male, secondo lui, anzi, avrei dovuto essere lusingato d’esser stato preso come finto ragazzo per fargli fare bella figura.»

   «Eh sì, mio caro ragazzo, i gay da giovani spesso sono cinici, volubili e opportunisti.»

   «Spesso, dice lei. Con me lo sono sempre stati.»

   «Sai quando ho iniziato ad avvertire la volontà di tirare i remi in barca? Pochi mesi fa ho avuto a che fare con un ragazzo rimediato in quei famigerati siti gay. A differenza della maggioranza dei visitatori io leggo i profili degli utenti e in uno di questi intuii una grande disposizione a comunicare, un desiderio di dialogo. Mandai un messaggio e ricevetti la risposta. Iniziò una lunga chiacchierata e dopo nemmeno una settimana incontrai il ragazzo che avevo contattato. Era timido, ma assai determinato nelle sue osservazioni. Si trovava male con i suoi coetanei, come te. A parlare delle sue incertezze, delle insoddisfazioni, nell’uso del suo linguaggio tutto intriso di proiezioni letterarie veniva considerato uno stravagante. Cercava persone più grandi, forse sentiva la necessità di un riferimento che nessun adulto era stato in grado di fornirgli. Io mi legai moltissimo a lui, lo seguivo nelle sue vicende, lo ascoltavo mentre si sfogava e provai ad essere io quella persona che lui stava disperatamente cercando. Ci provai. Ma la mia tenerezza e l’affetto che mi rendeva sempre presente con lui non avrebbero disprezzato una componente fisica. Intendiamoci, io non lo vedevo e sentivo per portarmelo a letto, ero semplicemente coinvolto nella sua storia e avrei dedicato tutto me stesso, anima e corpo, per essergli vicino. Non ho rimpianto niente di quei momenti trascorsi con lui, anche le sue bizze, le sue sparizioni, i miei ripetuti sforzi per confortarlo nei momenti difficili che attraversava. Mi voleva bene, così assicurava, ma in questa bella relazione io restavo puro intelletto e il mio corpo andava considerato come un contenitore qualunque che raccoglieva la mia intelligenza, la mia cultura, la mia capacità di trasmettergli sicurezza. Un’amicizia, un sodalizio, al di fuori d’ogni significato sensuale e sessuale. Non ti so dire se lo desiderassi davvero, mentirei spudoratamente a parlare di un chiodo fisso da parte mia. I nostri incontri sarebbero stati perfetti con dei momenti d’amore fisico. Questo lo avvertivo. Gli avrei dato di più se fosse venuto tra le mie braccia… Tu puoi comprendermi, perché hai espresso esattamente la stessa esigenza raccontandomi della tua amicizia. Sta di fatto che io avevo smesso di cercare i ragazzi, non andavo più a abbordare i marchettari, i soldi che risparmiavo erano guadagnati per stare con questo giovane. La vita aveva adesso uno scopo, potevo dedicarmi a qualcuno. Anche le mie consuete attività acquistavano un entusiasmo concreto. È stata una grande e bella stagione quella passata con questo ragazzo. La mia gelosia però aumentava. Io avevo lavorato molto per offrire al mio giovane amico una serenità e un sostegno che non sarebbero tornati a me. Lui conobbe un uomo, qualcuno che oltre all’aspetto intellettuale gli dava una gioia sessuale. Quest’uomo mi ha fatto scendere dal piedistallo, gradino dopo gradino ha sottratto tutto il prestigio che godevo presso il ragazzo. Alla fine mi ritrovai per terra. Non c’era più bisogno di me. Fui scaricato, senza nemmeno un grazie. Io precipitai ancora più in basso, mi misi a chiamare, a perseguitare quel poverino, e solo allora quelle labbra timorose che mi osannavano pronunciarono la mia sentenza di morte. Ho ancora l’e-mail con cui lui m’ha liquidato. Te la leggo.»

   Aprì una cartella dal suo pc dove teneva dei documenti molto personali, estrasse l’e-mail e si mise a sfogliarla:

   “Non hai nessun diritto, non puoi accampare nessuna pretesa. Io non sono tuo, non lo sono mai stato. Tu sei soltanto stravolto dalla gelosia. Ora capisco cosa volevi veramente in tutto questo tempo da me. Ma se avessi voluto davvero farmi chiavare da te mi sarei attivato subito.  Sì, tu mi hai ascoltato e ti sei bevuto anche le mie stronzate, ma non pensavo tu mi prendessi tanto sul serio. Tu non sei mai stato un rimpiazzo ad un ragazzo… per te forse è così, per me no. Una persona della tua età che si lascia andare come te è uno spettacolo pietoso. Ti credevo migliore e invece mi tocca prendere atto che sei un vecchio frocio ripugnante convinto di poter abbindolare i ragazzi difficili e deboli con i propri incanti da quattro soldi. Mi fai schifo e ringrazio il cielo di non aver mai fatto sesso con te, altrimenti mi sarei sentito sporco per tutta la vita.

   Ora io ho un uomo, che ha il doppio dei miei anni, un quarantenne con un bel corpo e con una testa migliore della tua. Rassegnati. Non mi rompere più i coglioni. Sparisci. Vai via dalla mia vita.” 

   Piangeva come un bambino mentre leggeva quelle parole e il pianto proseguì ancora per qualche minuto. Quell’uomo aveva amato, ora ne ero certo. Non mi faceva più paura, ma non provavo nemmeno pena. Era il ragazzo che scriveva quelle cose a farmi ribrezzo. Lo avrei ucciso all’istante se me lo fossi trovato davanti. Figlio di puttana. Come lui ce ne sono a migliaia, sfruttatori peggio dei più biechi magnaccia. Mi resi conto di che cosa avrei potuto combinare senza volerlo a certe persone che nel mondo gay sono escluse, messe da parte, viste con un occhio di scherno. Anche questi vecchi provano dei sentimenti, però non se li fila nessuno.

   La serata terminò praticamente lì, con l’uomo che mi accompagnò vicino a casa mia tirando su il naso mentre guidava, ultimo effetto del suo pianto. In silenzio. Mi scese e con la mano mi salutò.

   «Prima che tu vada via per sempre, mi voglio scusare per la piega che ha preso la cosa. Tu sei stato un tesoro, perlomeno ho avvertito che in te c’è dell’umanità. Quello che ti ho detto te lo ridirei ancora, ma mi hai aiutato a farmi sentire meno orribile di ciò che sono. Ti ringrazio. Spero tu avrai più fortuna di me. In bocca al lupo per tutto. Ciao.»

   Il vecchio mi lasciò stordito, da lui m’attendevo altro, ovviamente, e sarebbe stato meglio trascorrere quel tempo guadagnando gli euro che lui volle darmi a tutti i costi. Così ero stato pagato per soffrire e ricordare Dani.

23 aprile

   Con Dani tutto era nato sempre in chat, due mesi prima dell’incontro con il vecchio. Era bello poter parlare con lui, sentire un ragazzo della tua età che stava facendo il tuo percorso. Dovevamo vederci. E ci vedemmo. Imbarazzati tutti e due.

   Un conto è scriverle certe cose con la tastiera del computer e lo schermo a far da paravento, un altro è affrontarsi e tentare di ripetere le stesse emozioni che erano venute fuori in chat. Non mi stancherò mai di dirlo, in chat ci si fanno tanti di quei film che basterebbero per la programmazione secolare di un cinema qualunque. Passare alla fase successiva è un altro film. Vedersi direttamente e mettersi in testa che la persona in carne e ossa è uscita finalmente fuori dalle frasi che hai letto fino a poco fa…

   Dani era biondiccio, carnagione bianca, gli occhi tristi, forse non tristi però coperti da un impaccio, da qualche motivo che ancora non stava emergendo. Era alto e persino robusto. Mi piacque.

