Dalla “Patria Chica” fino alla formazione di una nuova identità sudamericana: l’UNASUR

Creato il 18 gennaio 2013 da Geopoliticarivista @GeopoliticaR

In vista della conferenza “America Latina: tentativi d’unità”, che si terrà presso la Camera dei Deputati lunedì 21 gennaio, l’IsAG ha pubblicato il suo Report numero 6, dedicato all’integrazione latinoamericana e nella fattispecie all’UNASUR. Realizzato da Francesco G. Leone, direttore del programma di ricerca “America Latina” dell’IsAG, il Report 6 può essere scaricato in formato pdf cliccando qui. Di seguito il testo integrale.

Introduzione

L’acronimo UNASUR, Unione delle Nazioni Sudamericane, vuole indicare una organizzazione internazionale a carattere regionale che comprende una popolazione di 368.069.267 abitanti secondo i censimenti ufficiali dei dodici paesi che la compongono1.

Il trattato costitutivo di questa entità internazionale rievoca la storia condivisa e solidale delle nazioni sudamericane le quali si definiscono, sulla falsariga del preambolo, multietniche, plurilingui e multiculturali. Come noto, l’odierna popolazione del subcontinente condivide non solo le radici culturali tramandate dalla tradizione hispano-lusitana ma anche un passato coloniale molto travagliato ed un infausto periodo della storia contrassegnato dai governi autoritari e dalla violazione sistematica dei diritti umani.
Un altro aspetto interessante del Sudamerica sono le attuali rivendicazioni etniche, non solo di matrice politica ma anche economica, soprattutto in Bolivia ed Ecuador2, che hanno riportato alla luce le istanze dei popoli originari che per lungo tempo sono state disattese ed emarginate dalla vita istituzionale3e 4.

La regione si caratterizza inoltre per l’immensità del territorio5, l’abbondante quantità di risorse naturali, soprattutto di acqua6, petrolio7 e di altrettanti minerali strategici come le terre rare8 e l’uranio9.

Nonostante la crisi economica mondiale, le prospettive economiche sono allettanti10 e l’ormai inarrestabile processo d’integrazione sembra intramontabile. Gli analisti fanno presagire un futuro prossimo segnato dalla stabilità della regione, nonostante la complicata situazione internazionale. Altri ancora sostengono in maniera enfatica che nei prossimi quindici anni il Brasile consoliderà la propria posizione a livello planetario11.

Le caratteristiche appena rilevate fanno trapelare, da una parte, quanto sia ambizioso il processo d’integrazione sudamericano e, dall’altra, che tale obiettivo dovrà essere attuato in maniera flessibile e graduale assicurando che ogni Stato possa addivenire ai propri doveri secondo le proprie esigenze.
Questo articolo vuole mettere in evidenza alcune idee, dottrine, discorsi ed avvenimenti che hanno profondamente influenzato le vicende sudamericane fino all’avvento dell’UNASUR. Per portare a termine questo compito, dobbiamo necessariamente affidarci, non senza difficoltà, alla storia.

Il progetto di Simón Bolívar e la Dottrina Monroe

Per Simón Bolívar l’indipendenza dell’America Latina non supponeva un mero conflitto armato contro la Spagna, bensì una opportunità per riorganizzare gli Stati di nuova formazione. Sfortunatamente, l’epopea bolivariana non poté ultimare la sua ambiziosa impresa. Mancò la tanto anelata unità, estremamente necessaria per completare quella che viene definita dallo stesso libertador come «l’opera della rigenerazione». Nella lettera di Giamaica del 6 settembre 1815 egli scrisse:

Seguramente la unión es la que nos falta para completar la obra de nuestra regeneración. Sin embargo, nuestra división no es extraña, porque tal es el distintivo de las guerras civiles formadas generalmente entre dos partidos: conservadores y reformadores. Los primeros son, por lo común, más numerosos, porque el imperio de la costumbre produce el efecto de la obediencia a las potestades establecidas; los últimos son siempre menos numerosos aunque más vehementes e ilustrados. De este modo la masa física se equilibra con la fuerza moral, y la contienda se prolonga siendo sus resultados muy inciertos. Por fortuna, entre nosostros la masa ha seguido a la inteligencia12.

