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“Dai Led Zeppelin allo Zen” di Antonio Papagni

Creato il 22 agosto 2019 da Athos Enrile @AthosEnrile1

“Dai Led Zeppelin allo Zen” di Antonio Papagni

Il libro che mi accingo a commentare è "Dai Led Zeppelin allo Zen " di Antonio Papagni .

Capita spesso di calarmi nel ruolo di chi scrive, di trovare punti comuni, idee che collimano, spesso sovrapponibili, ma in questo caso le similitudini sono davvero tante.

Per accantonare subito il concetto semplifico, sottolineando che ho vissuto nello stesso fortunato periodo, e molte delle esperienze raccontate da Papagni sono le stesse che fanno parte del mio quotidiano racconto di vita e musica.

Non parlo di "fattore nostalgia", ma dell'urgenza di narrare un periodo felice - se riferito alla creatività musicale -, nella speranza che l'azione, quasi didascalica, possa diventare una solida linea guida nel caso qualcosa cambiasse e il futuro lasciasse spazio alle cose positive che sono capitate in un'era costituita da pochi lustri, caratterizzati però da repentine e sostanziali modifiche che hanno stravolto il nostro modo di vivere. Sognare ad occhi aperti è ancora un bell'esercizio.

Il periodo che l'autore prende in considerazione parte dal 1972 e arriva al 1990; scriverlo nella sua attuale forma ha richiesto anni di lavoro, e mi piace immaginare un ulteriore sottotitolo: " Dall'adolescenza alla maturità!".

Già, l'adolescenza, quel primo periodo di vita, da sempre toccato dall'inizio di una personale colonna sonora - status che non credo si sia modificato nel tempo - che viene presentato in questo contesto con una forza prorompente che va scissa e particolareggiata nelle varie componenti, presenti negli adolescenti di quei tempi, molti dei quali, inconsciamente, aspiranti melomani:

-il passaggio dal binomio Beatles/Stones a qualcosa di più fresco

-il rito del vinile, ovvero la condivisione della nuova musica

-l'allargamento famelico della conoscenza, con grande predisposizione all'effetto domino

-lo spirito di emulazione, e l'avvicinamento allo strumento più congeniale.

Una cosa che, mi pare, mi avvicini ancora di più all'autore, è la capacità di rimanere nel lecito e nell'ortodossia, nonostante il bisogno di emulazione e appartenenza al gruppo, dinamica tipica dei giovani, ieri come oggi.

E vai a spiegare cosa sia stato il rito del vinile! Prova a mettere su piatto un formato fisico, così lontano dalla liquidità dei suoni attualmente sul mercato!

Pagina 7: inizio col botto... il racconto di un album in particolare, semplice nella denominazione, specifico nella numerazione. Dire che dopo quell'ascolto niente fu più lo stesso non è un'esagerazione, e ascoltare nel 2019 " Led Zeppelin II" fornisce le stesse emozioni di un tempo, almeno, a me capita così...

Estrapolo dal racconto di Papagni:

" Erano i primi freddi mesi del 1972: ricordo che mi trovavo a casa di un amico ad ascoltare i Beatles... stavamo seduti per terra, attorno ad un vecchio giradischi, si parlava di "formare un complesso" ... chi non faceva parte di una band voleva metterne su una. A un certo punto il mio amico prese un disco... lo mise sul giradischi e vi poggiò la massiccia testina... era "Led Zeppelin II". Si scatenò la forza dirompente dell'album ed è stato quello il momento in cui non mi sono più sentito bambino. Difficile spiegare cosa mi successe, ma fu determinante per la mia formazione umana e culturale. Sono convinto che non sia possibile capire oggi cosa rappresentò l'uscita sul mercato del 2° disco dei Led Zeppelin. Fu uno shock! Dai solchi di quell'album si sprigionava un'energia nuova... avvertii chiaramente che quella musica segnava il passaggio da una dimensione ludica a qualcosa di più complesso, qualcosa che poteva nutrire la mia anima di adolescente." (cliccare qui per l'ascolto ).

Da qui parte la storia di un giovane uomo che proverà a perlustrare i tanti sentieri che accompagnano un percorso che, iniziato in modo comune, trova arricchimento nella ricerca del nuovo, nel nutrimento del pensiero, nella contemplazione estetica di ciò che gira intorno, nell'utilizzo della giusta dose di razionalità, prendendo atto di procedimenti immodificabili che necessitano di spiritualità e ascetismo, almeno per una sufficiente dose di accettazione della precarietà esistenziale.

La musica, la letteratura, la natura: sono questi tre pilastri che diventano fondamentali per far fronte alle modifiche sociali, quelle che portano a disegnare, in estrema sintesi, uno scenario distopico, di cui ci si accorge girando la testa all'indietro, quando probabilmente è troppo tardi per agire, e in ogni caso l'azione solitaria non potrà smuovere le montagne.

Papagni ci parla delle sue letture, del suo modo di vivere e convivere col mondo circostante, della sua musica, che è quella che ha caratterizzato l'esistenza di molti ex ragazzi nati a metà degli anni '50.