   Doveva esserci un equivoco, tanto per cambiare: a lui piacevano uomini più grandi… e io avevo la sua età. La prima volta su Messenger giocavamo entrambi, o meglio, lui giocava e io ci credevo. Mi faceva tante domande provocatorie, doveva recitare la parte della troia, quindi esagerava per sentirsi dire delle maialate.

(17.29) Dani:  Allora ce l’hai lungo? di solito i neri ce l’hanno lungo e grosso

(17.29) Gabriele:  Non mi lamento     

(17.29) Dani: Mmmmmm

(17.30) Dani: Io sono passivo e mi piace sedermici sopra, farmi delle belle cavalcate…  

(17.30) Dani: Ma quanto ce l’hai lungo?  

(17.31) Gabriele:  Sui venti centimetri e qualcosa

(17.31) Dani:  Wow  

(17.31) Dani:  Nella mia fichetta c’andrebbe bene, sai, io ci so fare 

(17.32) Gabriele:  Penso di sì

(17.32) Dani:  Tu sei maialino? Io tanto

(17.32) Dani: Dimmi qualcosa di porco che t’andrebbe di fare

(17.33) Gabriele:  Così su due piedi…  a te cosa andrebbe di fare?

(17.33) Dani:  A me piacerebbe che mentre me lo metti tutto dentro e mi fai godere mi succhiassi anche l’alluce

(17.33) Dani:  Ti piace?

(17.34) Gabriele:  Sì, molto

(17.35) Dani:  A me piace anche il fist fucking. Tu lo hai mai fatto? 

(17.35) Gabriele:  No, ma mi piacerebbe provare… semmai mi insegni…

(17.35)  Dani:  Ricordati che a me piace dilatazione e profondità, invece a qualcuno piace solo o l’una o l’altra

(17.36) Gabriele:  Immagino di sapere

(17.36)  Dani:  Bisogna essere bravi.

(17.36)  Dani:  Tu mi devi entrare con tutte le dita raccolte, aprirmelo bene bene, e poi una volta entrato farmi sentire la tua mano che mi ravana…

   Ma questo fu solo il primo approccio, poi alla seconda conversazione cambiò la musica. Dani non parlava più di sesso, aveva voglia di sfogarsi, di dirmi che si sentiva solo, incompreso e stava cercando l’uomo dei suoi sogni… io non potevo essere quell’uomo.

(21.09) Dani:  Non per te, anzi, tu saresti anche una bella scopata, ma io ho bisogno di qualcuno che mi prenda e mi faccia sentire quanto sono piccolo e indifeso.

(21.10) Dani:  Un uomo

(21.10) Gabriele:  Eppure a vederti dalle immagini non sembreresti piccolo e indifeso

(21.10) Dani:  Lo so, me lo dicono tutti. Ma lo sono dentro.

(21.11) Dani:  Sono insicuro, perché mio padre non c’è da quando avevo tre anni e mia madre m’ha cresciuto come poteva.

(21.11) Dani:  Io li ho sempre cercati grandi, solo che loro si divertono con me quel tanto che basta e poi mi mollano.

(21.11) Dani:  Quante volte stava per nascere una storia e io ci mettevo tutta l’anima.

(21.11) Dani:  Non era tradimento il loro, perché si giustificavano dicendo che ero troppo esigente, possessivo, mentre interessava del bel sesso…

(21.12) Dani:  M’hanno fregato tutti.

(21.12) Gabriele:  Sicuro che con uno della tua età non può essere possibile?

(21.12) Dani: Guarda, ci sono anche stato con ragazzi come me, come te, però non scattava mai la passione che m’avrebbe portato ad amarli, a desiderarli accanto per sempre.

(21.13) Dani: Con gli uomini sì.

(21.13) Dani: Appena sentivo che si impossessavano di me la mia mente correva verso la felicità, ero subito pronto a scommettere che non sarebbe mai finita questa gioia.

(21.13) Dani: Sono stato io a chiedere di vivere insieme, di provare a costruire qualcosa d’importante, ma le risposte non sono venute, perlomeno non come avrei desiderato io.

(21.14) Gabriele:  Allora sei un tipo fedele?

(21.14) Dani:  Quando decido di puntare su una storia non esiste altro per me.

(21.14) Dani:  Solo una volta mi sono trovato tra due fuochi, non è stato bello. 

(21.15) Dani:  Alla fine li ho persi entrambi.

(21.15) Dani:  Cazzo, tanto li avrei persi comunque.

(21.15) Gabriele:  E adesso? Se sei qui vuol dire che stai cercando ancora

(21.16)  Dani:  Diciamo che adesso sto facendo la puttana.

(21.16)  Dani:  È il mio limbo.

(21.16)  Dani:  Non mi piace, però i soldi fanno comodo.  

(21.16)  Dani:  A casa mia non ce ne stanno tanti.

(21.16)  Dani:  E io devo studiare, devo crearmi un avvenire.

   Sul piano del dialogo c’eravamo trovati, anche se lui parlava più di me, da buon narcisista. Finimmo per incontrarci presto. Fu un pomeriggio d’ottobre molto caldo. Lo andai a trovare sapendo che tanto sarebbe stata una chiacchierata senza sviluppi fisici. I patti erano chiari sin dal principio.

   «E dimmi, Dani, riesci a far soldi andando con gli uomini?»

   «Certo! Io mi sono trovato con un tipo che m’ha abbordato in sauna e m’ha detto che ero adatto a fare l’escort. Tanto gentile, anche se…»

   «Anche se?»

   «Capirai, prima ha voluto provarmi lui da solo in stanzetta e poi mi ha proposto quella cosa.»

   «E quanti siete?»

   «Senti, senti. Sei interessato, vedo che ti piace l’idea.»

   «Oddio, a casa mia i soldi non mancano, però io non è che ne veda moltissimi… Mio fratello sì, lui è trattato come un principe.»

   «Ho capito. T’hanno adottato e non sei che la ruota di scorta.»

   «Purtroppo è così. Sono lasciato libero di fare quello che mi pare. Non mi controllano, però è come se io non esistessi. Un motivo c’è, ma è una storia lunga. Semmai te la racconterò uno di questi giorni.»

   «Vuoi venire anche tu insieme a noi? Ti presento io al tipo e vedrai che gli piaci. Ci scommetto il culo che sei il pezzo che gli mancava.»

   «Se non ha ragazzi neri, io posso andare bene.»

   «Però lui punta di più su ragazzi passivi. Tu sei versatile…»

   «Io posso andare lo stesso. Vorrà dire che mi limiterò a prenderlo.»

   «Ci parlo io. Lo convincerò a fare un’eccezione. Cambierà repertorio e inserirà un bel ragazzo nero e versatile…»

24 aprile

   Dani mi presentò a un suo amico, un ragazzo che conosceva da anni, con il quale aveva tante cose in comune, ma che cercava di tenere lontano da alcune situazioni. Quell’amico andava bene per battere, ma non poteva partecipare come confidente ai suoi racconti intimi. Si faceva chiamare Tony, non so se quello fosse il suo vero nome, certo è che entrai subito in confidenza con lui e non ho mai saputo, né mi interessava, come si chiamasse realmente. Tony è diventato presto l’elemento che mi serviva per distrarmi. Avevo iniziato a provare qualcosa per Dani, ma avevo paura di perderlo. Tony faceva parte del gruppo dei marchettari, preferivo avere lui come punto di riferimento. Lo seguivo ed evitavo così di trovarmi a “lavorare” insieme a chi non accettavo di vedere mentre vendeva il proprio corpo.