Di stampo contrario furono le parole del presidente statunitense James Monroe durante il messaggio annuale al congresso pronunciato il 2 dicembre 1823 con il quale articolava le sue idee in materia di politica estera tracciando una netta separazione fra il nuovo mondo – l’America – ed il vecchio mondo – l’Europa – che, a seguito del Congresso di Vienna e la cosiddetta spedizione in Spagna a spese della Francia restaurava l’ancien regime.

Il fulcro del suo discorso fu la pretesa dell’America “agli americani”, in pratica il continente americano sovrano in contrapposizione alle idee europee di matrice colonialista, sotto l’egida, naturalmente, degli Stati Uniti. Sui rapporti allora esistenti con le potenze europee egli dichiarò:

In the discussions to which this interest has given rise and in the arrangements by which they may terminate the occasion has been judged proper for asserting, as a principle in which the rights and interests of the United States are involved, that the American continents, by the free and independent condition which they have assumed and maintain, are henceforth not to be considered as subjects for future colonization by any European powers13.

In seguito alle sue parole, gli statunitensi si sono sentiti liberi di estendere la propria influenza a tutto il continente. Quando nel 1880 il capitalismo nordamericano raggiunse lo stadio dominante, le aspirazioni colonialiste delle potenze europee non erano più una minaccia e l’influenza statunitense si estese sulle restanti nazioni latinoamericane14.

È doveroso precisare che la dottrina Monroe si adeguava alle esigenze dei presidenti statunitensi di turno e che i suoi princìpi furono definiti in itinere, a seconda degli interessi predominanti in un determinato momento storico o contesto. Nei casi estremi, l’applicazione pratica della dottrina ha perfino modificato la fisionomia di alcune nazioni come nel caso della Colombia durante l’indipendenza di Panama15. Tali precetti che agli inizi sembravano semplici direttive di politica estera, si tramandarono col tempo condizionando il divenire economico e sociale delle nazioni che cominciavano ad affiorare.

Paradossalmente il Venezuela fu una delle primissime nazioni ad invocare l’applicazione della dottrina Monroe nella sua accezione più ampia. Nel 1895 il governo venezuelano chiese agli Stati Uniti di costringere il Regno Unito a sottoporsi a un lodo arbitrale per dirimere le controversie sulla frontiera con la Guyana16. Oggi, le idee di Bolívar e la Dottrina Monroe costituiscono uno dei pilastri su cui imposta i discorsi il presidente venezuelano Hugo Chavez che cerca, attraverso la dialettica, di rappresentare il mondo secondo il cronotopo bolivariano17. La teoria del cronotopo, a suo tempo enunciata da Michail Bachtin, descrive il carattere indissolubile dello spazio e del tempo all’interno di un testo letterario. Chavez ha saputo cristallizzare questo concetto impostando la sua retorica nel modo seguente:

Monroe o Bolívar. Este es el eje Monroista, y este es el eje Bolivarista [mostra una mappa]. Claro que nuestra estrategia debe ser quebrar ese eje y conformar la unidad sudamericana y creo que no es un sueño, creo que nunca antes en América se había dado una situación como esta.18

Come possiamo notare, egli è perfettamente riuscito nell’intento di edificare una concezione di unità sudamericana partendo dalla ricostruzione dello spazio continentale; così facendo, la rivoluzione e l’indipendenza non potrebbero considerarsi affatto come esperienze concluse bensì come baluardi da difendere – seguendo un percorso cronologico – con ogni presente e con ogni respiro.

La “patria chica” e “la patria grande” 19 20

I progetti per la conformazione dei grandi Stati sudamericani, come quelli immaginati dai padri dell’indipendenza Simón Bolívar e José de San Martín, cadono nel vuoto a partire dall’anno 1820, allorché le classi dominanti della regione diedero vita a varie forme di autogoverno iniziando così un processo di costruzione statale di stampo locale21. I virreinatos - vicereami – si frammentarono e le nascenti identità politiche sudamericane incominciarono ad identificarsi non più con la grande patria sudamericana quanto piuttosto con il proprio territorio. Durante la fase iniziale delle guerre d’indipendenza, a seguito dell’eliminazione dell’ultimo viceré spagnolo nel 1824, le élites dominanti iniziarono a radicare le proprie basi politiche ed economiche dando inizio alla stagione delle nascenti nazioni sudamericane22. Come ha spiegato lo storico Antonio Jorge Pérez Amuchástegui23, l’unità continentale permase in tutti i paesi liberati ed i suoi sostenitori si imposero nei confronti dei “localisti” finché sussistette il “pericolo esterno” rappresentato dai realisti, dalle potenze straniere e dalle idee della restaurazione.

