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Dal nulla all’Allsvenskan in 13 anni: la splendida storia del Dalkurd FF, ”la nazionale del Kurdistan”

Creato il 02 novembre 2017 da Agentianonimi
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La Svezia regala spesso favole e storie emozionanti: qualche giorno fa vi avevamo raccontato quella dell’Ostersunds di Graham Potter (che, per inciso, stasera giocherà a Bilbao per centrare una storica qualificazione anticipata ai 16mi di Europa League), e ora tocca ad un’altra splendida favola, che ha portato una squadra nata nel 2004 a conquistare la promozione in Allsvenskan.

Stiamo parlando del Dalkurd FF, per gli amanti dei nomi completi Dalkurd Fotbollsförening, quella che è stata chiamata ”la nazionale del Kurdistan”. E qui va fatta una precisazione: il Kurdistan è uno dei tanti non-stati del mondo, un vasto altipiano che è stato smembrato a suon di guerre e conflitti tra Iran, Iraq, Turchia e Siria, e che ha dato vita a una popolazione di circa 40mln di curdi che, proprio per le guerre e le persecuzioni (in Turchia ancora oggi i turchi vengono dipinti come ”il nemico”), si è sparsa per il mondo intero. Troviamo curdi in tutta Europa, e in varie nazionali o nazioni: per fare qualche semplice esempio, Eren Derdiyok (Svizzera) è un curdo emigrato in Svizzera, e poi c’è la comunità probabilmente più numerosa insieme a quella turca, quella dei curdi di Svezia. È proprio da qui che nasce la nostra storia, da 9 rifugiati scappati dal conflitto mediorientale degli anni Ottanta che, dopo qualche mese di riflessione, se ne escono con un’idea meravigliosa: perchè non creare una squadra che sia un esempio d’integrazione, e aiuti i giovani curdi ad esprimersi attraverso il caro e amichevole giuoco del pallone?

Detto, fatto. Nasce così, nel 2004, il Dalkurd FF, che ha la sua sede a Borlänge, una cittadina anonima di 41mila anime nel Centro-Sud della Svezia che è un autentico simbolo del multiculturalismo europeo: qui convivono curdi, svedesi, iraniani, marocchini e quant’altro, con un pizzico d’italianità che non guasta mai. È in questo contesto che nasce, quasi per gioco e come doposcuola/dopolavoro, il Dalkurd FF, e nessuno si sarebbe mai immaginato di vederlo approdare in Allsvenskan 13 anni dopo la sua fondazione: la prima rosa della squadra, che ha per simbolo la bandiera del Kurdistan iracheno e come colori sociali il rosso e il verde (con punte di quel giallo-sole presente nel logo societario), aveva addirittura un’età media di 16.4 anni, ma è stato proprio l’entusiasmo dei giovani uno dei fattori-chiave del Dalkurd delle origini. La formazione, che gioca e giocava al Domnarvsvallen, stadio di 6500 posti diviso con l’IK Brage (ma non dovrebbe giocarci nel 2018 per frizioni tra il club e il comune), ha infatti ottenuto subito una clamorosa escalation fatta di promozioni, gol e record: dal 2005 al 2009, l’emanazione curda in Svezia ha ottenuto cinque promozioni consecutive (in tutto, 7 promozioni in 13 anni), passando rapidamente dalla Division 6 alla Division 1 e stampando 68 vittorie in 75 gare, con un clamoroso +421 nella differenza reti. 

Dal nulla all’Allsvenskan in 13 anni: la splendida storia del Dalkurd FF, ”la nazionale del Kurdistan”Il logo del Dalkurd FF

Per la cronaca, la Division 1 è l’equivalente svedese della nostra Lega Pro, un torneo ancora dilettantistico che vede il Dalkurd sfiorare l’ennesima impresa nel 2013: a 9 anni dalla sua fondazione, i rossoverdi sfiorano la promozione in Superettan, la Serie B svedese, e devono rimandare il sogno solo per il ko subito nello spareggio promozione-retrocessione contro l’IFK Varnamo. 1-0 in casa, 1-5 in trasferta, e il tutto viene rimandato a un paio d’anni più tardi: la Division 1 ospita il Dalkurd fino alla fine del 2015, quando i ragazzi allenati da Andreas Brännström (2.14pti di media nella sua prima esperienza col DFF) sbaragliano la concorrenza e conquistano il campionato (e la promozione) con 14 punti sulla seconda classificata. Il Dalkurd approda in Superettan, e vive la sua svolta societaria: la società, partita come un semplice dopolavoro, diventa un’azienda, e il 49% del club viene acquistato dai fratelli Sarkat e Kawa Junad, imprenditori milionari nell’ambito delle telecomunicazioni. Gli investimenti aumentano, il progetto viene ”resettato” con l’obiettivo di portare il Dalkurd FF tra i grandi di Svezia e farlo giungere all’attenzione internazionale, e nasce proprio così il sogno realizzato qualche giorno fa: la ”nazionale del Kurdistan”, dopo un anno d’apprendistato nella seconda divisione, ha chiuso al 2° posto la Superettan 2017, conquistando il suo posto al sole e la promozione nell’Allsvenskan. Nel 2018 il Dalkurd FF, che ha raggiunto questo traguardo battendo il GAIS Göteborg, giocherà in Allsvenskan e sfiderà Malmö, Göteborg, Ostersunds e affini, e deve tutto questo a un progetto vincente, ma anche a un ottimo tecnico, che farà a sua volta l’esordio in prima divisione.

