Dal Maine con amore

Creato il 17 marzo 2015 da Marina Viola @marinaviola


Penso sul nascere di questo martedì mattina milanese splendidamente grigio, che ancora una volta è msiterioso come le parole che ho scritto l’anno scorso nell’ufficietto di casa mia a Cambridge, nel Massachusetts, siano state stampate tuttte quante sulle pagine di un libro.Mi vengono in mente le magie che le mani delle persone giapponesi fanno con un pezzetto di carta colorato: liscio, quadrato. Loro ci fanno le loro belle pieghette, magari senza neanche metterci tanto impegno, e poi zac! ti fanno un origami che tu dici impossibile.

Magica è anche la copertina del libro, che ritrae Luca piccolino. Eravamo andati a fare una gita nel Maine, io con il mio pancione pieno di Sofia, il mio seno pronto al latte; Dan un po’ ansioso all’idea di un secondo figlio, ma felice, e Luca, come sempre ignaro di non essere più figlio unico, come sempre contento. Era l’inizio dell’estate e dopo la colazione (la stessa che Luca fa ancora adesso, sedici anni dopo), lo avevamo portato in spiaggia, per accontentare la sua ossessione per l’acqua. Il Maine ci impiega tanto a diventare caldo, e infatti ricordo le braccia ruvide di brividi di Luca. Ricordo di aver giocato con lui sulla spiaggia. Lui aveva cominciato da poco a capire come si fa a correre e era, come d’altronde lo è adesso, incerto e un po’ goffo, e, come fa ancora adesso in sala, correva in circolo agitando le sua braccia. Io facevo finta di rincorrerlo, e lui rideva come un matto. Era (ma, cuore di mamma, credo lo sia ancora adesso) di una bellezza struggente, con i suoi lineamenti morbidi, le sue guance belle piene, i suoi occhialini rossi, le sue dita sempre un po’ tozze grazie a quel cromosomo in più che ho imparato a adorare.Dopo la sua corsettina, si è rivolto a Dan e con le sue due manine ha fatto il segno di “more”, sicuramente per chiedere i goldfish, che sono dei cracker che ai bimbi americani piacciono tanto quanto piace l’ovetto Kinder a quelli italiani. Lui ne è ancora golosissimo, e infatti una delle poche cose che fa assolutamente da solo è andare in cucina, prendere una vaschetta del budino, aprire l’armadio dove ci sono goldfish, e riempirsela fino al bordo. Lo so perché come Pollicino lascia per terra in corridoio e sui gradini che portano in camera sua, una scia di cracker. In quel preciso istante di “more” Dan lo ha immortalato, catturando per sempre quella gita nel Maine. E adesso ritrovo quell’istante di vita famigliare nella vetrina delle librerie di Milano, e forse anche in altre città, e mi commuovo. Poi mi ritrovo a pensare a come sia stato difficile la settimana scorsa spiegare a Luca ormai diciottenne che sarei andata via per poter spiegare agli altri di lui, del suo essere così brillantemente lui. Mi sono sorti dei dubbi, ovviamente, su come lui avrebbe potuto reagire alla mia decisione di scrivere di lui, se in un mondo diverso mi avrebbe dato l’autorizzazione di farlo. La stessa domanda me la feci anche tre anni fa, quando scrissi di mio papà, e feci mia una storia che certamente mi riguarda, ma che espone lui. Quella volta lì la risposta mi arrivò mentre fissavo quella foto in bianco e nero di lui in spiaggia (ecco come la vita poi ripropone le stesse cose): ricordo di aver percepito nel suo sguardo un’approvazione, un “dai, scrivi, vai, butta giù” che mi ha autorizzato ad aprire la diga che tratteneva ormai da trent’anni quel fiume di ricordi.Rispondo anche questa volta a me stessa dicendo che sì, Luca me l’avrebbe sicuramente data l’autorizzazione, perché in fondo la nostra è una storia molto più comune di quello che si pensa, ed è bello poter spiegare agli altri che essere Luca è sì complesso, ma anche quasi magico. È bello poter mostrare agli altri la fierezza con cui Luca, sempre ignaro di essere com’è, si porta in giro, messaggero di una diversità possibile e completa. Credo fermamente che sia davvero da condividere, se non altro per far scaldare il cuore a chi sta ancora facendo il difficilissimo viaggio dell’accettazione.




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