   Con Tony scoprii un mondo ancora più nuovo. Lui amava la fotografia, più che altro amava fotografarsi in tutte le pose e riempire profili su profili mettendo il suo viso, il suo corpo, tutto. Rideva di Dani perché secondo lui non si sapeva presentare, non si sapeva fotografare. E allora mi convinse a fare un book. Le idee erano sue, solo sue. Dovevo soltanto assecondarlo.

   Tony mi aveva smerciato con quelle foto. Un giorno venne tutto sorridente e mi disse che bisognava andare assolutamente a casa di un gran signore, un industriale che organizza orge e vuole ragazzi belli, freschi, disinibiti. In una sera avremmo guadagnato un casino di soldi. Non ci pensai due volte. Dani non c’era, quindi potevo andarci tranquillamente… Saremmo stati solo noi due, Tony e io, in questo cottage esclusivo. Appena pronunciò il nome del proprietario mi prese un colpo: l’avevo visto qualche giorno prima alla tv in un’intervista al telegiornale, dove parlava di riassetto economico dell’industria e altre cose tecniche a me incomprensibili. Sapevo che era sposato, con figli, e vicino alle forze conservatrici della politica. Niente di strano. Vizi privati, pubbliche virtù.

   Tony si fermò davanti al cancello e suonò presentandosi come “Fresh rose e il suo amico Aroused ebony”. Entrammo attraversando il giardinetto illuminato da faretti interrati. Un maggiordomo in abiti settecenteschi, con tanto di parrucca, ci accolse con un sorriso smagliante… La sala dei divertimenti era lì già pronta, senza anticamere. Tende pesanti color carminio, come quelle dei teatri, tappavano le finestre. Le luci provenivano da un’infinità di candele accese su candelabri sparsi ovunque, candelabri d’ottone dal lungo braccio. Un tappeto persiano di dimensioni superbe copriva il pavimento, e cuscini dappertutto. Una poltrona in noce laccata con bordi argentati di fronte all’entrata, e ai due lati della sala due enormi dormeuses, sempre dello stesso stile del XVIII secolo. Tutto qua l’arredamento. Però che atmosfera!

   Il maggiordomo aprì una porta alla destra della poltrona e fece entrare tre ragazzi, uno più avvenente dell’altro. Erano già nudi, ma anch’essi indossavano una parrucca Ancien régime. Questi ragazzi ci portarono in uno stanzino lì vicino per farci togliere tutti i vestiti e munirci della parrucca richiesta dalle circostanze. Al nostro rientro, nella sala trovammo l’industriale abbigliato come un novello Marchese De Sade a darci il benvenuto. Ad un suo cenno fu portato un carrellino con bocce, boccette, scatolette… in definitiva si trattava di fialette di Popper, cocaina, amfetamine, efedrine, ecstacy e altro… Si poteva dar avvio alle danze.

   Ma l’industriale non partecipò direttamente al galà, se ne stava in poltrona ad osservare le nostre esibizioni, si alzava per offrire le sostanze sul carrellino e consigliare le migliori per portarci al giusto grado di eccitazione. Lui assisteva e dirigeva, sempre con il costume addosso.

   Me ne stavo in mezzo a questi ragazzi dai corpi snelli, tonici, e i bei cazzi in erezione. Tony era il meno perfetto esteticamente, con il suo bacino femmineo e gli addominali assenti, però attraeva tutti per le pose da gran puttana. Ci sapeva proprio fare con la sua passività ostentata e totale. Al servizio di tutti, me incluso, capace di ogni diavoleria nell’arte della sodomia. L’industriale era paonazzo, sembrava sul punto di buttarsi tra noi, ma allo stesso tempo resisteva incollato sulla sua poltrona. Mi chiedevo come facesse a resistere di fronte alle esibizioni di Tony, che si faceva inchiappettare in qualsiasi posizione e contemporaneamente eseguiva dei pompini da favola. Com’era possibile starsene saldi, seduti mentre un 69 praticato in circolo da noi cinque avrebbe schiodato chiunque altro presente in quella sala?

   Louis era il mio preferito, così marmoreo, con i muscoli ben delineati, la pelle senza peli, e un cazzo che competeva con il mio. Il suo volto liscio, le labbra carnose, il naso fine, i capelli neri e gli occhi color pervinca. Anch’io fui scelto da lui e durante la serata la nostra coppia si ricompose spesso.

   Non ricordo tutto, a parte la maestria di Tony e la mia passione per Louis… eravamo talmente fatti per quello che avevamo preso… però non potrò dimenticare alla fine delle nostre piacevoli fatiche, mentre mi stavo rivestendo, d’aver scorto incautamente dalla porta socchiusa del suo bagno privato l’industriale che orinava… aveva un pene infantile, curvo che forse non poteva sostenere nemmeno una piccola erezione… fu uno sguardo veloce che feci in tempo ad avere per capire il vero motivo del suo comportamento durante l’orgia…

   Quella sera ci fruttò cinquecento euro. Grazie Tony!

  

26 aprile

   La mia storia s’è ingarbugliata, ho scritto molto, dalla spazzatura del cassonetto dov’ero in principio alla spazzatura di questa vita da marchettaro. Ho sempre accennato a Dani come al ragazzo che amo, in un modo o in un altro gli ho fatto fare delle capatine veloci e poi l’ho rimesso nel cassetto. Ma non è giusto. Devo affrontarlo.

   Il vecchio che mi aveva ospitato e pagato senza chiedermi una prestazione sessuale è stata l’unica persona a cui ho confessato la mia pena.

   Dani non se n’è mai voluto andare via dalla mia testa, tra sclerate mie e lontananze sue. Ormai il nostro rapporto, così bello, così unico, così speciale, langue su Messenger da più di due mesi, e l’e-mail che dovevo mandargli resta sempre lì e s’ingigantisce… Lui fa marchette come me, ma non le facciamo insieme per scelta mia. E lo sa benissimo. La discussione a cui accennai con il vecchio c’era stata ed era venuta fuori proprio perché Dani m’aveva riferito che circolavano voci su una relazione tra lui e me. Non è vero che aveva confermato questa relazione. Dani smentì subito la cosa. È esattamente il contrario di quello che ho detto al vecchio. La verità è che io avrei proprio voluto da parte di Dani una conferma alle voci. Preferivo una sua menzogna che sapeva di speranza per me… non me ne importava niente, meglio essere la marionetta del suo teatrino personale che non essere niente, come adesso… sì, sarei stato lusingato d’esser preso come finto ragazzo per fargli fare bella figura… invece nulla, solo una mia invenzione, una mistificazione preparata lì per lì al vecchio…

   Ancora un lunedì senza angeli né diavoli. Un lunedì inglorioso.