Kurdish football club from 🇸🇪 Sweden, @DalkurdFF, has won and is qualified to play in the @AllsvenskanSE new season.

Her Bijî DalKurd. ❤ pic.twitter.com/VgqyJl01tx

— Kurdish Culture (@Kurdish_culture) 28 ottobre 2017

Un vecchio-nuovo tecnico per il Dalkurd, che all’inizio del 2017 ha ritrovato colui che l’aveva portato alla vittoria nella Division 1: Andreas Brännström aveva lasciato il club per approdare all’Hammarby U19, probabilmente per la convinzione di aver fatto tutto il possibile per il club, ma non sapeva ancora di essere destinato a diventare una leggenda della società di matrice curda. Dal momento del suo arrivo, il tecnico ha ottenuto 57 punti in 29 gare, con una media punti di 1.95 in Superettan e la costruzione di un (nuovo) gruppo granitico: il segreto del Dalkurd FF è proprio questo, il fatto che ogni giocatore si sente importante ed è pronto a dare il proprio contributo anche dopo settimane senza giocare, e la capacità del tecnico di mischiare alla perfezione tutte le anime dello spogliatoio. Nel club, che ha lanciato giocatori come Brwa Nouri (colonna dell’Ostersunds) e ha in rosa l’ex Celtic Mohamed Bangura, troviamo infatti africani, statunitensi (il difensore titolare De John e l’ala Stadler), svedesi, un giapponese (Sugita) e tanti asiatici, e poi c’è quell’anima curda che non può mancare in quella che viene giustamente definita ”la nazionale del Kurdistan”, e viene schierata con un 3-4-1-2 quadrato, nel quale il vicecapitano Rawez Lawan supporta gli attaccanti Yarsuvat e Awad: e proprio Lawan è uno dei curdi della rosa, insieme al talento Rewan Amin (centrocampista classe ’96, nato in Olanda) e al capitano Peshraw Azizi, difensore di sangue Pashmerga e istinti alla Piqué che l’hanno portato ad esprimersi più volte a favore della causa curda e farsi dei nemici. D’altronde suo padre era un combattente, e parlare del Kurdistan è quasi un dovere per capitan Azizi, che veste la maglia del Dalkurd dal lontano 2011 (il record di presenze è dell’altro difensore Ekblad, in squadra dal 2007) e in stagione ha avuto un ruolo tanto marginale in campo, quanto fondamentale nello spogliatoio: tre curdi in rosa, ma ha origini curde anche il turco-svedese Richard Yarsuvat, capocannoniere della squadra con 17 gol nella Superettan 2017 e tante reti decisive. Lui, con Lawaz e Ahmed Awad (8 reti a testa), ma anche col centrocampista e incursore Ahmed (6 reti), è la stella di una squadra che fa del multiculturalismo la sua caratteristica principale.

D’altronde, come ha spiegato sapientemente Rawez Lawan ai microfoni di Eurosport, ”il Dalkurd è la nazionale del popolo curdo, giochiamo per 40mln di persone e anche i compagni di squadra svedesi e di ogni nazionalità si sentono coinvolti in questa squadra e in questa sfida”: una sfida che ha conquistato appieno il cuore di Rawez Lawan, al punto da declinare l’offerta di giocare per quell’Iraq che ha conquistato la Coppa d’Asia 2017 e sforna spesso talenti, ”perchè io sono curdo e non potrei mai tradire la mia gente, i diritti per cui abbiamo combattuto giorno dopo giorno”. Ideali forti e ben radicati, che hanno reso la conquista della promozione in Allsvenskan ”la nostra Coppa del Mondo”: tra i giocatori della squadra c’è la fiera convinzione che la massima serie sia solo l’inizio di qualcosa di nuovo e speciale, e pensare che il Dalkurd poteva anche smettere di esistere nel 2015.

I giocatori e l’intero staff societario, infatti, si trovavano a Barcellona per uno stage, e avevano prenotato dei posti sull’aereo dalla città blaugrana a Dusseldorf, il volo che si schiantò a causa della follia del pilota Lufthansa Andreas Lubitz: l’intero Dalkurd FF sarebbe potuto morire quel giorno, ma il destino aveva in serbo tutt’altro per la squadra, che si salvò cambiando idea all’ultimo e optando per un itinerario differente, con scalo a Monaco di Baviera e tre voli da prendere per tornare a casa. Il destino voleva portare semplicemente il Dalkurd FF in Allsvenskan, oppure ha in serbo altre conquiste per il giovanissimo club svedese-curdo? Lo scopriremo molto presto, c’è una prima stagione tra i grandi da giocare…

(di Marco Corradi, @corradone91)

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