Quando
monta l’isteria, si sparano imputazioni a cazzo di cane e, anche se qualcuno se
ne accorge, tanta è la delicatezza che tace. Così con l’evocazione del reato di
strage per l’omicidio plurimo che s’è consumato al Tribunale di Milano. È strage
quando ammazzi alla cieca, perché colpisci membri di una collettività che, per
quanto eterogenea, investi di un’identità che è essa stessa il tuo bersaglio.
Qui, invece, la scelta delle vittime da parte dell’assassino aveva una ratio
che le individuava precipuamente in soggetti predeterminati: quel tal giudice,
quel tal avvocato, quel tal coimputato, ecc. E allora dove sta la strage? D’altronde
la sanzione penale per strage fa tanta differenza da quella per omicidio
plurimo con tutta la sfilza di aggravanti del caso? E allora perché nessuno – e,
quel che è peggio, nemmeno un magistrato – osa dire che parlare di strage è da
cretini? Così la parola corre, per la semplice ragione che sembra dare pienezza
al sentimento di sconcerto, sarà perché ha un suono che strepita come si deve. È
questione d’orecchio, probabilmente. Se esclamo «Gesù!», infatti, passo per
personcina mite, dolciastra, sostanzialmente inoffensiva, forse pure un po’ molliccia. Con «Cristo!» rimedio tutt’altra figura.