Magazine Cultura

Costanza

Creato il 10 maggio 2020 da Vivianascarinci
CostanzaVisto che non si vive né si muore di solo covid, oggi cambio argomento e pubblico per le amiche e gli amici che mi seguono e non si spaventano di leggere un po' più a lungo, due capitoli del mio romanzo. Costanza è il nome di battesimo della mia protagonista ma è anche la sua principale virtù. Le ho dato questo nome perché a mio parere due sono le virtù dei forti: l'attenzione e la costanza per l'appunto. Per la mia protagonista ho cercato di declinarle entrambe al femminile a partire dal nome. Un po' perché mi piacerebbe credere nell'onomanzia che è una pratica magica antichissima basata sull'interpretazione etimologica, simbolica e numerica del nome di una persona. Mi interessa come l'onomanzia abbia sempre avuto una doppia funzione, una per individuare presagi legati a un nome già imposto da parenti ignari e l'altra per la scelta di parenti magicamente consapevoli, di un nome per una nascitura o un nascituro che non le/gli fosse nemico.

Nemesi

Esistono momenti in cui si deve fare qualcosa di tremendo per ristabilire una giustizia che induca il cosmo a cambiarti il destino che ingiustamente ti aveva assegnato alla nascita. Ed io compresi di doverlo fare, di fare ciò che mi parve tremendo, quel giorno di tanti anni or sono in cui mi trovai al cospetto dell'eccellentissimo Cardinale Giulio S. che chiedeva a me, povera Costanza, qualcosa che io sapevo di non poter rifiutare a lui e neanche a me stessa, se volevo cambiarmi la sorte dal punto in cui Iddio o il Maligno mi avevano incagliato nascendo dove dissi, e tra la gente descritta come parenti miei.

Stanotte lo ricordo vividamente come fosse accaduto da poco ma in effetti sono passati molti anni, sebbene già fossi in quell'età in cui se non maritata, si era meretrice o bizzoca. Ed io ero già bizzoca da parecchi anni, con l'abito da terziaria domenicana, la casa condivisa con altre consorelle, oltre che con gli orfani fratelli miei ormai quasi grandi.

Quella notte che avevo sprangato la porta già da tempo, udii un bussare leggero che non era consono a nessuno che conoscevo, né in quell'ora, né a circostanze legate alla visita di conoscenti abituali. I fratelli dormivano, le consorelle forse fingevano di dormire nei giacigli che tutte le sere approntavamo nella stanza grande che salvo quella piccola in cui era allocato il telaio, era l'unica di casa. Mi ero già sciolta i capelli senza avere avuto però il tempo di intrecciarli per la notte. Ero al mio ventisettesimo anno e per via di certi sogni che facevo, sapevo che quello sarebbe stato l'anno in cui Iddio intendeva trasformare la mia esistenza.

Mi avvicinai alla porta, poggiai l'orecchio e quale colpo al cuore violentissimo ebbi quando udii la voce di don Luigi che sommessamente mi indicava di farlo entrare alla svelta prima che qualcuno potesse sparlare di quella visita notturna.

Nella frazione di secondo che impegnai a togliere il paletto dall'uscio il mio amore per don Luigi era riuscito a ingannare anche la veracità delle mie visioni. Da tempo sapevo che sarebbe accaduto qualcosa di irreversibile, lo avevo sognato e ci credevo perché a me i sogni solevano parlare di fatti futuri che si avveravano. Ma ormai il mio corpo, i miei pensieri terreni si erano presi in modo così violento di quel sacerdote che nell'attimo che ci volle a che io aprissi e a che lui entrasse, sapevo che se mi avesse voluto, io mi sarei data e che questo avrebbe cambiato tutto.

Perciò la visione avuta in sogno di questo cambiamento della mia esistenza che mi si presentava come vortice che strappandomi dalla terra mi traslava altrove di dove ero nata, era plausibile che potesse significare fare finalmente all'amore con colui che mi aveva fatto entrare in rapporti col Dio degli uomini.

Don Luigi entrò subito constatando che i miei fratelli e le consorelle forse dormivano, mi indicò di spostarci nella stanzetta che ospitava il telaio per non svegliarli.

"Costanza" disse a bassissima voce "ho ricevuto l'ordine da Roma che tu vada per alcuni giorni presso il monastero di Santa Cecilia in Trastevere in quanto un prelato eccellentissimo che era in rapporti stretti con Messere Padre Filippo quando egli ancora viveva, vuole conferire con te".

