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Crema e biscotti

Creato il 26 dicembre 2019 da Cultura Salentina
di Lorenzo De Donno

Mentre in tutta Europa i golosi si sono scatenati alla ricerca spasmodica dei biscotti alla Nutella, e la Ferrero si trova costretta (ben contenta) ad aumentare i turni alla produzione, sarebbe fin troppo facile parlarne male, o malissimo, dati nutrizionali alla mano, giusto per uscire dal coro. E invece non ho nessuna esitazione a confessare che i "Nutella Bisquits" ci sono anche in casa mia e che, probabilmente, sarò solo io a mangiarli, giacché gli altri componenti della famiglia sono particolarmente attenti alle calorie o, più semplicemente, non gradiscono l'articolo.
Non parlerò comunque, di Nutella e di Ferrero ma di "Atene" e di Doria. I biscotti "Atene" fanno parte della storia dell'industria alimentare italiana, sopravvissuti a tutti i frollini sopravvenuti, resistono nonostante la loro grandezza inusuale e la strana forma con i fori al centro e le decorazioni in superficie, ispirate alla bellezza dell'antica Grecia. Negli anni sessanta e settanta erano i biscotti per tutti gli usi e le occasioni, venduti in capienti scatole di cartone; allineati, a mano, in un bustone di cellophane serrato dal classico laccetto. Successivamente si passò ai pacchetti sigillati, con dimensioni e peso più consoni alle esigenze del mercato e della spesa "moderna".
Con le Atene si faceva di tutto: la colazione al mattino, se non c'era il pane avanzato del giorno prima da riciclare in una zuppa, e la merenda nel pomeriggio. Si offrivano con il the e con il caffe. Inoltre, quando non si usavano ancora la cheesecake e il tiramisù, erano l'ingrediente principale del salame di cioccolato (con cacao, burro, tuorlo d'uovo e zucchero) e dei biscotti alla crema: una sorta di zuppa inglese povera. All'epoca non era sconveniente avere sempre una crostata o una torta pronta in casa. Si lasciava sul contromobile della cucina o del tinello e ognuno andava a servirsi secondo le proprie esigenze. Le Atene erano giuste per il dolce da improvvisare all'ultimo momento, perché le faccende, o le pulizie di casa, erano state più impegnative del solito e non c'era più tempo per preparare un prodotto da forno. E allora ricordo perfettamente che si mescolavano velocemente zucchero e tuorli d'uovo direttamente nel polsonetto (u buzzunettu) con la frusta di metallo o un cucchiaio di legno. L'alluminio del padellino amplificava il suono ruvido dello zucchero semolato, non ancora sciolto nell'uovo, che strofinava lungo le pareti di metallo. Poi si aggiungeva la farina che attutiva ogni rumore. Sbattuta e lavorata dal movimento circolare del polso, si polverizzava, in piccola quantità, fuori dai bordi della padella, come uno sbuffo di borotalco. Poi si aggiungeva il latte: freddo, tiepido o caldissimo: ognuno faceva a suo modo. Raramente la crema impazziva, ogni cuoca aveva padronanza di fuochi, tempi ed energia nei movimenti per gestire la cottura in modo ottimale. E, infine, anche sull'irrinunciabile limone (giacché la vaniglia non era nella dispensa delle case comuni) c'era chi, nella parentela, spremeva il succo, chi aggiungeva solo la buccia e chi utilizzava succo e buccia (a casa mia solo buccia, pelata sottile sottile). Poi succedeva il miracolo: inizialmente la pappetta semiliquida, dall'odore non gradevolissimo di uovo crudo, sembrava non reagire intorno al movimento circolare del mestolo di legno poi, improvvisamente si addensava e con i vapori dell'imminente bollore, la cucina si riempiva di un profumo di dolce e di limone: inconfondibile. Era facile scottarsi con le gocce dense liberate dalle grosse bolle che affioravano e scoppiavano sulla superficie del composto. Non bisognava mai smettere di girare la crema, sempre in un senso.
Per una preparazione veloce, consolatoria, le Atene erano ideali perché la loro forma rettangolare perfetta permetteva di utilizzarle come le lasagne, facilmente impilabili una sull'altra e, così procedendo, anche il dolce finito manteneva una bella forma regolare.
Non tutti bagnavano i biscotti perché bastavano i vapori della crema, lasciata più liquida, ad ammorbidire fino al punto giusto la frolla. A volte, però, si spruzzavano di caffè amaro (quello rimasto nella moka del pomeriggio) oppure di gocce di liquore San Domenico; "il liquore dei monaci" diceva mia nonna, semplificando, alludendo alla figura dell'etichetta che rappresentava, appunto, dei frati intenti a preparare il liquore, che era una preparazione del Consorzio Agrario Provinciale di Lecce, molto simile per sapore e colore allo Strega.
Pulire la padella non era un problema, ogni centimetro di crema rimasta sui bordi veniva ripulito da solerti volontari armati di cucchiaio. Le scorzette di limone, poi, cotte nella crema mantenevano ancora l'interno pungente e aromatico, in contrasto con il velo esterno dolcissimo: erano una delizia ed erano mie!
Quanto al sapore, che dirvi? È il sapore della nostra infanzia che, fortunatamente, è davvero facilmente replicabile. Forse non sarà proprio lo stesso, come non lo è più quello dei biscotti Plasmon che rubavamo ai fratelli e ai cugini minori e che ora ci sembrano, all'assaggio, banalmente... biscotti.
Il mio pacchetto integro di Atene è nello stipo. Uova, latte, zucchero, farina e limone non mancano in nessuna casa ma... ci devo pensare!


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