Crisi Economica: Maledizione o Benedizione?

Creato il 27 novembre 2011 da Andl @scenaripolitici
Giuseppe Sandro Mela
   
   Ha sempre costituito una sorpresa stupefazione il constatare quanto le persone che professano l’evoluzionismo come un apodittico dogma di fede, tetragoni ad ogni possibile evidenza sperimentale e ragionamento teoretico, diano per scontato il fatto che loro e la loro ideologia siano semplicemente eterni: apici immutabili di una evoluzione arrivata a compimento.    Questi epigoni sono in realtà i peggiori propagandisti di Darwin. Si abbarbicano ad una difficilmente difendibile teoria dell’evoluzione, ignorando del tutto la vera geniale intuizione di quel grande uomo: ossia, che un imprevedibile evento erratico può destabilizzare un sistema inducendo un transitorio che ne determinerà una mutazione profonda. In un mondo newtoniano che appena iniziava a percepire i problemi che Boltzman porrà alla termodinamica la semplice constatazione di Darwin determinò un puro e semplice terremoto.    Essendo il nostro un pubblico di economisti applicati, spesso dei trader, questo concetto dovrebbe essere molto chiaro ed attuale. Spesso, forse troppo spesso, un evento imprevisto ed imprevedibile determina profonde turbolenze nel mercato che spingono i listini in direzione opposta a quello che analisi dei fondamentali oppure analisi tecnica avrebbero suggerito. Di solito si tende ad interpretare questi accadimenti o in termini di teorie statistiche degli eventi rari oppure come opera demoniaca di chi artatamente vuol trarre guadagni illeciti tramite una speculazione. Tuttavia questi eventi non sono affatto rari e l’esistenza o l’azione di un “gnomo di Zurigo” é del tutto indimostrabile.    Ciò appurato, sorge del tutto sequenziale una domanda: ma in un’ottica di lungo termine, questa squassante crisi istituzionale ed economica che travaglia l’Europa e l’Italia è una maledizione oppure una benedizione?    La domanda é meno banale di quanto potrebbe sembrare e richiederebbe una risposta davvero molto articolata, che qui in un blog accenniamo solo per sommi capi, lasciando alla cultura del Lettore la sua complementazione.
   Antefatto.
   L’Occidente deve molto al medioevo, di cui é figlio. Ma in questa sede sono i pilastri portanti l’etica (qui considerata nella sua componente di etica del lavoro) e la logica formale, da cui derivano gli strumenti per soddisfare gusto e curiosità scientifica coniugati con la netta percezione dell’importanza di trasferire le conoscenze scientifiche al mondo reale del lavoro.    Corollario della logica è la trasformazione del computo così simpaticamente espresso da Alcuino di York nel suo trattato “Propositiones ad acuendos Juvenes”, nella matematica intesa come scienza della dimostrazione non contraddittoria, che culmina nella trasformazione del concetto di eguaglianza tra entità numeriche ad eguaglianza tra funzioni. Così, anche se ci sembra incerta e primitiva la matematica di Oresme vescovo di Lisiex – il primo che adottò un sistema libero di coordinate -, si prosegue fino a quando Nicolò Cusano nel 1450 fissò i tratti fondamentali del calcolo infinitesimale. Su questo humus trova fermento l’idea stupefacente di Galilei secondo cui la natura sarebbe «scritta in lingua matematica», concetto che in Leibenitz e Newton troverà pieno adempimento. Se l’universo é descrivibile e predicibile in termini matematici, allora non é contraddittorio: é logico.Tutto il susseguente sviluppo scientifico e tecnico si fonda su queste basi. Ne “Il Tramonto dell’Occidente” Oswald Spengler ha magistralmente descritto questa serie di fenomeni.    Certo, il medioevo ha dovuto affrontare e risolvere anche un problema pratico di come ricostituire la collettività in un qualcosa di socialmente identitario. Ha in altri termini dovuto teorizzare una qualche forma di reggimento dei popoli pur senza poter contare su archetipi pregressi, che si confacevano più a concetti imperiali romani che a società formate ex novo. E la risposta fu che é indifferente il sistema di governo purché esso perseguisse il bene comune, lasciando così ampia libertà di scelta ed adattamento secondo opportunità e circostanze.    Ai primi del settecento si attua lo strappo. Lo studio della logica trapassa dalla filosofia alla matematica ed alle scienze teoriche od empiriche. La filosofia, ivi compresa quella parte che si interessa della politica e del sociale, libera della logica e quindi senza rimorso alcuno svincolatasi dalla necessità di costruire senza contraddizioni, partorisce dapprima l’illuminismo, quindi gli idealismi dialettico e storico. E’ il rovesciamento dell’idea galileiana, é l’idea che determina la natura. L’uomo, attore libero nella storia la piega al suo arbitrio ed invoca nel contempo proprio la storia a giudice delle sue azioni. Ma ciò che é contraddittorio presto o tardi implode sotto il peso delle proprie incongruenze, e spesso in modo crudele.
