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Cosa c’entra Tiziano Terzani con la Fase 2

Creato il 13 maggio 2020 da Viaggimarilore

Ovvero, perché ascolto "Un indovino mi disse" di Tiziano Terzani mentre cammino per la campagna di Ostia antica

La Fase 2 ci ha finalmente concesso di aprire le porte di casa e di uscire.

Non possiamo fare molte cose, almeno ora all'inizio di maggio, e soprattutto è meglio se le facciamo da soli. Per me che vivo da sola e abito a due passi dalla campagna è la soluzione ideale per camminare in tutta sicurezza, naturalmente armata dei dispositivi di protezione adeguati.

Così, è da qualche giorno che ho ripreso la lettura - meglio, l'ascolto - di " Un indovino mi disse" di Tiziano Terzani. Lo ascolto su Audible, un'app che consente di scaricare audiolibri e di ascoltarli mentre si fa tutt'altro. Mi ha consigliato Audible Silvia del Fancyhollow quando le spiegavo che avrei voluto impiegare in maniera più produttiva il mio tempo in viaggio, soprattutto nei miei lunghi viaggi in macchina verso la Toscana e ritorno, prima che il lockdown avesse inizio. Lei, appunto, mi consigliò Audible, e da allora mai più senza. Tuttavia con l'inizio del lockdown e la fine dei miei lunghi viaggi interregionali avevo accantonato l'ascolto del libro che avevo in corso, " Un indovino mi disse" di Tiziano Terzani, per l'appunto. L'ho ripreso proprio in questi primi giorni di Fase 2 e di ritorno all'aria aperta. E mi sono ritrovata a fare delle riflessioni, mentre i miei sensi erano impegnati a fare altro: i miei occhi a osservare il paesaggio intorno a me, le mie orecchie ad ascoltare il racconto di Terzani, il mio naso a respirare nonostante la mascherina, le mie mani ad accarezzare le spighe di grano.

"Un indovino mi disse" in pillole

Cosa c’entra Tiziano Terzani con la Fase 2" Un indovino mi disse" è il racconto di un anno particolarissimo di vita di Tiziano Terzani: il 1993, l'anno in cui lui, residente a Bangkok e in Asia da decenni, abituato a spostarsi per il suo lavoro di giornalista reporter da una parte all'altra del sudest asiatico, decide di non usare per nessun motivo l'aereo. Questo perché nel 1975 un indovino a Hong Kong gli aveva predetto che nel 1993 non avrebbe dovuto mai prendere l'aereo perché altrimenti sarebbe morto. Terzani decide di dare retta a quell'indovino e affronta ogni viaggio di quell'anno, necessario o cercato, senza usare l'aereo e quindi prendendo ogni mezzo di trasporto utile alternativo per spostarsi da una città all'altra, da un confine all'altro tra Laos, Thailandia, Malesia, Birmania, Mongolia, Vietnam, Cina, fino in Europa e ritorno: auto, treno, nave, ogni mezzo va bene. Per lui questa sorta di anno sabbatico ha una duplice valenza: da una parte assapora il viaggio "lento", una modalità che 30 anni fa non era più e non era ancora di moda; dall'altra proprio questo viaggio lento gli permette di vedere da vicino il processo irreversibile del "progresso" occidentale giunto a Singapore, a Kuala Lumpur, in qualunque città del sud-est asiatico egli si rechi.

Terzani ha vissuto la gran parte della sua vita in Asia. Come racconta nella sua autobiografia - raccolta dal figlio Folco - " La fine è il mio inizio", fin da giovane coltivò un amore viscerale per la Cina e, inviato del Der Spiegel - testata giornalistica tedesca tra le più note - fece il reporter durante la Guerra del Vietnam e vide da vicino, da molto vicino tutti i mutamenti politici, civili ed economici, e sociali ovviamente, di quella parte di mondo. Così quando nel 1993 affronta questo viaggio lento, si rende conto di quanto l'Asia abbia perso la sua autenticità, le tradizioni che conservava fino a pochi decenni prima, in nome della promessa - per pochi, non certo per tutti - di grande benessere.

