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Costa Rica, Solís presidente. La fine del bipartitismo: ma è vera svolta?

Creato il 07 aprile 2014 da Eldorado

È stata ed è ancora una delle democrazie più solide dell’intera America Latina, con un sistema che per anni è stato un modello per l’intera regione. Garanzie sociali –educazione, pensione, salute- assicurate a tutti i cittadini, l’abolizione dell’esercito, una politica ambientale all’avanguardia, la Costa Rica ha guardato per decenni le altre nazioni dall’alto della sua politica garantista in un mondo che viveva invece di dittature e repressioni. Una realtà unica, la cui spinta innovativa è oggi finita. Anche la Costa Rica è in balia delle pressioni internazionali, di una crisi che si porta via posti di lavoro, che aumenta i prezzi al consumo e che soprattutto, sta prostrando l’ottimismo sul fatto che ¨la idiosincrasia tica¨ avrebbe potuto resistere a qualsiasi congiuntura.

Proprio di questi giorni è la notizia del ridimensionamento di Intel, che dalle installazioni di Belén provvedeva da sola al 28% delle esportazioni. La metà dei lavoratori saranno licenziati, in maggioranza tecnici che avranno poche possibilità di essere assorbiti in altri ambiti del mercato lavorativo. Il prezzo si paga anche al narcotraffico che ha trasformato intere aree in zone di nessuno e alla corruzione, abitudine mai sopita sotto il cocente sole del Tropico.

Ieri la Costa Rica è andata al voto, premiando per la prima volta in sessantacinque anni di Seconda repubblica (quella pacifista e antimilitarista sorta dalla rivoluzione del 1948) un partito progressista, il PAC (Partido de Acción Ciudadana) di tendenza socialdemocratica. Fine del bipartitismo, quindi, e strada aperta per un esperimento politico nuovo, quello proposto da Luis Guillermo Solís, un politologo prossimo ai 56 anni, con una lunga esperienza in incarichi di governo. Solís è stato eletto con quasi un plebiscito da quanti si sono recati alle urne (astensionismo a livelli record, al 43%), che ha superato il 77% delle preferenze. Il suo avversario, Johnny Araya, ex sindaco di San José, e candidato del governante PLN (Partido Liberación Nacional) aveva già ammainato le vele pochi giorni dopo l’annuncio del primo sondaggio che lo dava perdente di quaranta punti. Inutile sprecare soldi ed energie, aveva detto, meglio dedicarsi da subito ad organizzare l’opposizione.

Solís si troverà a governare un Paese in chiara recessione, con l’esigenza di risanare il debito pubblico e con poche idee su come attrarre investimenti e generare ricavi. Dovrà farlo senza dimenticarsi le promesse di campagna fatte ai suoi votanti, di un irrobustimento delle politiche sociali destinate a combattere lo spettro della povertà che attanaglia quasi il 20% dei ticos. Un compito difficile da realizzare quando mancano i soldi.

Il neo-presidente ha dichiarato che apporterà le riforme necessarie, ma senza soluzioni radicali. Un atteggiamento prudente e moderato, in linea con il personaggio Solís, riciclatosi come nuovo, ma con un lunga esperienza, come dicevamo, in politica. Queste elezioni hanno avuto un primo risultato trascendentale, quello di rompere con 65 anni di bipartitismo, ma sarà vera svolta? Nell’entusiasmo del voto, pochi si sono ricordati che il nuovo presidente è stato discepolo del conservatore Óscar Árias e che per trenta anni ha militato nel PLN prima di cambiare bandiera. Nei governi di questo partito ha ricoperto ruoli importanti: capo di gabinetto nel Ministero degli Esteri (quello del piano di pace che valse il Nobel a Árias), ambasciatore e perfino segretario dello stesso partito. Insomma, è un ¨nuovo¨ per modo di dire. Sarà difficile infatti governare senza l’aiuto dei vecchi compagni del PLN: il PAC ha portato a casa solo 13 deputati dei 57 che compongono il Congresso che è dove, in fin dei conti, si prendono le decisioni che contano.


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