   Tra un corso e l’altro, sbadigliando, mi prendo qualcosa in un bar e siedo. Il portatile si apre e compaiono le icone dei miei files di documenti sul desktop:

  Psichiatria

  Psicologia della personalità

  Psicologia Dinamica

  Psicometria

  Psicopatologia dell’adolescenza

  Psicologia dell’orientamento e dei processi di formazione

  Psicobiologia e psicofisiologia dello sviluppo

  Psicologia dello sviluppo del linguaggio e della comunicazione

  Psicologia dello sviluppo sessuale e affettivo   

  Psicologia dello sviluppo: dall’adolescenza alla vecchiaia

  Psicologia e psicopatologia dello sviluppo sessuale 

  Psicopatologia dello sviluppo

  Dani

  Corpo

  E riapro il file “Dani”… la vecchia e-mail…

   In quest’e-mail che ti mando c’è il riassunto di tutto quello che finora ho detto, ho fatto, ho dimostrato.  

   Le persone che hai incontrato finora le incontrerai di nuovo.

   Gli uomini, i ragazzi, i fidanzati, chiamali come ti pare, che hai avuto fino ad oggi li potrai avere ancora e ancora. 

   Tutti i tuoi amici, così come sono, li avrai sempre.

   Me no. Io sono capitato una volta e non capiterò più. Non avrai un altro come me. Io sono irripetibile. 

   Se condividi le mie parole allora sai il perché sono speciale e sai anche che io posso effettivamente rappresentare una svolta, un’occasione. Non resta che approfittarne.  

   Se non condividi le mie parole allora vuol dire che mi hai scambiato per qualcun altro, per uno dei tanti. E allora la mia presenza non ha senso alcuno, perché non riesce e non è riuscita a incidere. 

   Tutto qua.

    Tutto qua? No.

   Continuo a scriverci sopra:

   Il giorno in cui mi avrai dimostrato quanto hai pianto, hai sofferto, hai lottato per me, sarà il giorno che mi farà sentire davvero tuo.

   Non so cosa ti hanno fatto, ma te l’hanno fatta davvero grossa se non ti accorgi che c’è qualcuno come me. Il cuore ce l’hai ancora, non è andato perso, è soltanto il cuore ferito e deluso, disperato anche, o forse solo molto distratto… questo cuore è ora agli ordini del tuo cervello che ti dice di non lasciarti andare, di non cadere più, di non farti abbandonare più… e non ti abbandoni, non vedi, non sai che in un altro cuore è nato qualcosa di grande dedicato a te… Non vuoi crederci?

   Ma non vuoi sapere, blocchi l’ascolto di quelle parole… 

   Che ne sai cosa vuol dire organizzare mille modi per chiudere con te, pensare come un paranoico a mosse che non verranno mai fatte, e poi mettersi in ginocchio, chiedere perdono per aver avuto questi pensieri folli…

   La verità tra noi c’è sempre stata, ma non doveva venire fuori… Quest’amicizia che tu speri resti così all’infinito: una bella addormentata. Non vuoi che si svegli, altrimenti rischi di sentirla parlare… 

   Ma tu non sei disposto a trattenermi pur di avermi, perché non mi ami… Tra noi due tu hai fatto vedere di poter vivere bene anche senza di me…

   Te l’hanno fatta proprio grossa se mi costringi a mentire, perché non voglio perderti dicendo che non posso vivere senza di te…

    Sinceramente… è una bellissima ossessione che ha messo le radici, non dà frutti immediati e allunga il tempo. Dovrei combatterla, disintossicarmi da una dipendenza e ricominciare da capo? Lo so che è ridicolo quello che scrivo… no, non lo è, ma credo che lo sia per Dani e per chi non vive nei miei panni questa storia senza storia.

   Chiamo Dani al cellulare… stranamente mi risponde.

   «Ciao, come va? Avevo voglia di sentirti…»

«Sei tu Gabri…», e dal suo tono di voce avverto la noia…

«Ti sto disturbando?»

«Mi sono svegliato adesso…»

«Scusami, sono il solito rompipalle.»

«No, figurati…»

«Dai, Dani, ti chiamo più tardi. Scusami ancora.»

«Va bene… Ciao ciao.»

   Mi prenderei a schiaffi. Che l’ho chiamato a fare? Era logico infastidirlo, lui a quest’ora dorme dopo le sue scorribande notturne della domenica sera. Non le conosco più, non me le racconta più. Ne sono escluso. Siamo lontani e nemmeno su Messenger riusciamo a contattarci. L’ultima chattata risale al 5 aprile scorso. L’unico modo che ho per averlo vicino è continuare a scrivere l’e-mail…

   Non voglio perderti, ma ti perdo se dico che senza di te m’è impossibile vivere. La verità è che questo silenzio, questa separazione… è la prigione in cui m’hai rinchiuso. 

   Nel tuo universo io sono una figura spirituale, un nume tutelare, un protettore, quante volte m’hai riempito di lodi, complimenti, parole che tra amici non vengono dette… ma il tuo universo è sempre meno il mio, questo è quanto. Ed io non ho l’indirizzo della casa dove mi trovo nel tuo universo, non me l’hai mai dato l’indirizzo… 

   Hai sempre i tuoi impegni, sei distante, forse credi che basti rifarsi vivo tra un mese, per vedere se nel frattempo mi sono calmato, rassegnato… L’avrà capita Gabriele!

   L’ho capita, l’ho capita. Non ti preoccupare.

   Non sono l’uomo della tua vita e le qualità che mi hai attribuito in passato non bastano per convincermi d’essere la persona speciale che speravo di essere…

   Nel tuo universo vivo chiuso in una cellula che sta per impazzire, per diventare tumore e poi morire… ma muore lei e non ti fa morire…non ha la malvagità delle altre cellule…  

   Lo sto ricattando perché lo desidero. Non ne ho il diritto.

   È una pazzia, sto per compierla. Sbando, sbando e non ho più il controllo. Il dito schiaccia il pulsante del mouse… e la mia e-mail parte… Parto anch’io.

   Squilla il cellulare e rispondo. È Dani.

«Gabri, mica sei a lezione?»

«No. Sono in un bar e aspetto d’andare a mensa tra un’oretta…»

«Bene. Io sono libero. Ti andrebbe di mangiare un boccone insieme?»

«E me lo chiedi? Certo che mi va? Io resto qui, se vuoi mi puoi raggiungere…»

«Al solito bar davanti alla facoltà?»

«Sì…»

«Ok. Sarò lì tra breve.»

   Sono all’oscuro di cosa sia successo in quei minuti mentre continuavo a digitare sconsolato la solita e-mail… Un brivido di soddisfazione… e poi? Oddio, perché mi vuole vedere dopo tanto tempo? E io che gli dico? Ma che cazzo sta succedendo? Panico…

    Dani entra nella saletta dove sono, il suo aspetto non è curato come al solito, s’è svegliato da poco, ha fatto una doccia veloce e mi ha raggiunto. Sento il profumo del suo corpo lavato…

   «Che volata! Sai, avevo voglia di parlarti…»

«Lo vedo… l’ultima volta che ci siamo visti non la ricordo più…»

   «Per favore, non voglio polemiche. Sono successe tante cose, Gabri. Tante. Non sai quante…»

   «Anche a me ne sono successe…»

«Immagino…»

«No, Dani, non puoi.»

«Perché?»

«Perché è al di là della tua immaginazione…»

«Seeee, ma che spari?»

«Niente. Ma puoi chiedere al tuo amico Tony per avere conferme.»

«E chi lo vede? Però, voi due… vedo che siete culo e camicia…»

   «Non abbiamo litigato mai, però questo non significa che andiamo d’accordo. La cosa è diversa…»

   «Gabri, non capisco quello che vuoi dire.»

   «Io so solo che sto facendo il marchettaro… ma perché lo sto facendo? All’inizio mi piaceva pure…  dimenticavo…»

   «Dimenticavi cosa?»