Certo, ascoltare "Un indovino mi disse" senza avere una cartina dell'Asia particolareggiata davanti è molto difficile per orientarsi, tuttavia ciò che mi preme raccontare qui non è tanto il racconto suo in sé, quanto le riflessioni che mi ha suscitato la lettura - meglio, l'ascolto - mentre, auricolare nell'orecchio, cammino per la campagna di Ostia antica.

La campagna di Ostia antica, la lentezza e il (non)viaggio

Una campagna che è sospesa nel tempo e nello spazio. Innanzitutto nessuno potrebbe sospettare che questo è comune di Roma. E in effetti Ostia antica è un mondo a sé: un piccolo borgo racchiuso entro mura, accanto ad una città romana ben conservata, il tutto a poche centinaia di metri dall'ultimo tratto del Tevere prima della Foce.

Il Tevere scorre laggiù in fondo, placido e tranquillo. Siamo a Capo Due Rami, ovvero nel punto in cui l'ultimo ramo del Tevere si biforca andando da una parte a sfociare dividendo Ostia Lido da Fiumicino, dall'altra dando origine al Canale di Fiumicino. In mezzo l'Isola Sacra, a vocazione principalmente agricola, come del resto la sponda ostiense del Tevere.

Queste terre sono state bonificate, zone paludose che erano, tra la fine del XIX e i primi decenni del XX secolo. Ogni luogo di Ostia antica è un inno di riconoscenza verso coloro che bonificarono il territorio: scariolanti romagnoli e ravennati, ai quali non a caso è intitolato il Viale dei Romagnoli (la grande via di comunicazione che scende fino ad Ostia Lido da Acilia), piazza Ravenna nel borgo di Ostia antica e il Parco dei Ravennati subito fuori dal Castello. Il monumento agli Scariolanti realizzato contro le mura del borgo di Ostia antica è la narrazione più sintetica ed efficace di uno sforzo decennale e immane. Ma i segni rimasti visibili nel territorio sono le prove inconfutabili di questo grande lavoro: canali scavati, terreni regolari, strade bianche, i nomi stessi delle vie (via del Collettore Primario, via del Collettore Secondario). I canali principali sono segnati da lunghe file di eucalipti; poche cascine di tanto in tanto, nel mezzo di campi sterminati coltivati a seconda della stagione a grano, a mais, a broccoletti, a misticanza, o semplicemente lasciati a riposare.

Più avanti si incontra il Tevere che scorre lento verso il mare. Si può salire sull'argine e risalirlo per km: di fronte la sponda dell'Isola Sacra, le barche ormeggiate stancamente, il pensiero di quante chiatte in tempi lontani hanno risalito e ridisceso quel tratto di fiume. Una passeggiata splendida, quieta: sopra di noi scorrono le nuvole, l'unico rumore - che rumore non è - è il canto degli uccelli o qualche insetto gagliardo che ci sfreccia particolarmente vicino. Fino a qualche mese fa, a seconda del vento, capitava che si abbassassero gli aerei in atterraggio al vicinissimo aeroporto di Fiumicino: riprenderanno, ne sono certa: un rumore fastidioso, quello, roboante: tuttavia credo che lo saluterò con piacere quando lo risentirò, perché sarà il segnale di una lenta ripresa verso la normalità.

E vieniamo a noi. Che c'entra "Un indovino mi disse" di Terzani con la campagna ostiense e le mie passeggiate?

Beh, così come Terzani ammette più volte per se stesso nel corso del libro, io sto davvero scoprendo un territorio, di fatto il mio da un paio d'anni, che però mai avevo esplorato davvero: talmente vicino a casa da avergli dedicato poche passeggiate in questi due anni. La prima, davvero di scoperta, la feci esattamente il 6 gennaio del 2018, dopo neanche un mese che mi ero trasferita qui per lavoro. Quella volta rischiai di ritrovarmi al buio in questa campagna sconosciuta. Le volte successive sono andata sempre facendo in modo da non ritrovarmi al buio. Ma si è sempre trattato di passeggiate sporadiche, fatte quasi perché non avevo niente di meglio da fare. Errore enorme.

Questa campagna mi sta regalando giorno dopo giorno grandi emozioni.

Ma ancora manca la liaison con Terzani.

A 15 giorni circa dall'inizio del lockdown, quando ero chiusa in casa e non avevo la benché minima intenzione di uscire, pubblicai su instagram una foto. La foto ritraeva uno scorcio della campagna ostiense che avevo percorso proprio il sabato immediatamente precedente il lockdown, il 7 marzo.

