Nell'articolo Un romanzo con bufala e pomodorini («Il Fatto Quotidiano», 20 agosto 2013), la giornalista Silvia Truzzi ci racconta di librerie che chiudono per lasciare il posto a negozi d'altro tipo o pizzerie, mentre nelle librerie ancora aperte (viene citato il caso esemplare di Feltrinelli) vengono venduti gadget e materiale di cartoleria, oltre che dvd, blu-ray, cd di musica. Ma la libreria propone anche viaggi o itinerari culinari e di benessere, se si pensa alle smartbox in vendita. Non mancano peluche, lego e altri giocattoli. Ecco che un luogo inizialmente adibito ai libri diventa un «grande supermercato che vende un po' di tutto», un modo come un altro per far tornare i conti.
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Per giustificare la diminuzione delle vendite di libri, in molti hanno puntato il dito contro gli ebook, anche se in Italia costituiscono il 2% del mercato editoriale totale. In realtà, c'è da chiedersi se veramente le persone, a causa della crisi economica, hanno deciso di spendere in altro, oppure se è una questione meramente culturale. Le statistiche dimostrano che, nel 2012, il 46% degli italiani, al di sopra dei sei anni, ha dichiarato di avere letto almeno un libro in un anno, una percentuale molto bassa rispetto al 61% della Spagna, il 70% della Francia e l'82% della Germania. Inoltre, se al Nord il 52,2% degli italiani afferma di aver letto almeno un libro all'anno, al Sud la percentuale è solo del 34,2%, al centro del 49,7% e nelle isole del 36%. Meno soldi da investire nella lettura o, semplicemente, poca voglia di leggere?
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