   «Quanto sono solo e quanto mi manchi qualcuno accanto a me. Tutti quei corpi messi insieme non ne fanno uno. Ma ora quello che ho passato sbattendomi lo sto accusando, e non mi serve più tapparmi il naso. È troppo il disgusto… Non parlo della morale. Il discorso è un altro.»

   Dani è strano, impacciato, come se mi vedesse per la prima volta. Nemmeno, perché la prima volta era più spigliato… Si agita, tamburella con le dita… Ogni tanto si fissa. Ho l’impressione che la sua testa vada per i cazzi suoi, e non ascolta le mie parole… però adesso l’espressione del suo volto è cambiata, le mie ultime frasi hanno avuto un effetto su di lui. Mi osserva in un modo…

   «Dani, perché mi guardi così con quell’aria da cane bastonato?»

   «Tu credi che a me non sia pesato fare il marchettaro? La grana mi fa comodo e non ci sputo sopra. Tra le cose che ti volevo dire c’è anche questa: ho deciso di smettere di vendermi. E vorrei che anche tu smettessi… Non siamo poi diversi noi due. Siamo soli…»

   «Lo so. Due cani randagi in cerca di padrone.»

   «Gabri, se ci siamo incontrati non è un caso. Tu per un motivo, io per un altro, siamo finiti a battere. Non so se lo hai fatto per seguire il mio esempio, e in quel caso ti chiedo scusa per averti coinvolto …»

   «No, non chiedermi scusa. Potevo non farlo. L’ho fatto. In fondo è come se l’avessi fatto continuamente. Il mio corpo l’ho sempre venduto per ricavarne un po’ d’affetto, solo che questa volta avevo un riferimento. Ed eri tu. Sì, desideravo condividere questa esperienza con te, ma non insieme a te. Lo sai che non avrei mai potuto vederti mentre te ne andavi con un uomo…»

   «Neanch’io avrei potuto… non te l’ho detto finora, sono stato uno stronzo a non dirtelo… Ma ora non ha più senso che tu continui o che ti faccia queste paranoie… Basta. È giunto il momento che lo ammetta…»

   «Cosa?»

«Che ti amo.»

Lo ha detto o me lo sono immaginato?

«Un momento, Dani… oddio… vuoi ripetere? Non sarà mica uno scherzo?»

«Sarebbe di pessimo gusto.»

   «Lo hai sempre negato! Mi hai ripetuto fino alla nausea che tra noi due ci poteva essere soltanto un’amicizia… e negli ultimi tempi non c’eri più, credevo d’essere diventato una decorazione dell’avatar di Messenger, da vedere sfilare mentre si collega insieme alla bioline, e rimanere lì sperando che tu cliccassi sopra l’indirizzo del mio contatto per scambiare con me quattro parole… »

   «Non mi sono più fatto vivo, sono sparito. Non trovavo il modo per dirtelo ed evitavo di contattarti.»

   «Ricordo perfettamente che non mi avevi offerto alternative, che c’era da accettare le tue condizioni, altrimenti… aria! Io non ho mai avuto l’intenzione di troncare i rapporti, e le tue condizioni le ho accettate, non ti ho mai chiesto nulla che non fosse diverso da quello che tu avevi stabilito. E che si poteva fare? Tu mi avevi semplicemente messo di fronte ad un diktat, ma nel frattempo continuavi a dire cose troppo impegnative, troppo profonde perché me ne stessi indifferente… »

   «Neanch’io ero indifferente, solo che non lo volevo accettare. Ma perché mi stai dicendo questo? Pensavo ti facesse piacere, credevo tu ci avessi sempre sperato…»

   «Io c’ho sempre sperato! Fino in fondo mi sono augurato di venirne a capo, magari di conquistarti con i fatti. Ma tra noi due io sono stato quello che aspettava… »

   «L’attesa è finita, Gabri. Sei un ragazzo, non un uomo, non una figura adulta che in questo momento sentirei necessaria … perché non l’ho mai avuta, anche se ho incontrato tanti uomini… la mia storia te l’ho raccontata, sai benissimo cosa m’è mancato, ed è già tanto che sia riuscito finalmente a tirare fuori dalla mia pancia questo malloppo che non mi fa vivere le emozioni come vorrei…»

   «Cosa cazzo stai dicendo? Allora mi ami senza sentirmi necessario?»

   «Ti amo perché sei tu, perché sei vero e non una mia proiezione. Tu non sei il rimpiazzo di un padre che è sempre stato assente. Ho passato dei mesi a pensarci sopra…»

   «Nel frattempo mi respingevi…»

   «No, Gabri, io mi chiedevo perché non riuscivo a fare a meno di te… Non ti ho mai respinto. Vedi, io potevo davvero prenderti per il culo, sfogarmi scopando con te una sera ed evitare di farti sognare scaricandoti subito dopo … Anche tu, forse, non mi avresti desiderato così tanto se la prima volta fossimo finiti a letto… sì, ho detto delle cose ben precise, ed erano stupende e reali… in te ho sentito subito una sensibilità, una forza, che non avevo mai riscontrato prima…»

   Sogno di essere uno scrittore tanto alla moda, un cantore dei giovani gay, un trovatore che dice tutto e il contrario di tutto.

   So solo contraddirmi, rimproverarmi, sclerare, schizzare, celebrarmi, vomitarmi addosso, fare la donna persa, l’uomo smarrito, giurare che per avere un’anima bisogna essere soltanto una troia, meglio se gonfia di anfetamine, droghe varie e avventure in mezzo mondo a darlo via.

   Sogno di leggere la pagina finale del mio romanzo:

   “Uomini, pezzi di merda, la maggioranza delle volte che lo dite… il vostro “ti amo” non è vero. Diventa una caccola che vi staccate dal naso e appiccicate sotto la sedia… l’avete annusato l’amore spalancando le narici… Credete di amare, ma lo sapete che l’amore dichiarato fa il suo ultimo viaggio e non torna più? Non riparte. Si ferma, si ammoglia, si contenta, o si scarica di un peso insopportabile, o di se stesso… Dire “ti amo” per non amare più, per togliersi d’impaccio, per levarsi di culo, per sigillare una busta che un altro aprirà secoli dopo, una busta che conteneva la speranza, la ricerca, l’entusiasmo.”

   Sono qui con Dani che mi ha appena fatto la sua dichiarazione d’amore. Ero io che sognavo di fargliela una volta per tutte, dopo averla sempre accennata. Ero io che tremavo all’idea di fargliela tutta intera. Avevo pronto un altro discorso, convinto del suo “no”. Avrei detto:

   “Ma perché non ne approfitti della mia presenza? Perché non fai di me una persona davvero importante e irripetibile? Io non sono un parto della fantasia, io esisto!

   Io non voglio rompere con te, ma nemmeno vivacchiare e fare l’eterno innamorato … Se non si può avere un’emozione da condividere insieme, perché non ci sei mai e quando ci sei ci stai poco, allora non ha senso puntare su un rapporto così precario. Ti rendi conto della responsabilità che ti sei preso quando mi hai coinvolto nella tua storia? Hai dovuto specificare che razza di rapporto volevi, salvo poi riempirmi di attese che, francamente, tra amici non ci possono stare. Tu lo sai benissimo, non ti sto dicendo una cosa che non comprendi, però non ne sai venire fuori, perlomeno non adesso…”

   Avrei detto quelle cazzate.

   Mi sfilano davanti tutte le conversazioni su Messenger, al cellulare, gli incontri sempre più rari.