Cosa c’entra Tiziano Terzani con la Fase 2

A descrizione di quella foto scrivevo queste parole:

Sto ascoltando "Un indovino mi disse" di Terzani; prima ancora ho ascoltato "La fine è il mio inizio". Ciò che mi colpisce di Terzani è la sua visione del mondo e la sua comprensione dei fenomeni storici di lungo periodo, tanto da farlo essere profetico in certe sue affermazioni. Credo che se avessi sottomano uno di questi suoi due libri troverei all'interno almeno una frase che illustri questi tempi nostri: no, non parla di epidemie. Ma parla degli uomini, di come si considerino immortali e onnipotenti, totalmente ciechi e superbi davanti a ogni cosa. E di come non siano in grado di accettare che non funziona così, ma cadano sempre puntualmente negli stessi errori.

Ecco. È proprio questo: Terzani ha visto e vissuto molti eventi storici dell'Asia degli ultimi decenni. Spesso si trova a dire che i comportamenti umani, se si guarda il corso della Storia, sono sempre prevedibili proprio perché dalla Storia non imparano niente. Ha poi una sua idea del capitalismo, che negli anni'80-'90 ha ormai raggiunto il sud-est Asiatico, come di un inganno travestito da progresso:

"Da qualche parte c'è qualcuno, per il quale nessuno ha votato, che spinge perché il mondo giri sempre più alla svelta, perché gli uomini diventino sempre più uguali in nome di una roba chiamata "globalizzazione" di cui pochi conoscono il significato e ancor meno hanno detto di volere."

Ecco, ascoltando Terzani mentre cammino per la campagna di Ostia antica, è come se avessi accanto un vecchio amico che ha molto viaggiato, che ha sviluppato una sua visione del mondo e che ha molte cose da raccontare; e che soprattutto non smetterei mai di ascoltare. Un vecchio amico che proprio perché è saggio e carismatico, si può permettere di sentenziare, anche in maniera lapidaria, su determinate situazioni del mondo attuale. Cerco di immaginarmi cosa avrebbe detto a proposito di questa pandemia mondiale, se fosse ancora vivo. Se fosse ancora vivo e nel fiore degli anni credo che sarebbe stato là, a Wuhan, oppure a Pechino come la nostra Giovanna Botteri, raccontando alle agenzie di stampa quello che si vogliono sentir dire, ma tenendo per sé tutte quelle sue riflessioni sul significato della globalità: perché mai come in questa fase della vita sulla terra, il mondo ha dimostrato la forza dell'interconnessione e delle distanze ridotte tra luoghi e persone, e al tempo stesso la sua fragilità.

E poi c'è la frase, rivelatrice, che riassume in sé tutta la (mia) quarantena:

Sì, perché il rovescio positivo, l'unico in cui si possa trovare conforto in questo frangente e alla luce di quanto avvenuto nei due mesi di lockdown, è che la quarantena, l'isolamento, il ripetersi monotono ogni giorno degli stessi ritmi nelle stesse quattro mura, ci ha costretto irrimediabilmente a stare in compagnia di noi stessi. C'è chi si è sfogato in videochat a qualunque ora, chi si è ammazzato di smartworking, chi ha dovuto occuparsi dei figli h24, chi ha perso il lavoro e si è giustamente disperato, chi ha approfittato di questo periodo per reinventarsi, chi invece ha sfogato le proprie frustrazioni su chi aveva accanto e chi, viceversa, le ha subite. Però, e per quanto mi riguarda è così, c'è anche chi ha tratto giovamento da questa situazione, certo troppo lunga, certo ancora priva nella fase 2 di poter vedere gli "affetti stabili": perché in questa situazione ho avuto modo di fare certe cose con calma di reinventarmi una routine più a mia misura; tutto sommato non mi allontano molto da ciò che lo stesso Terzani dice:

"Libero dalla routine di tutti i giorni, senza alcun dovere tranne quello con la propria coscienza, la mente si acquieta, riaffiorano pensieri inutili, pensieri piacevoli, impressioni sconnesse e al fondo una grande gioia."

Sì. È decisamente per questo motivo che Tiziano Terzani in questo periodo è il mio ideale compagno di (non)viaggio.


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