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Così nacque la scena estrema italiana – parte 1

Creato il 07 dicembre 2018 da Cicciorusso

Un ringraziamento speciale a Marco “Peso” Pesenti dei Necrodeath e ad Alberto Penzin, ex Schizo, ora nei Camera Obscura Two. Ho già parlato del clamoroso Into The Macabre, adesso cercherò di tirare fuori qualche altra chicca nel giro di un paio di articoli.

Così nacque la scena estrema italiana – parte 1

I primi di cui mi accingo a parlare sono tutti inquadrati nel periodo 1989-1993. Gli anni del Monsters Of Rock, in cui un David Lee Roth rischiava di confondersi fra i tanti. Case discografiche che cavalcavano l’onda dell’hair metal, Skid Row e Motley Crue fissi a rilasciare interviste su MTV, inconsapevoli che dopo qualche giro di boa i Metallica – oppure il grunge – li avrebbero lentamente soppiantati dalla cosiddetta heavy rotation. Era diverso tempo che girava del rock fuori dai canoni, come quello dei Jane’s Addiction per intenderci, cosicché nell’aria tutti potessero sentire odore di cambiamento.

Erano gli anni dei grossi guadagni fatti con la musica, e così sarebbe stato almeno fino alla fine del decennio. Personalmente non ero neanche un pischello, mi sono appassionato al rock nel 1994 ed al metal due anni dopo, e una cosa è certa: sebbene fosse fisicamente impossibile, mi rode dentro non avere potuto vivere quei tempi da appassionato. In Italia il metal ha preso campo tardi, il boom mediatico c’è stato a tutti gli effetti con i Lacuna Coil, preceduti sulla linea temporale dal botto del power metal di Rhapsody, Labyrinth o Domine, che a livello pubblicitario era un’altra cosa ma ci rendeva molto orgogliosi. Eppure, anche queste band, una volta presentate al pubblico hanno inizialmente fatto i conti con una disorganizzazione generale che penalizzava da tempo immemore la nostra scena, impedendogli di esportare i prodotti migliori con la velocità tipica delle più rinomate piazze.

Che fosse colpa delle etichette, della distribuzione o di altri fattori lo lascio discutere a voi. Il punto è che, mentre la nostra scena prendeva o riprendeva una forma che più avanti ci avrebbe consegnato – e consentito di esportare – i Fleshgod Apocalypse e molto altro ancora, Strana Officina, Sabotage, Death SS o Vanadium avevano già calcato i palchi per svariati lustri, in parallelo con un fronte estremo composto da ben altri nomi di cui – facendo riferimento a quegli anni, ed a quei dischi di cui oggi è necessario ricordarci – andrò a scrivere insieme ad alcuni dei protagonisti che li composero e suonarono. Ho chiesto ad Alberto Penzin, ex basso degli Schizo, ed a Peso, batterista dei Necrodeath, di scrivere un pensiero liberissimo, le prime cose che gli sarebbero venute in mente riguardo quegli anni. E nel frattempo, parlerò di Main Frame Collapse, del crossover Project One che coinvolse entrambi all’interno dei Mondocane e del debut dei Sadist, collocato esattamente al termine di quel periodo temporale.

SCHIZO – Main Frame Collapse (1989)

Così nacque la scena estrema italiana – parte 1

A Catania era nato questo gruppo, che ebbe svariato tempo per incidere una serie di demo fra cui fece non poco rumore Total Schizophrenia. Avevano il problema del cantante, il ruolo passò per diverse figure fino a che l’uscita di Ingo dai Necrodeath avrebbe risolto temporaneamente il tutto. L’ho già scritto altrove, per me Ingo è stato uno dei migliori cantanti di metal estremo di sempre, e non mi riferisco all’Italia né ad un periodo storico limitato. Aveva tutto, dinamismo e cattiveria in particolar modo. Il suo innesto in un comparto musicale come quello degli Schizo fu, in principio, dinamite pura: la band suonava quello che definirei a tutti gli effetti thrash/death, che è un termine letteralmente abusato ma che qui trovo avesse un riscontro perfettamente sensato.

Immaginate di portare avanti nel tempo il proto-black degli Hellhammer, ed in Removal Part 1 & 2 avrete la risposta italiana ai Sarcofago di I.N.R.I.. Main Frame Collapse non dà tregua, neanche quando rallenta – o fa finta di farlo – in Make Her Bleed Slowly, un pezzo di cui ogni metallaro dovrebbe sentir risuonare in testa il ritornello alla sola lettura del titolo. C’era pure una componente hardcore/crust fortissima, che ricadeva dalle parti dei Discharge, mentre la vena inglese associabile ai Venom di cui disponevano i Bulldozer era un po’ nascosta, ma non del tutto assente. In fin dei conti avrete capito perché gli Schizo si chiamassero così (oppure andate a rovistare dentro a Welcome To Hell).