   Il fatto.
   Cadute le utopie del’idealismo dialettico e storico, morto il socialismo, é ora il turno dell’illuminismo, di cui qui interessa riprenderne solo alcuni aspetti.    Ripudiando l’etica, l’illuminismo non può far altro che concepire la libertà come mera possibilità pratica di passaggio dalla potenza all’atto, che trova in questo la sua compiuta giustificazione. La libertà si trasforma quindi in licenza di cui tutti posso e debbono godere. Non stupisce quindi più di tanto che si attui la formulazione del suffragio universale, essendo il popolo sovrano. E’ giusto così ciò che decide il popolo, ciò che decide la maggioranza. Come la persona, anche la maggioranza é libera, ma libera nel senso prima descritto, ossia il diritto positivo fa aggio su quello naturale: bene comune diventa quindi il bene della maggioranza. Ma la propugnazione del suffragio universale svincolato dal canone etico conduce di fatto alla sostituzione al sommo potere della collettività dei potenti per scienza o sostanze, in ultima istanza i soli in grado di generare benessere, con gli usufruitori della ricchezza stessa, che ne richiedono a gran voce una sempre più cospicua spartizione, sostenuta dall’accampare sempre nuovi presunti diritti mai controbilanciati da adeguati doveri. In poche parole, così concepito il suffragio universale diventa incompatibile con la sanità del bilancio, per cui non si può spendere ciò che non si ha. Ecco quindi la necessità di generare un debito pubblico, sovrano e locale, sempre alimentato da un ingravescente disavanzo, unico mezzo per soddisfare una sempre più generalizzata ed imperiosa richiesta di vivere oltre le proprie possibilità.    In questa spirale debitoria gli Stati hanno fatto anche l’impossibile e l’inimmaginabile per proseguire su questa strada. Dapprima obbligando il sistema creditizio e produttivo a detenere le riserve in titoli di Stato, poi riducendone la tassazione per renderli più appetibili, ed infine emettendo titoli senza alcun sottostante. Ma se obblighi sistema creditizio e produttivo ad accumulare quote sempre maggiori di debito sovrano devi pure in una qualche maniera consentir loro di procurarsi il liquido necessario a finanziare la macchina statale. Dapprima si chiude un occhi, quindi tutti e due sulle loro attività più spumeggianti, giungendo infine ad un aperto incoraggiamento ad ogni forma di alchimia finanziaria.    La responsabilità di questa classe politica occidentale degli ultimi cinquant’anni é severa, pur concedendo loro l’attenuante che il suffragio universale premia chi promette di più nell’immediato, deprivato di ogni sensibilità e senso storico. In fondo, a ben pensarci, il debito altro non é che una tassazione differita nel tempo.    C’é da stupirsi che la gente comune si stupisca del crollo del sistema.    I pochi che lo hanno saputo prevedere, e ci voleva davvero molto poco, si stanno arricchendo. Come tutte le rivoluzioni, una vecchia Weltanschauung scompare così come una vecchia classe dirigente sta scomparendo per lasciare il campo ad una nuova, diversa nella mentalità e nella prassi: sono cambiate le regole del gioco, e chi non lo ha capito ne verrà falciato.     Cosa sta succedendo adesso.    In estrema sintesi, stiamo assistendo ad un gigantesco vuoto del potere politico in Eurolandia.   Ovunque si determini tale situazione questo vuoto può e deve essere ben occupato da qualcuno. Questo qualcuno, data la complessità di questa realtà geopolitica, non può non essere che un qualcosa di sovranazionale, ben organizzato e strutturato e con una qualche idea di come agire.    