In effetti le nazioni che furono create come conseguenza del fervore rivoluzionario sono nazioni sostanzialmente politiche, vale a dire molto più politiche rispetto alle nazioni europee perché quest’ultime sono etnicamente e culturalmente ben definite. Invece le nazioni sudamericane non lo sono. In più, dovettero erigersi politicamente perché l’impero che le conteneva non esisteva più. Perciò è lecito chiedersi se vi fossero sentimenti di identità nazionale all’epoca dell’indipendenza sudamericana. La risposta, in questa sede, è approssimativa.

Nella misura in cui la natura di ciò che i criollos24 denominavano “nazione” era incerta e discutibile, altrettanto incerta fu la connotazione “nazionale” dei sentimenti d’identità collettiva allora esistenti25. Di conseguenza, non è sbagliato affermare che le rivoluzioni sono scoppiate per motivi politici; a quei tempi le nazioni erano concepite secondo i canoni dell’ancien regime come un insieme di popoli soggiogati dai rispettivi governi. In effetti il fallimento dei primi governi rivoluzionari ha condizionato i progetti d’unità successivi. I contorni delle nazioni, lo ricordiamo, furono modellati ad immagine e somiglianza delle rispettive rivoluzioni. Questo particolare lo si evince chiaramente quando si cerca di stabilire un paragone con la Francia rivoluzionaria. In Francia ci fu una rivoluzione civile che oggi potremmo definire “sociale”. È stata, come dire, preminentemente civile.

Al contrario in Sudamerica le rivoluzioni furono sostanzialmente politiche e lente, molto lente, verso l’uguaglianza civile. Pensiamo all’Ecuador e alla Bolivia ad esempio. Furono così tanto politiche tali rivoluzioni che le nazioni non conobbero alcuna libertà dato che restarono assoggettate ai nuovi Stati che sorsero sui territori divenuti indipendenti. La conformazione di questi ultimi paesi – la Bolivia e l’Ecuador – segna la vittoria dello Stato borghese che ha cercato di sottomettere le nazioni e non il contrario. Il sogno dell’unità americana resterà a lungo relegato ad una generica aspirazione senza nessun tipo di riscontro pratico così come resterà insoluta, fino ai giorni nostri, la questione relativa ai popoli originari.

Anno 2000: uniti o dominati26

Nuovi teorici dell’unità sudamericana sorgono agli albori del ventesimo secolo influenzando i manifesti politici dei movimenti di liberación nacional e rivendicando le figure di Bolívar e San Martín. In questa sede però ci si vuole soffermare sulle idee dell’ex presidente argentino Juan Domingo Perón partendo dall’analisi di alcuni passaggi di uno dei suoi discorsi più famosi. Le sue intuizioni geopolitiche sulla necessità dell’unione sudamericana, a distanza di quasi sessant’anni, sono più attuali che mai.

Infatti egli esordisce affermando che il mondo si sta dirigendo verso il sovraffollamento che porterà con sé il fantasma della carestia. Parimenti, l’industrializzazione selvaggia domanderà quantità sempre più ingenti di materie prime. Perciò l’umanità del futuro dovrà fare i conti con la scarsità non solo di cibo ma anche di materie prime. Dato che il Sudamerica dispone di ingenti quantità di entrambe le risorse, grazie principalmente all’immensità del suo territorio, alla bassa densità di popolazione e ad una discreta industrializzazione, esiste il pericolo latente che le potenze straniere possano avanzare le proprie pretese con la forza. L’unico modo per scongiurare una simile eventualità sarebbe un sistema di difesa comune basato sull’unione delle nazioni dell’America meridionale.

Si esas circunstancias no son suficientes, o ese hecho no es un factor que gravite decisivamente para nuestra unión, no creo que exista ninguna otra circunstancia importante para que la realicemos.

Il suo discorso non risparmia critiche per la mancata unità sudamericana ed un’analisi, breve ma molto acuta, circa le cause che hanno portato al fallimento della patria grande. Una delle sue massime più famose esclama:

Pienso yo que el año 2000 nos va a sorprender o unidos o dominados; pienso también que es de gente inteligente no esperar que el año 2000 llegue a nosotros, sino hacer un poquito de esfuerzo para llegar un poco antes al año 2000, y llegar en mejores condiciones que aquella que nos podrá deparar el destino, mientras nosotros seamos yunque que aguantamos los golpes y no seamos alguna vez martillo; que también demos algún golpe por nuestra cuenta.