L’hardcore punk, inteso come punto di riferimento principe, emergeva soprattutto nella seconda metà dell’album, capace di scorrere sorretto anche solo dalla sua incontrollata violenza, e che per il sottoscritto corrisponde ad uno dei migliori cinque titoli italiani di sempre. Roba impressionante, uscita negli anni dei Terrorizer che contavano ed in cui blast-beat e cacofonia necessitavano una straordinaria dimestichezza per poter portare a casa risultati che fossero anche solo decenti. Non era terribile neppure la produzione, anche se il mixaggio diede molto risalto ai microfoni panoramici, ed in sostanza i piatti vennero a trovarsi un po’ ovunque.

MONDOCANE – Project One (1990)

Così nacque scena estrema italiana parte

Ho trovato questo CD nella colonnina degli usati alla celebre Super Records (R.I.P.) di Firenze. L’avevo cercato a un paio di fiere del disco senza successo, dopodiché, nello stesso giorno finì che mi sarei portato a casa – alla modica cifra di diecimila Lire – Project One e pure Technocracy dei Corrosion Of Conformity. Il secondo già ce l’avevo, preso su Ebay dalla Germania e arrivato in cassetta della Posta praticamente distrutto. Leggendo i titoli di Project One me la ridevo di brutto, c’era Fuck The U.S.L. che era una riedizione di un brano dei The Exploited, c’erano chicche come Mario, Please Don’t Cry e altre cose che probabilmente potevano capire solo loro. Ovvero Reder degli Schizo alla voce con Penzin al basso, e Peso alla batteria in una delle sue migliori prove di sempre.

Il paragone lo faccio sempre con Igor Cavalera dei Sepultura: non che i due si assomigliassero, ma il brasiliano su Beneath The Remains stava a quello di Chaos A.D. come il qui presente Peso stava a quello che avremmo ascoltato su Tribe del 1996. Nel secondo caso, entrambi i musicisti avevano totalmente raggiunto la maturità e lo stile d’interpretazione dello strumento che li ha resi celebri nel tempo. Nel primo, invece, suonavano thrash metal con una personalità non del tutto definitiva, ma con risultati eccellenti sia riguardo l’uso dei rulli, sia sui frequenti passaggi a due pedali. E poi c’era in gioco la stessa scuola di pensiero che prevedeva, nel mixaggio, una batteria in primissimo piano che già non avremmo udito né in Arise, né in Above The Light. Downtuning, una netta influenza da parte dei Morrisound Studios e tanti altri fattori avrebbero fatto scomparire, nel thrash così come nel death metal, sonorità tali e quali a quelle proposte dai Mondocane.

Project One è un album fondamentalmente thrash metal ed è la sua attitudine a riferirsi all’hardcore punk, ma non pensate con ciò di ritrovarvi davanti a qualcosa che assomigli ai Negazione, o ai pesantissimi Raw Power. Couldn’t Take Anymore Shit è uno dei pezzi che mi impressionarono di più, per i continui passaggi da fasi mid-tempo ad altre che lasciavano trasparire la ferocia delle due band madri. Sentitevelo.

SADIST – Above The Light (1993)

Così nacque la scena estrema italiana – parte 1

Prima dell’avvicendamento con Zanna e di quello con Trevor, semplicemente, avevamo i Sadist di Andy, Tommy e Peso. A sette anni da quel Lego che mi avrebbe fatto esplodere le budella a partire dalla copertina, i Sadist avevano inciso il mio album preferito dell’intero comparto death metal tricolore: Above The Light. A dire il vero, se la vedeva con gli Electrocution di Inside The Unreal, che era più una sorta di via di mezzo fra il thrash metal di Arise, i Pestilence del periodo migliore e una sincera strizzata d’occhio al sempre più dirompente death metal tecnico. Ma di questo parlerò in un altro articolo.

Il primo album dei Sadist, che conoscerete più facilmente degli altri due che ho nominato sopra, non era raffinato quanto Tribe ma aveva al suo interno pezzi mostruosi come Breathin’ CancerSometimes They Come Back. Personalmente lo preferisco al suo successore, ci sono più legato così come mi capita con molti altri album, belli ma incompleti, che ci mostravano la band che li ha composti alle prese con qualche temporaneo problemino di rodaggio. Purtroppo, in Italia, il metal estremo stava ancora facendo i conti con una difficoltà oggettiva nel riuscire a emergere con mezzi puramente propri: a farne le spese furono anche i Detestor, i Gory Blister (debuttanti solo molti anni dopo essersi formati) e i nomi di maggior rilievo. La roba però c’era, non dimentichiamocelo. Quindi scriverò qualche riga in meno riguardo un album celebre come Above The Light, per lasciarvi al pensiero dei due ospiti di Metal Skunk.