E nei momenti di sconforto, quelli in cui occorre aggrapparsi alle certezze che mai hanno deluso, l'autore punta i suoi riferimenti indelebili, come Robert Fripp e Brian Eno, così come racconta nelle righe a seguire, da me sollecitato.

Potrei sviscerare i vari capitoli, ma il mio compito è solo quello di incuriosire e aprire la strada alla lettura; in ogni caso la chiacchierata a seguire rivelerà molti dettagli che permetteranno di entrare integralmente nel mondo di Papagni, e mi auguro che il suo libro trovi la più larga diffusione possibile, in primis per la sua completezza, mix di "nozioni, esperienze e idee", e sono certo che anche i più introdotti nel mondo della musica sentiranno il bisogno di approfondire "titoli" dimenticati o mai catturati.

Perché questo passaggio dal rock alla spiritualità? Cosa unisce Page & C. alla meditazione Zen?

Vale la pena leggere il pensiero di Antonio Papagni, nelle prossime righe.

Personalmente credo che occorra possedere una basica virtù, il primo gradino del processo di innalzamento dell'anima che, partendo dalla ragione, possa giungere a una fede consapevole.

Il lavoro di Antonio Papagni è molte cose, e tra queste estrapolo la funzione didattica, quel tenere accesa una luce affinché il sentiero di chi arriverà dopo possa essere un po' più chiaro e quindi meno insidioso, e a lui, fine pensatore, regalo una citazione nobile:

Libro imperdibile, testimonianza unica... ringrazio l'autore per aver rinforzato i miei ricordi e avermi fatto riflettere sui molti errori commessi... c'è sempre tempo per cambiare rotta!

“Dai Led Zeppelin allo Zen” di Antonio Papagni

Ecco cosa ci siamo detti!

Mi pare anche inusuale il modo in cui hai "sistemato" le cospicue note, in pratica una sezione a parte raggruppata nell'ultima parte del book...

“Dai Led Zeppelin allo Zen” di Antonio Papagni

Il percorso che descrivi presenta una buona dose di sofferenza, alimentata dalla crescita personale e, quindi, dalla consapevolezza, ma nei momenti più difficili sembra possa arrivare in tuo aiuto l'ancora di salvezza, che ha nomi e sembianze precise, da Fripp a Eno: la musica... certa musica, ha davvero un potere curativo superiore?

Se è vero che Paolo Vites ha intitolato la sua recensione al mio libro "Dai Led Zeppelin allo Zen: come la musica ci ha salvato la vita", e ha ricordato nel testo la prima strofa di "No Surrender" di Bruce Springsteen "Abbiamo imparato più da un disco di tre minuti che da tutto quello che ci hanno insegnato a scuola"; se è vero che la musica è stata fondamentale per la mia crescita personale, forse la cosa più importante è stato conoscere persone come Robert Fripp che avevano, oltre alla musica, "un modo di fare le cose" e una disciplina da trasmettere.

Susanna Tartaro nel suo blog scrive che siamo circondati da "adolescenti multitasking che con una mano fumano e con l'altra reggono il cellulare; trentenni hipster, i barbuti surfisti del web che sgusciano smilzi su eco-biciclette con un cervello pieno di idee e di app, fanno tendenza; cinquantenni che girano come criceti sulla ruota; sessantenni, colti e ideologici mentre affondano i denti sui polpacci degli ottantenni seduti su poltrone da cui non si alzeranno", ma io non credo che sia questo il quadro esatto. Questa è la televisione, come le ho scritto.

Salviamo e facciamoci salvare dalle relazioni, dagli affetti, dall'amicizia e dall'amore. Distruggendo la capacità di unire distruggiamo il futuro. Senza affetti veri e concreti i giovani stanno male e "un ospite inquietante, il nichilismo ... penetra nei loro sentimenti, confonde il loro pensieri, cancella prospettive e orizzonti" (come scrive Galimberti).

"... Nel momento in cui si pensa che ci sia soltanto il gelo, la terra sta per donare la nuova speranza legata a nuovi prodotti... la gente ha bisogno di ritrovare ancora a belle idee, ha necessità di poesia, di bellezza, di amore Pochi giorni fa un grande musicista, al termine della nostra conversazione, chiosava: ...".

Non siamo giapponesi. Come ha detto il poeta Shuntarō Tanikawa "I giapponesi d'oggi non sanno più nulla dello zen, ma esso è entrato nel loro DNA."

Dovendo rispondere improvvisamente direi senza dubbio "Larks' Tongues in Aspic". Eppure, non so se porterei questo album con me su un'isola deserta (anche perché è indissolubilmente inciso nella mia mente). Cercherei forse di unire Fripp e Eno e sceglierei "Evening Star". Ma come dimenticarmi di Jon Hassell?

Se dovessi portarmi un libro su un'isola deserta forse sceglierei di rileggere "Alla ricerca del tempo perduto", per la sua lunghezza e complessità o anche "Finnengans Wake", per la sua impossibile lettura.

“Dai Led Zeppelin allo Zen” di Antonio Papagni

“Dai Led Zeppelin allo Zen” di Antonio Papagni



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