Da quale parte stare?

Creato il 09 aprile 2010 da Dylandave

- Cella 211 – 2010 – ♥♥♥♥ -

di

Daniel Monzòn

E’ vincitore di ben otto premi Goya il film spagnolo di Daniel Monzon che arriva qui da noi portandoci un chiaro esempio di come un certo tipo di film non abbia bisogno di una produzione americana per essere degno di nota, ma al contrario sia importante che sia dotato di un’ ottima sceneggiatura, una regia convincente e degli attori decisamente in parte. L’ intera vicenda si fonda sul ribaltamento di ruoli nel quale il protagonista Juan Oliver (un perfetto esordiente Alberto Amman) si ritrova catapultato : da secondino al suo primo giorno di lavoro è costretto per sopravvivere a fingersi carcerato durante una rivolta in atto dai detenuti di un braccio di una prigione. Ed è proprio durante questa che i buoni e i cattivi saranno più volte confusi e lo spettatore si ritroverà catapultato in un crescendo emotivo, dato anche dalle forti scene di violenza, che altro non faranno che confondere ancor di più quel sottile confine dal quale le due forze antagoniste vengono separate. Monzòn si tuffa nella realtà carceraria sottomettendo la macchina da presa alle esigenze degli attori e seguendoli dappertutto, quasi senza tregua. Introduce aspri e duri argomenti di critica sociale come l’ abolizione dell’ isolamento nelle carceri e la diplomazia spagnola con il governo basco per la gestione dei terroristi dell’ ETA, mettendoli allo scopo della vicenda narrativa, senza mai far perdere la priorità alle vicende dei protagonisti della sceneggiatura. Sarà impossibile da spettatori non essere trascinati dal carisma di Malamadre (Luis Tosar), il detenuto che da vita alla rivolta dei detenuti e che inizialmente connotato come un personaggio negativo pian piano verrà rivalutato grazie soprattutto alla complicità che saprà instaurare con Juan. Ed è questa la vera forza della sceneggiatura di Monzòn: quella di far “danzare” lentamente i suoi personaggi davanti lo schermo scoprendo lentamente i loro caratteri fino a far loro scambiare i ruoli. E alla fine è solo l’ umanità che prevale, quella che è libera dalle etichette e non è chiusa nelle dure celle sociali che i ruoli (negativi o positivi) spesso impongono. Una riflessione anche su come spesso le vicende private e gli affetti possano far oltrepassare il limite della ragione e sovvertire i nostri canoni di senso di giustizia. C’è ricerca dietro ogni singola inquadratura e quasi nulla sembra essere lasciato al caso nel legare una scena con l’ altra, e anche la violenza che non si pone certo limiti in talune sequenze è sempre ragionata e mai filmata come pura esaltazione visiva. E’ vero però  che bisogna porre meno attenzione all’ originalità del genere in sè, dato che molti sono i lavori passati (film e serie tv) che hanno come tema situazioni di “barricata” nelle carceri. Ma questa volta non siamo ad Hollywood ma in Spagna, anche se nulla Cella 211 ha da invidiare ai mezzi statunitensi. Funziona, scorre e coinvolge e di certo non mi stupirei affatto se gli americani arrivassero a pensarne e produrne un remake.

(Uno di loro?)

( L' avvenimento che stravolgerà le parti )

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