Lo disse con semplicità, benigno come al solito, eliminato tutto quel sentire soverchio che in più di dieci anni passati in rapporti stretti con me che ero pur sempre una donna, mi sembrava mi avesse segnalato un suo coinvolgimento nei fatti legati alla mia persona.

Proseguì del tutto ignaro dell'atroce delusione che mi infliggeva ma anzi convinto della meravigliosa opportunità che ciò potesse rappresentare per me. Era lui che aveva descritto per lettera in tutti quegli anni le mie doti, era niente meno Messere Padre Filippo Neri che in questa descrizione aveva riconosciuto i doni che Iddio aveva elargito anche a lui oltre che ad alcune femmine amiche di Cristo che venivano chiamate Sante Vive. Cos'era una Santa Viva io non sapevo ma don Luigi me lo avrebbe spiegato il giorno successivo quando fossi andata come al solito presso la canonica a sbrigare certe mansioni che io facevo volentieri come lavare i poveri paramenti suoi e dell'altare e lustrare i pavimenti della chiesa.

"Sei contenta?" mi chiese. Gli dissi di sì, ma riuscivo solo a pensare a quanto lo sarei stata di più se invece di andarsene come già faceva, quella notte fosse rimasto.

Essere una Santa Viva

Se Costanza fosse nata come l'illustrissima Teresa d'Ávila da una nobile famiglia che rinchiudendola in un monastero intendeva in qualche modo darle un'opportunità di ricoprire un ruolo pubblico che mai altrimenti sarebbe toccato a una femmina, avrebbe compreso di dover preferire in ogni caso la spedizione romana, piuttosto che diventare col tempo la sbeffeggiata falsa moglie del prete, facendogli da perpetua e da puttana fino a che fosse diventata vecchia. Come capitava a certe femmine che pure non se la passavano male. Avrebbe compreso altresì quanto don Luigi avesse agito, da uomo onesto qual era, obbedendo a quell'amore superno che il Neri prescriveva ai suoi.

Filippo predicava infatti che era bene tacere i propositi buoni che si fanno e di non manifestare i pensieri, tanto i perniciosi quanto i casti, con le parole, ma dissimularli sempre si doveva. E don Luigi bisogna riconoscere che fu un campione di dissimulazione fino al punto che con gli anni finì per non sapere più quali fossero i sentimenti e i bisogni dell'homo che inevitabilmente comunque era.

Celare i pensieri al demonio, come celare si dovessero finanche a se stessi le tentazioni che certo non risparmiavano prelati più o meno giovani che fossero. I pensieri così non venivano manifestati ai demoni e il Maligno non andava macchinando nuove insidie per distruggere l'armonia tra gli esseri di comprovata fede come indubbiamente erano Luigi e Costanza.

Gli aveva scritto don Biagio fratello suo, su suggerimento del Neri proprio a questo proposito: "Per vincere più facilmente le pugne delle tentazioni ti consiglio uno speciale difetto di attenzione alla creatura femminile, in questo modo se ravvisi grazia in qualche forma sua o nel volto che dici così capace di espressione, questo non ti dia che noie, in ispecie se, come dici, il suo femminile fervore nell'onorare Cristo ti si prospetta di continuo nella confessione di lei. Ricordati fratello che tanto è maggiore la diligente distanza che a forza di dissimulare essa attenzione, tu la deradichi. E pure confessando a te stesso la tua visione sublimata di lei non è necessario di raccontarmi tutto quanto è elemento di attrazione, si come tu fai per lettera a me, a una a una quelle prerogative che è bene accantonare invece. Cioè quegli elementi spiccatamente donneschi che anche quando non sono colpe morali, ugualmente ti conviene non haverne troppa cognitione".

Se Costanza fosse stata scaltra avrebbe già saputo da molto prima del suo ventisettesimo anno che l'essere chiamata in quel di Roma per via di volere verificare l'effettività dei doni suoi, poteva essere usato da lei in futuro per prendere parola in uno spazio più vasto della miserabile casa comune che andava favoleggiando la sua immaginazione visionaria. Avrebbe saputo che se quella sconosciuta eccellenza di Roma l'avesse riconosciuta Santa Viva, lei attraverso la enfatizzazione delle sue caratteristiche, sarebbe potuta arrivare dopo morta addirittura alla santità ultramondana, soltanto proponendosi in vita come modello non solo per le monache ma anche per le altre femmine.