Sia molto ben chiaro: questo qualcuno mai avrebbe potuto intervenire se non gli fosse stato lasciato il passo: la colpa di ciò è solo ed esclusivamente dei governanti degli ultimi trent’anni e dei popoli sovrani che se li sono eletti. Chi guidasse ubriaco e si schiantasse conto un muro dovrebbe rammaricarsi di essersi ubriacato, non maledire il muro, o quel muro specifico contro il quale è finito.    E’ inutile strapparsi le vesti perché governatori e banchieri stanno assumendo il potere il Eurolandia: gli é stato semplicemente permesso. Avrebbero potuto farlo anche i militari. E’ altrettanto ovvio che faranno, almeno parzialmente, anche i loro interessi. Forse che non lo hanno fatto i politici chi li hanno preceduti?
   Cambiamento epocale, non crisi.    Stiamo vivendo non una crisi, bensì un cambiamento epocale.    Dalle crisi i sistemi escono più o meno indeboliti, ma sostanzialmente invariati, mentre nelle mutazioni epocale cambia sia la sostanza sia la forma con cui essa si esprime.    Le rendite di posizione sono distrutte con la forza perché non sono più in grado di reggersi ed opporre resistenza. Conquistano il potere idee, gruppi e persone nuove, e lo acquisiscono per desistenza dei pregressi potenti.    Alla caduta dell’Impero romano, i “cives”, che per oltre quindici generazioni avevano vissuto da pacifisti e si consideravano per diritto i padroni di tutti gli altri che avevano ridotto in schiavitù, si ritrovarono imbelli e disarmati di fronte ad un pugno di goti, e divennero schiavi di quelli che in passato erano in loro potere, e che si tolsero ben più che un sassolino dalle scarpe.    Un popolo sovrano che ha tollerato di sentir berciare che «il salario è una variabile indipendente» e si è stragoduto il welfare-state costruito sui debiti non si merita altro che di diventare schiavo, e schiavo di un padrone che lo faccia lavorare duramente.
   Lo Stato dell’Arte.
   Di fronte al disastro finanziario ed economico, anche se ancora si presenta a pelle di leopardo ma che presto si generalizzerà, e di fronte al crollo delle vecchie concezioni politiche, per cui gli Stati possono adesso essere deprivati della sovranità che li contraddistingueva, e possono essere di fatto commissariati mettendo a capo del governo persone non elette, occorre riproporci la domanda iniziale: é un bene oppure un male quanto sta accadendo?    Lungi dallo scrivente la pretesa di dare pareri definitivi. Tuttavia alcune considerazioni appaiono auto-evidenti.    In primo luogo, ciò che accade é inconfutabilmente reale, ed occorre prenderne coscienza, ammetterne l’esistenza. Negare il reale é il miglior modo per inibirsi anche la raccolta dei cocci, é un rinchiudersi nel delirio dei bei tempi passati, che mai più ritorneranno. Sarebbe utile meditare che mentre il suffragio universale occidentale è durato poco più di un secolo, istituzioni come la Chiesa cattolica e l’Impero cinese sono vivi e vegeti dopo millenni, e che presentano più analogie di quanto non parrebbe ad una analisi superficiale o di parte    In secondo luogo, occorrerebbe rivedere criticamente, dopo essersi accuratamente spogliati da ogni cascame ideologico, il fallimento del suffragio universale, che ha messo a governare persone chiaramente inidonee, ossequiosi lacchè del voglioso e volubile capriccio popolare, che cambiava a piacer suo i volti senza mutarne il contesto operativo.    