   Solo ora capisco che sono io a non venirne fuori, che il mio amore aveva la pancia gonfia come i bimbi africani denutriti…

   Solo ora mi fanno mangiare tutto insieme il cibo che avevo sognato per diciannove anni… non lo trattengo, lo vomito…

   E io sono africano, con la pancia gonfia, anche se mi hanno sempre nutrito…

   Linda, avevi ragione?  perché non sono felice?

   «Per la prima volta qualcuno mi dice “ti amo”. Non me l’aspettavo. È troppo bello, ma mi sto cagando sotto. Era da una vita che mi sentivo pronto a dirtelo, ma rimandavo… non ero preparato a sentirmelo dire…»

   «E non sei contento? Non era quello che volevi…»

«A questo punto non lo so più. Dani, non lo so.»

«Come non lo sai?»

   Dani è mortificato, deluso, credeva di farmi una sorpresa. C’è riuscito, ma non riesco a reagire secondo le sue aspettative. Ho bisogno di andarmene da quel bar e rimanere da solo. Se sto con lui un altro minuto impazzisco… Lui è abbattuto, sta piangendo e mi implora di parlare, di dire qualcosa. E io non ce la faccio più… Lo liquido con una parola, “scusami”, e poi scappo… Non mi segue, non mi trattiene, mi lascia andare. Tiro dritto, non mi volto.

   Pago il mio caffè alla cassa. Dal portafogli mi cade un biglietto. C’è un numero di cellulare, un indirizzo e un nome. Louis.

   Ci metto un po’ per realizzare. Ma non subito.

27 aprile

   So di chi si tratta. Quel nome non mi è nuovo. Riemerge dalle nebbie…

   Era Louis, il ragazzo con gli occhi pervinca che incontrai mesi prima durante la famosa orgia nel cottage dell’industriale. Il corpo che mi piacque di più tra quelli scopati era il suo. La nostra fu un’intesa sessuale immediata, già profonda, collaudata, pronta ad esprimersi al di là delle regole che l’occasione dettava.

   Che ne sapevo che Louis senza avvertirmi aveva infilato il biglietto nel portafogli dentro la tasca dei miei pantaloni? In tutto questo tempo non avevo controllato tra le tessere, i pezzi di carta, gli scontrini, avevo altro a cui pensare, e a dire il vero mi ero proprio dimenticato di quel corpo… una passione travolgente di una serata, eccezionale, ma effimera… Una volta vestito, pagato, uscito dall’orgia, Dani tornava ad essere in cima a tutti i miei pensieri…

   Però, guarda il caso che scherzi ti fa: nel momento più importante tra Dani e me, il più atteso, ti sbuca fuori quel biglietto…

   Non ho dormito molto la scorsa notte, sì e no due ore. Tutta la giornata l’ho trascorsa in uno stato di rincoglionimento rimuginando sulla dichiarazione di Dani. Intronato, senza convincermi del perché sono scappato via. L’ho fatto e basta o c’è un motivo? L’ennesima sclerata? E poi non l’ho nemmeno cercato Dani. Lui sì. Messaggi sul telefonino di due o tre chiamate da parte sua andate a vuoto. Avevo spento tutto. Non rispondevo. Dovevo capire cosa cazzo mi stava prendendo.

   Louis che ritorna dopo mesi, un nome che si fa carne, una memoria che riaffiora, stralunata all’inizio e poi più chiara, libera dagli effetti postumi delle droghe assunte la sera dell’orgia.

   Allora Louis è esistito davvero, esiste se in queste ore mi viene a trovare, mi conforta, m’incuriosisce.

   Decido di andare a cercarlo all’indirizzo che avevo con me…

   Perché faccio questo?  Mi distraggo un po’, voglio capire…

Louis dovrebbe stare a un chilometro da casa mia…

   Il numero è quello di una villetta di recente costruzione.. Suono alla porta e qualcuno mi apre. Una donna di mezz’età, con uno strofinaccio in mano. La domestica? La madre? Mi guarda con sospetto. Le chiedo se lì abita un certo Louis. Annuisce. Louis vive lì. È in casa. Posso vederlo. E mi fa cenno di seguirla… la seguo. Sta zitta e mi indica una porta nel corridoio.

   «È là!»

   Posso entrare, la donna mi dà il permesso. È la sua camera e Louis si trova dietro una scrivania. Fa qualcosa al computer. S’accorge di me, s’interrompe, sorride, mi riconosce, poi torna serio e abbassa lo sguardo… non si alza… mi avvicino e sbianco: è su una sedia a rotelle.

   Sono fermo, rigido, devo avere una faccia da paura. Louis mi viene incontro e prova ad alleggerire il mio disagio.

   «Prendi pure una sedia, non stare in piedi… Lo so, ci siamo incontrati una volta sola e io non ero ridotto così. Ero un altro… meglio di questo che stai vedendo adesso. Non posso più camminare, purtroppo.»

   «Mi dispiace, mi dispiace…»

   «Di cosa? Me la sono voluta. Avevo tutto per starmene tranquillo e invece… Ma dimmi, com’è che è passato tanto tempo? Io speravo tu ti facessi vivo prima.»

   «Non ci crederai, ma il tuo biglietto l’ho visto solo ieri. M’è caduto dal portafogli…»

   «Ce l’avevo messo mentre tu eri via, non so, forse al bagno…»

   «Sicuramente… però…»

«Vuoi sapere cosa è successo?»

   «Se non ti va di dirmelo…»

   «Perché no? Sono stato un escort fino a quattro mesi fa. Tu probabilmente lo sei ancora…»

   «No, non lo voglio più essere. Mi sono rotto i coglioni.»

   «Non ti faccio la predica, sono l’ultimo che te la può fare. Mi sei piaciuto subito quella sera… Ho provato delle belle sensazioni a stare con te. Anche se era tutto combinato, c’era una sintonia tra noi.»

   «Anche tu mi sei piaciuto molto, ma…»

   «Ma hai un ragazzo.»

   «No, non ce l’ho. Volevo averlo. Mi ero innamorato di un mio amico…»

   Sto usando un verbo al passato. “Ero innamorato”. Non c’ho pensato due volte ad usarlo, e questo la dice lunga di come ho reagito agli avvenimenti di ieri. Mi sto già buttando alle spalle Dani? Tutta la lunga attesa coronata da successo che fine ha fatto? Non era quello che desideravo sentirmi dire da Dani “ti amo”? O sono io che m’ero affezionato troppo all’idea di non essere ricambiato? Comunque io sono qui da Louis mentre potrei essere benissimo con Dani. La logica vorrebbe che fossi da lui. Ma sono qui con Louis…

   «Avevi un altro per la testa. Ho capito. C’era da immaginarselo. Per questo c’hai messo tutto questo tempo… Le circostanze ti hanno impedito di trovare il biglietto…»

   «L’importante è che l’abbia trovato… Ma, dimmi, a te cosa è successo?»

   «Giusto. Avevo cominciato e poi mi sono interrotto… Lo scorso 28 dicembre tornavo da una di quelle serate e guidavo. Puoi immaginarti in che condizioni ero. Strafatto. E ho sfasciato l’auto. M’hanno estratto vivo dai rottami… due mesi d’ospedale e questo bel regalino finale. Non c’è più niente da fare. Resterò inchiodato sulla sedia a rotelle per sempre.»

