Cronaca di una vacanza all’ospedale

Creato il 26 maggio 2015 da Chiaracataldi

Mi rimproverano sempre di essere una di quelle persone che vanno tanto in giro all’estero, Iran-Giappone-Marocco-Uzbekistan, snobbando le bellezze locali.
Va bene, dico, facciamoci una gitarella nei dintorni, una roba tipo all-inclusive da villaggio vacanze, così provo anche questa. Pasti, pernottamenti, intrattenimento tutto compreso: un bel ricovero in ospedale!
Adesso vi racconto nel dettaglio.

Il mio ultimo ricordo prima di cadere in catalessi da anestesia è un poco piacevole “lama n. 4″. Infatti avevo sperato ardentemente di addormentarmi presto per non sentire altro.
Il primo ricordo, appena svegliata, è un freddo boia e una strana sensazione di rivoluzione nella pancia. Parlavo, ma nessuno mi sentiva. Poi ho capito che era perché non mi usciva la voce: dopo un bel taglio verticale in pancia, i miei addominali erano andati a farsi benedire. Ma dato che sbattevo i denti tipo Siberia a gennaio, mi avevano piazzato lo stesso un bel tubo che sparava aria calda sotto l’ascella.
La cosa peggiore è stata quando, ancora immersa nei fumi dell’anestesia, nella mia stanza si affaccia un prete. “Ecco!” ho pensato “E’ qui per me, non ce l’ho fatta. Maremma impestata ladra!”.
Poi ho scoperto che preti e suore circolano liberamente nelle corsie d’ospedale per fare due parole con chi lo desidera. Benissimo! però mettete un bel cartello fuori dal reparto “se vedete un prete, non è lì ESPRESSAMENTE per voi”.

Insomma, i primi giorni:
a) sei a digiuno totale. Niente cibo per 76 ore. Nel complesso, considerando anche i due organi interni in meno, ho perso 5 kg in 5 giorni. Ci sarebbe tutto il materiale per il remake del celeberrimo film “7 chili in 7 giorni”: meno efficace, ma anche più breve. Il risultato è assicurato: niente ti fa perdere peso come il non mangiare, ed è molto più economico e veloce di dieta e dietologo;
b) sei legato da una selva di tubi e fili che ti rendono molto simile a Robocop;
c) hai uno spillo stile voodoo piantato nella spina dorsale che, mi avevano detto con tono rassicurante, “impedirà agli impulsi del dolore di arrivare al cervello, così non sentirai niente!”. Peccato che sentissi TUTTO. Per questo ho amato all’istante l’infermiera che per prima mi ha sparato un bell’antidolorifico in vena. “Non devi stare male” mi ha detto. “se senti dolore si fa un antidolorifico”. In pratica funziona come al bar: chiami l’infermiera, chiedi un antidolorifico come fosse un aperitivo, e in meno di due minuti ti portano qualcosa. Io li ho provati tutti: endovena, sublinguale, intramuscolo, pasticcone.

Poi, appena stai meglio, inizi ad avere una vita quasi normale. In primis, ti staccano i tubi: basta catetere-flebo-spillo nella schiena.
Finalmente, dopo 72 ore di digiuno si riprende a mangiare!! Inutile dire che il mio primo semolino aveva il sapore di un’aragosta. E non parliamo del primo pollo bollito!! Più buono di un’anatra all’arancia! (A questo proposito, vorrei spezzare una lancia a favore del cibo all’ospedale: un po’ insipido, ma nel complesso abbondante e soddisfacente).
La routine da ospedale prevede, nell’ordine:
-sveglia h 6
-passaggio delle signore delle pulizie
-passaggio infermiere per rilevamento febbre-pressione-prelievo sangue.
Terminati questi primi step, sono all’incirca le 6.45. In attesa della tanto agognata colazione, si può fare un giretto al bagno e lavarsi, considerando i tempi tecnici che servono per alzarsi dal letto, fare 50 mt che ti separano dal cesso, espletare le varie attività e percorso a ritroso, tutto in assenza totale dei muscoli addominali. L’ultimo giorno avevo totalizzato un tempo record di 32 minuti netti!
Dopo colazione, medicine e medicazioni; quindi, una prateria di tempo fino al pranzo, da impiegare a piacere tra: tv, letture, SettimanaEnigmistica, chiacchere con la vicina di letto, micro-pisolini.
Il pomeriggio arriva il dottore, che ti chiede come stai, passa a ravanarti la pancia dicendo “non ti faccio male, vero?” (-insomma, veramente un po’ sì…- e lui “certo certo, un po’ è normale”, -ah, ok!).
Dopo il dottore, passa suora/prete di cui sopra, a salutare (datemi retta: un bel cartello di avvertimento, così evitiamo ulteriori ricoveri per infarto). E poi niente, si aspetta la cena, scommettendo sul menu: purè e tacchino? o pastina in brodo e omogenizzato?

Insomma, non dico che sia un’esperienza che tutti dovrebbero provare almeno una volta nella vita… Però io all’ospedale non ci sono stata per niente male! ;)



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