In terzo luogo, sarebbe proficuo rivalutare con grande attenzione il fatto che i vecchi politici venivano su senza scuola, addestrati e tesi a vivere e superare il contingente in un orizzonte temporale a cavaliere tra le successive tornate elettorali. Abilissimi demagoghi, saltimbanchi della comunicazione, ma privi di quella formazione specifica necessaria e non passati al vaglio di una carriera meritocratica, caratteristiche riscontrabili invece in chi si é formato fino all’apice direttivo nelle strutture economiche e finanziarie. Certo, molti di loro hanno gli amici che hanno, e ci sono molti finanziere farabutti, ma imbecilli proprio no. Se una colpa può essere loro imputata é forse quella di essere intervenuti troppo tardi. Perché i governanti non dovrebbero essere selezionati su base meritocratica? Non è forse questa immane catastrofe economica e finanziaria un crimine contro l’umanità, ben degno di un nuovo processo di Norimberga?    In quarto luogo, se la crisi politica elimina gli incapaci ad aggregare consenso su progetti sani e giusti, quella economica e finanziaria elimina con la forza tutto ciò che era contraddittorio, ciò che viveva di rendita parassita, siano esse società imprenditoriali e finanziarie siano esse le sovrastrutture artificiosamente create sul mondo del lavoro: é un ritorno alla realtà dei fatti. La crisi elimina senza pietà tutto ciò che non é auto-consistente. Così, un’Italia con 8,600 miliardi di patrimonio delle famiglie e circa 4,000 miliardi di debiti (sovrano, degli enti locali, delle banche, delle imprese e delle famiglie) deve tornare al saldo netto: ossia circa 4,600 miliardi. Il Pil si deve dimezzare, e con esso il treno di vita dei nostri concittadini. Amputati i debiti si tratterà poi di ricostruire sul sano.    In quinto luogo, si apre adesso per coloro che hanno assimilato una solida cultura delle radici medioevali dell’Occidente l’arduo compito di riprendere l’iter interrotto alla fine del seicento per riformulare dei concetti di governo della collettività in termini logicamente realistici. Solo ritornando criticamente alle radici della nostra cultura e civiltà l’Occidente potrà riformulare un valido concetto di Stato sovranazionale. E’ un’opportunità unica ed epocale. Occorrerebbe però far molta attenzione a non voler cercare di costruire il futuro cercando di evitare tutti gli errori, veri o presunti, del passato: talora ciò che fu errato in un certo momento storico potrebbe rivelarsi utile in un altro. E’ un problema di buon senso.    Non è solo ricostruzione economica e finanziaria, ma della Weltanschauung di una società dei doveri.    Mi si consenta di terminare sottolineando un fatto che sembrerebbe essere sfuggito ai più.
«Nell’autunno del 2007, poco prima che si riunisse il XVII congresso del Partito comunista cinese, uno studioso di storia è stato invitato a Zhongnanhai (l’inaccessibile quartier generale-residenza dei massimi leader del regime, nel cuore di Pechino) a tenere una conferenza ai capi del governo sulle ragioni per cui i nove più importanti imperi della storia sono crollati. A invitarlo è stato Hu Jintao, segretario generale del partito e presidente della Repubblica popolare. Da quando, nel 2002, Hu Jintao è diventato il numero uno del regime, ha invitato nel palazzo del potere degli storici a tenere conferenze su quello stesso tema per ben quarantatré volte.»  [Helwing Schmidt-Glintzer, China - Vielvölkerreich und Einheitsstaat, Mondadori, 2011, pag. X-XI].
   Forse, questa volta i cinesi hanno qualcosa da insegnarci: la necessità di ritornare alle radici, ai valori davvero fondamentali, che per noi occidentali sono l’impianto cattolico che, nel campo socioeconomico, si risolve il ultima istanza nell’uso della logica e nell’applicazione della giustizia. «Unicuique suum tribuere»: dare a ciascuno il suo, ciò che gli spetta. Né di più, né di meno.
 gsm




Potrebbero interessarti anche :

Possono interessarti anche questi articoli :