Soprattutto proteggendosi con ciò da quel Sant'Uffizio che Costanza non immaginava esserle così da presso nella constatazione dei suoi doni, i quali potevano invece che farla santa quando era ancora in vita, condurla a morire arsa sul rogo proprio per comando di sua eccellenza Giulio S. che così misteriosamente l'aveva chiamata in quel di Roma. Essendo quell'eccellenza inquisitore del Sant'Uffizio tra i più noti per il discernimento necessario a ricoprire con umiltà e efficacia quel compito.

Le Sante Vive proclamate tali dal Sant'Uffizio romano furono in tutto 95 tra il 1581 e il 1791. Lo stesso Cardinale Giulio S. fu un campione nel riconoscere o smentire quelle caratteristiche che erano uguali per tutte, sempre le stesse. E il Borromeo Federigo ancora più di Giulio le fece quelle femmine, oggetto di personalissimo interesse per tutta la sua esistenza.

Fin dalle prime lettere che Luigi aveva inviato a don Biagio e che costui non tardava di mostrare al Neri, alcune di queste caratteristiche erano riscontrabili in quella fanciulla plebea nata Costanza Giorgi. Perciò ben presto da Roma fu chiesto a don Luigi di accertare se le visioni di cui parlava la fanciulla potessero essere definite estasi o rapimenti e se all'improvviso le si illuminasse il capo, quasi a voler prefigurare l'aureola futura.

Poi anno dopo anno, il fratello di Luigi che era nel frattempo diventato una specie di segretario del Neri, con lettere dai contenuti sempre più precisi, aveva indicato a don Luigi di insegnare alla fanciulla le pratiche di mortificazione del proprio corpo ad esempio il cilicio, e la disciplina, che è una frusta con cui i credenti si colpiscono a sangue mentre si concentrano nella preghiera. Tra le mortificazioni del corpo fu indicato a Luigi di indagare la disponibilità della fanciulla a dormire per terra, che già vi dormiva senza problemi, dato l'angusto e sovraffollato spazio in cui viveva. Di dormire poco o niente ponendosi in veglia penitenziale, che comunque la fanciulla era insonne di suo. Di mangiare poco, che comunque poco da mangiare aveva. Di preferire pane e acqua, aggiungere cenere al cibo insomma una serie di cose che avrebbero teso a non far esercitare alla promettente e ignara giovane i cinque sensi suoi che erano le cinque porte attraverso cui il Maligno avrebbe potuto introdurle nel corpo il peccato.

Per la verità il buon Luigi riconosceva che i cinque vivissimi sensi della sua protetta, non dovessero essere mortificati fino all'umiliazione, perché la sua condizione di vita la mortificava già verso un abbassamento dell'io in tutte le sue manifestazioni. Ma tutto ciò che Don Luigi spiegò di fare su indicazione di prelati molto più alti di lui, Costanza negli anni diligentemente lo fece perché con la mortificazione dell'io le parve emergere una supremazia del principio spirituale che la faceva sentire molto più forte di quando l'imperativo dei desideri faceva da padrone e lei avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di essere per un attimo guardata di altro sguardo da quello consueto con cui don Luigi, ostentatamente la oltrepassava.

Così di giorno in giorno fu pienamente comprovato dai due, ognuno per proprio segreto conto, che lo spirito deve mortificare la carne perchè così si emancipa dall'attrazione delle cose mondane a cui la materialità del corpo continuamente vira. O così può sembrare che avvenga a certe di queste Sante Vive quando dimostrano un atteggiamento repressivo nei confronti del corpo, e associano a questo, una regressione ad uno stato infantile. Molte di queste sante venivano infatti descritte come bambine da chi le conosceva, cioè innocenti, fanciulle.

Ma noi qua per onestà di narrazione dobbiamo riportare come unica smentita di tanta conclamata e precoce santità vivente che né prima né poi la fiera Costanza da alcuno poté essere descritta così. Né il cardinale Giulio S. vide una bambina nella figura che gli si parò davanti quando Messere Padre Filippo Neri, qualche anno prima di morire, gli aveva fatto il nome di una terziaria domenicana che viveva quasi in miseria poco fuori Roma, a che chiamasse proprio colei, quando i tempi fossero stati maturi per l'impresa.

Altri estratti dal romanzo della Costanza


Ritornare alla prima pagina di Logo Paperblog

Magazines