Marco “Peso” Pesenti: (Necrodeath, ex Mondocane e Sadist): Mondocane fu un progetto nato per caso e per gioco. In realtà nacque anche dall’esigenza di fare un qualcosa di diverso e di collaborare tra musicisti che erano ormai diventati amici, nonostante la notevole distanza tra Genova e Catania avesse messo dei paletti, anche perché in quegli anni non c’era la tecnologia che abbiamo oggi, con file che viaggiano ovunque. 

Così nacque la scena estrema italiana – parte 1

Gli altri Necrodeath non erano cosi interessati a questa cosa. Fu più che altro una mia voglia di suonare con Alberto e Santo, e di produrre uno disco alla S.O.D.. Partii dunque per Catania col mio trenino e mi chiusi una settimana circa da loro per provare e impostare i pezzi, mettendo insieme le mie idee e le loro, e realizzammo così i brani compresi nella facciata A. Di più non riuscii a fare a livello di composizione, anche perché dovevo tornare a Genova per i miei impegni personali. La facciata B la realizzarono solo loro due, e io mi limitai a suonare la batteria senza intervenire in nessun arrangiamento. L’album ha degli aspetti anche molto ironici come “Mario, please don’t cry” o la cover di “Fuck the U.S.L.”, rivista nel testo dall’originale degli Exploited. Fu una bella esperienza per quanto mi riguarda, e nonostante siano passati tanti anni la mia amicizia con Santo e Alberto non è cambiata! (Peso)

Alberto Penzin (Camera Obscura Two, ex Schizo): L’amico Marco mi chiede di buttare giù qualche riga a proposito della vecchia cara scena italiana estrema, dei suoi album di punta, di com’erano quei tempi e cosa eventualmente non ha funzionato. Potevo dire di no?

Non starò qui a farvi una cronistoria sugli albori del movimento, c’è gente molto più brava di me per quello. Credo però non vada trascurata anche la micidiale scena HC che nei primissimi anni ’80 ha indirettamente dato il la anche ad una certa radicalizzazione del nostro amato metallo. Band come CCM, Wretched, ed a ruota Raw Power e Negazione hanno rappresentato enormi pietre miliari apprezzate poi in tutto il globo.

Così nacque la scena estrema italiana – parte 1

Pochi anni dopo i Bulldozer iniziarono a tracciare una nuova via, sulla scorta di Venom e Hellhammer (il mitico 7 pollici Fallen Angel), i Necrodeath a seguire più sul versante Slayer/Sepultura (Into the Macabre miglior disco metal italiano di tutti i tempi), e i miei Schizo influenzati di brutto da certo Hardcore “metallizzato” tipo Discharge, anche se il moniker fu ovviamente “clonato” dall’omonimo brano contenuto su Welcome to Hell. Parlando di quest’ultimo rammento benissimo quando, dopo aver letto la delirante recensione del disco sulle 4 paginette 4 dedicate al metal di Rockerilla, vergata dal maestro Beppe Riva, mi fiondai subito a procurarlo. E da lì in poi cambiò tutto per me, fu come vedere la luce, azzardo. E credo idem per un significativo numero di diverse altre persone.

All’epoca il massimo della “tecnologia” era l’amico che lavorava dal Contempo di turno; faceva sentire qualche solco del disco che ti interessava via telefono, e tu poi nel dubbio quasi sempre lo acquistavi, magari solo per il titolo, oppure per la copertina se ti trovavi in negozio o l’avevi vista su qualche magazine. Il tuo migliore amico (o nemico, a seconda dei casi) era il postino. Serviva un lungo e complesso lavoro di alta psicologia per ingraziarselo, ed evitare che la preziosissima fanzine americana o la rivista inglese a cui eri abbonato venissero ripiegate in due per entrare nella buca delle lettere. Quasi peggio degli angoli rovinati di una copertina LP, insomma. Il fatto che magari si avessero i capelli lunghi, poi, non aiutava di certo.

Ricordo ancora l’ottima impiegata della posta (luogo di processione settimanale in cui si bivaccava per adempiere alla doverosa routine di spedizione demo) che si rivolge al sottoscritto con un “prego signora”; al mio “come??” di risposta con voce roca più bassa possibile, la nostra campionessa provinciale del francobollo bissa con un “ah mi scusi, signorina”. Fantastico. Non era neanche tanto miope, eh!

Cosa non ha funzionato? Non lo so. Eravamo tutti molto naif e la passione forse non bastò a colmare il gap con le altre scene europee più organizzate e dinamiche. Di certo nessuno di noi potrà però mai dimenticare. Okay, ho divagato abbastanza, credo. Una trentina di anni dopo eccoci qui, col nostro Spotify ed i CD a prendere polvere. Per non parlare degli album. Mi viene in mente l’aggettivo “vacuo” ma non voglio passare per dinosauro. Meno male che ci sono ancora i concerti. Spero di non essere stato troppo cattivo. (Alberto Penzin)


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