   Che aggiungere? Non è proprio il caso di ripetere “mi dispiace”. E mi dispiace veramente vedere un ragazzo così bello che non può muoversi e ha davanti un futuro tutto in salita, pieno di ostacoli…

   «Credevo d’essere immortale, di non avere niente e nessuno che mi fermasse, e invece… eccomi qua. Ma, non preoccuparti, la lezione l’ho imparata a duro prezzo. Per forza l’ho dovuta imparare, con questo affare che mi permette di muovermi non c’è modo di far finta. Non sono più autonomo, dipendo un po’ da tutti, dalla mattina alla sera ho bisogno che qualcuno mi tiri giù dal letto e mi metta qui sopra, per poi levarmi di nuovo e rimettermi a dormire. Manu mi aiuta ad andare in bagno, mi lava…»

   Non ce la fa a parlare, scoppia in un pianto dirotto.

Volo da lui e lo abbraccio, come posso, accovacciato.

Vorrei prenderlo in collo.

Piango anch’io.

Queste lacrime vengono da lontano.

   Sono le lacrime che non versai quando mi presero dal cassonetto.

   Sono le lacrime che non versai quando mi portarono in istituto.

   Sono le lacrime che non versai sperando d’essere coccolato dall’assistente che mi faceva il bagnetto.

   Sono le lacrime che non versai alla morte di Mattia.

   Sono le lacrime che non versai per essere stato adottato.

   Sono le lacrime che non versai per i soprusi di Ivan e la freddezza dei miei primi “genitori”.

   Sono le lacrime che non versai accettando di diventare schiavo di Marlon.

   Sono le lacrime che non versai il giorno in cui abusarono di me.

   Sono le lacrime che non versai sentendomi tradito da Marlon.

Sono le lacrime che non versai ad ammettere che ero gay.

Sono le lacrime che non versai alla morte di Leo.

   Sono le lacrime che non versai mentre m’iscrivevo a quei siti web dove ci si incontra per amore, amicizia, sesso, chat.

   Sono le lacrime che non versai quando conobbi Dani.

Sono le lacrime che non versai cominciando a desiderare Dani.

   Sono le lacrime che non versai con Tony che mi fotografava, mi fotografava, mi fotografava, mi fotografava, mi fotografava, mi fotografava, mi fotografava, mi fotografava, mi fotografava, mi fotografava, mi fotografava, mi fotografava, mi fotografava…

   Sono le lacrime che non versai il primo giorno che iniziai a battere.

   Sono le lacrime che non versai per la gioia di ascoltare parole alate dette da Dani e dedicate a me.

   Sono le lacrime che non versai per la frustrazione di ascoltare Dani che diceva: “Mi dispiace, ma tra noi ci può essere solo amicizia”.

   Sono le lacrime che non versai sopra i soldi che facevo vendendo il mio corpo.

   Sono le lacrime che non versai ieri mattina quando Dani mi ha detto “Ti amo”…

   «Grazie Gabriele… Sono spariti tutti. I miei migliori amici non mi considerano più, sono uscito dal loro giro, e va bene così. Ero amico quando stavo in piedi, ora mi sono seduto e non possono scendere… Ma tu sei venuto a trovarmi…»

   «Sarei venuto prima…»

   Sarei venuto prima per fare sesso con Louis, per ripercorrere il grande godimento che mi aveva dato durante l’orgia. Me lo sarei scopato e avrei dimenticato per un po’ Dani, o l’avrei ricordato di più… Invece eccomi qui davanti a un ragazzo paralizzato, che ha rotto il serbatoio del mio pianto raccolto in diciannove anni…

   Lo accarezzo, lo bacio e non sono altro che quelle carezze, quei baci.

   Il telefonino dentro il giubbotto posato sul letto squilla, vibra, sta per rompere l’incanto. Louis mi chiede perché non rispondo. Non voglio staccarmi da lui. Se rispondo adesso poi me ne pento, me ne pento per sempre. Sono rimasto troppo tempo con gli occhi asciutti e ora è arrivato il momento di piangere, di stringerlo a me il suo corpo, di essere io il corpo d’amore che non arrivava mai…

   «No, è troppo importante questo momento… Mi sembra che doveva succedere. Ora lo so. Tu che ti facevi del male, io che continuavo a farmi del male. Il nostro incontro, e in mezzo giorni su giorni in cui è accaduto di tutto. »

   «Ma potrebbe essere il ragazzo che ti chiama…»

   «Può darsi…»

   «Ma lo ami veramente?»

   «Ero con il cappio al collo. Soffocavo per avere Dani e Dani s’è fatto desiderare a lungo… lui dice che è stato mesi a chiedersi perché non poteva fare a meno di me… ma ha fatto a meno di me e ora se ne viene con una dichiarazione…»

   «Davvero? Ha detto che ti ama?»

«Sì, Louis, ieri mattina.»

«Allora il tuo sogno s’è realizzato!»

«Non lo so. »

«E ora come ti senti?»

   «Sto bene qui con te. Sì, Dani mi è tornato in mente quando ha iniziato a suonare il telefonino. Sicuramente è lui che mi cerca. Forse dovrei sentirmi in colpa. Da ieri mi rifiuto di rispondere alle sue chiamate e sono scomparso senza dare una spiegazione. Dimmi pure che sono stronzo. Non mi pento e non rinnego una singola parola. Era tutto vero quello che provavo e gli dicevo… »

   «No, non sei stronzo. Me ne sono accorto quella sera. Tu un cuore ce l’hai. Anche se eravamo pieni di roba e schizzavamo, io l’ho sentito bene il tuo cuore. Non eri soltanto un pezzo di carne, un bravo performer, ma molto, molto di più. Mentre stavamo lì a scopare per offrire piacere a quell’industriale impotente e guardone, mi domandavo che cazzo c’incastravi tu tra i marchettari… e io… Il tuo amico Tony va bene per quel genere, è un narciso disperato, gli altri due che erano con me sono e saranno sempre delle perfette puttane senza sentimento, infatti dopo l’incidente m’hanno voltato le spalle, non ne hanno più voluto sapere di me. Ma tu sei un’altra cosa, io sono un’altra cosa.»

   «Non avevo mai pianto in tutti questi anni schifosi. Tu mi hai liberato.»

   «Oh, ti ringrazio, ma non lo so se sono stato io a liberarti… forse stavi per straboccare già da un po’, e oggi, per combinazione, è successo ciò che doveva succedere…»

   «La chiami combinazione? Lo sai com’è saltato fuori il tuo biglietto? Ieri mattina Dani mi ha fatto la dichiarazione in un bar e io sono fuggito invece di restare lì a godermi la bella vittoria. Alla cassa ho preso dal portafogli la mia carta di credito e insieme è spuntato il tuo biglietto… Capisci? Quante altre volte ho fatto lo stesso gesto? Perché proprio ieri mattina e perché dopo che Dani…»

   «Una coincidenza fortunata, almeno per me…»

   «Non ci credo alle coincidenze. Non più. Le cose devono accadere, basta essere pronti a riconoscerle e accettarle. Me ne sono capitate di belle. Io non c’ero mai a raccattare i frutti. Non ho mai preso una decisione vera, a parte l’iscrizione alla facoltà di Psicologia. Hanno sempre scelto gli altri per me. Per una volta che c’ero ho colto l’occasione. Il biglietto.»

13 giugno

Ho sognato mia madre.

   Ieri il mio esame è stato superato con successo. Walter non mi ha privilegiato, come nei patti. C’eravamo rivisti i primi di maggio per parlare insieme. Portavo con me il diario che avevo scritto. Due settimane dopo un nuovo incontro e una bella conversazione. Ancora una volta mi aveva smascherato. S’era accorto che io continuavo a non fidarmi completamente di lui. Era una reazione logica, per me. Io pensavo che lui volesse soltanto abbordarmi… L’ho pensato eccome, ad esser sincero non mi ero convinto molto che avesse delle intenzioni “intellettuali”. Quando l’ho rivisto una sera mentre battevo stavo per andare da lui  a muso duro e dirgli di smetterla di seguirmi… Mi sentivo sorvegliato, studiato, strumentalizzato. Ma poi confrontavo le sue azioni con quelle di chi effettivamente aveva mostrato certi propositi. Accertato che non gli interessavo per scopi sessuali, restava lo stesso un disagio… Il prof. mi ha detto d’esser tornato al battuage e di non avermi visto. Non mi ha nascosto che la cosa gli ha fatto un enorme piacere. S’è reso conto che avevo smesso di fare quella vita…

   Walter ha consegnato il suo contributo scientifico per lo studio sui giovani gay circa tre settimane fa. Ha aggiunto che l’articolo l’aveva finito proprio il giorno della sua ultima apparizione al battuage come ricercatore. Voleva salutare tutti, i ragazzi che lo hanno aiutato con le loro testimonianze… voleva salutare anche me, ma non mi ha visto.

   Il campione intervistato da Walter era di 29 ragazzi… sarebbero stati 30 con me. Ma noi due avevamo deciso di avere un altro tipo di rapporto… E le conclusioni? Ne viene fuori un ritratto doloroso… Non è un bello spettacolo assistere al disastro di persone destinate a sviluppare un’affettività assai incerta. Però il prof. doveva mantenere un distacco e riferire quello che vedeva. Ne ha preso atto, a malincuore, e adesso sta pensando se esistono i margini per un intervento. La sua opinione personale è che siano molto ridotti. Solo occupandosi dei casi singoli e lavorandoci sopra si può sperare di allargare il recupero e la soluzione dei guasti che sono stati commessi. Sarà un lavoro capillare, delicato…

   Ho sognato mia madre.

   È bellissima mia madre, ha la mia stessa pelle, stessi occhi, il naso fine, i capelli neri corvini.

   Mi ha chiesto perdono. Non poteva tenermi, era stata minacciata… da mio padre. Il suo datore di lavoro.

«Mamma, mi manchi…»

«Anche tu, Dankaran…»

«Mi chiamo così?»

«Sì, è il tuo nome.»

   «Mamma, sto studiando, gli esami vanno bene…»

   «Lo so.»

   «Ho sofferto tanto, ma sto venendo fuori… Tra un mese e mezzo circa avrò vent’anni…»

   «Al nostro paese diciamo che la farfalla non conta gli anni, ma gli istanti: per questo il suo breve tempo le basta.»

   «È vero. Ho contato molti istanti e mi sono serviti tutti. Ho bevuto a più sorgenti: acque amare, ma salutari per riscaldare il mio cuore, acque dolci, ma velenose per la mia anima.»

   «Quando sei uscito dal mio ventre, Dankaran, sapevo che non ti saresti perso. Ti ho avvolto in un panno azzurro leggero, era un pezzo di un mio vestito che ho conservato fino alla fine…»

«Potevo morire…»

«No. Sapevo che ti avrebbero raccolto.»

«Perché non mi hai tenuto?»

«Tuo padre non ti voleva. Sono fuggita da lui, senza un soldo. Ho fatto tutto da sola. Ti ho seguito fino a quando non sei stato preso. Ero lì. E poi sono andata via.»

«Che ne è stato di te?»

«Non importa… Tu sei vivo e io sono qui per parlare con te.»

«Mamma, ultimamente sono cambiato.»

«È vero. Lo vedo.»

«Hai visto che sono diverso, eh?»

«Stai vivendo una bella storia, o mi sbaglio?»

«Sì… ma non è con una ragazza…»

«È una persona dalla pelle bianca. Lo so. È un ragazzo.»

«Mi dispiace, Mamma.»

   «Sono contenta, Dankaran, che ci sia una persona che ha bisogno di te e di cui tu hai bisogno.»

   «Sì. Louis. È dalla fine di aprile che ci vediamo, che stiamo insieme… e che facciamo anche l’amore. Io vivo questo rapporto giorno dopo giorno, lo costruisco senza farmi assalire dall’angoscia…»

   «L’angoscia che finisca tutto?»

   «Proprio quella. No, non l’avverto anche perché ho incontrato qualcuno che mi dà fiducia e non mi chiede di dimostrare niente. La nostra presenza basta da sola a dare un senso ai nostri incontri. Credo che il destino ha voluto farci un bel regalo.»

   «È un ragazzo che ricambia le tue attenzioni, risponde ai tuoi segnali. Non è così?»

   «È vero. Ci facciamo trovare pronti quando ci chiamiamo. I nostri sono appuntamenti che crescono d’intensità. Nel momento peggiore della nostra vita abbiamo unito le forze, stiamo diventando grandi insieme.  La sua diversità che lo costringe, la mia che non ho mai vissuto fino in fondo… Louis mi sta facendo vedere chi sono…»

   «Pensavo a Mattia, quel bambino down dell’istituto. Anche in lui ti rispecchiavi, in lui vedevi  la tua differenza.»

   «Mattia e io eravamo complementari e diversi allo stesso tempo. Louis un po’ me lo ricorda. È un ragazzo dolcissimo, pieno di premure. Io capisco i suoi pudori, la paura che ha di far pesare la propria condizione, per questo gli vengo incontro senza sforzo e lo rassicuro…»

   «Gli fai da madre!»

«Probabilmente sono diventato la madre che non ho mai avuto.»

«Sì. E sei riuscito ad esserlo con un’altra persona.»

«Mamma, tu lo hai visto Mattia?»

   «Sì, lo vedo. È qui con me. Ti ha amato tanto…»

   «Ma l’ho perso, come ho perso te e ho perso Dani…»

   «Anche Dani ti ha amato, a modo suo, una mano te l’ha data …»

   «Non potrò mai dimenticarlo. Lo amo ancora, forse. Ho commesso tanti errori con lui. Vorrei ancora realizzare un’intesa reale con lui, però per il momento non ci incontriamo…»

   «E ora Louis…»

   «Louis è Louis. Se Dani tornasse per amarmi io non mi sognerei di mollare Louis. Louis mi sta insegnando a non cadere… ora sarei pronto davvero per Dani… Louis non mi ruba niente e io non rubo niente a lui. Non è un rimpiazzo. E lui lo sa. »

   «Però com’è che fai l’amore con Louis?»

   «Non ho tradito il mio sentimento per Dani. E non sto facendo sesso per dimenticare. Louis e io siamo soltanto quelli che vivono il proprio sentimento. Lo saremo sempre.»

«Dani allora sarebbe “l’amor mio che non muore”…»

«Può darsi. Dani è la persona che, nonostante tutto, sarà sempre votata ad avere il mio amore. Avevo sbagliato a dire che ero io ad essere unico, irripetibile, speciale… Dani lo è stato. Dani è venuto e non se ne andrà mai via…»

«E intanto non lo vedi, non lo senti…»

«Lo so. Mi credi un illuso che sta aspettando ancora? Ma non lo sono. E non sono triste, disperato. Non più. Ora so cosa ho provato per Dani. Ho capito. Questo è uno stato di grazia.»

«Ti basta questo?»

«Mamma, credimi, non è poco. Non è poco.»

*************************


Ritornare alla prima pagina di Logo Paperblog