Perón, uomo di estrazione castrense e referente politico del suo paese, non nasconde le sue valutazioni strategiche. Le soluzioni a questi dilemmi non dipendono né dai governi, né dalle persone. Sono i popoli che devono prendere l’iniziativa poiché: «los hombres pasan y los gobiernos se suceden, pero los pueblos quedan» ed aggiunge che:

La República Argentina sola, no tiene unidad económica; Brasil solo, no tiene tampoco unidad económica; Chile solo, tampoco tiene unidad económica; pero estos tres países unidos conforman quizá -en el momento actual- la unidad económica más extraordinaria del mundo entero, sobre todo para el futuro, porque toda esa inmensa disponibilidad constituye su reserva.

Tali espressioni richiamavano una esigenza molto attuale: la necessità di formulare un nuovo modello d’integrazione con identità propria e rispettoso delle differenze. Un progetto strategico non dissimile dall’odierno UNASUR.

Dal Consenso di Washington degli anni 90 alla crisi argentina del 2001

Il Consenso di Washington nasce nel 1989 e fu costituito da una serie di direttive di politica economica indirizzate ai paesi in via di sviluppo ed agli organismi finanziari multilaterali come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Interamericana di Sviluppo per valutare i progressi realizzati dei primi e concordare gli eventuali aiuti da parte dei secondi.

I dieci punti chiavi del Consenso furono27: 1) una politica fiscale rigorosa volta a evitare forti deficit fiscali; 2) interventi mirati sulla spesa pubblica: dai settori meno produttivi alle aree più produttive; 3) favorire interventi a sostegno della crescita e delle fasce più deboli, come le spese per l’istruzione di base, per la sanità di base e per lo sviluppo di infrastrutture; 4) riforma del sistema tributario e liberalizzazione finanziaria; 5) tassi di cambio della moneta locale determinati dal mercato; 6) liberalizzazione del commercio e delle importazioni; 7) liberalizzazione degli investimenti esteri; 8) privatizzazione del patrimonio pubblico; 9) deregulation: abolizione delle regole che impediscono l’entrata nel mercato o che limitano la competitività, eccetto per quel che riguarda le condizioni di sicurezza, di tutela dell’ambiente e di tutela del consumatore e un discreto controllo delle istituzioni finanziarie; 10) una ferrea tutela della proprietà privata.

Secondo i fautori del Consenso, tali misure furono necessarie per aiutare i paesi latinoamericani ad affrontare la crisi del debito pubblico, favorendo un ambiente di trasparenza al fine di consolidare la stabilità economica. A giudicare dai sopraelencati punti chiavi, la stabilità a cui aspira il Consenso di Washington sarebbe un concetto molto ampio ed ambizioso. John Williamson, l’artefice del consenso e consapevole dei rischi auspicava perciò che il «buon senso economico sia accettato in maniera globale»28.

Invero, non è possibile credere che tale ideologia sia stata impulsata dalle comunità rurali africane o dai sobborghi delle città latinoamericane29. Un’analisi dell’evoluzione della crescita e della distribuzione della ricchezza del pianeta durante gli anni novanta dimostra che l’Africa e l’Europa dell’Est, insieme, hanno arretrato in entrambi gli indicatori mentre l’America Latina è cresciuta modestamente ma in modo disuguale30. Per di più il default dell’Argentina nell’anno 2001 induce a pensare che il “buon senso economico” abbia peccato di eccessivo entusiasmo, oppure che le riforme proposte da Williamson abbiano contribuito, per non dire provocato, al fallimento dei suoi stessi beneficiari. Si cita l’Argentina perché durante gli anni ’90 fu considerata dal Fondo Monetario Internazionale come il leading case. Durante una conferenza stampa, Michel Camdessus, già managing director dell’istituzione creditizia dal 1987 fino al 2000, dichiarò:

It is true that in many respects the experience of Argentina in recent years has been exemplary, including in particular the adoption of the proper strategy at the beginning of the 1990s and the very courageous adaptation of it when the tequila crisis put the overall subcontinent at risk of major turmoil31.

Il paper strategy al quale egli faceva riferimento fu niente meno che una relazione pratica contenente i dieci punti del Washington Consensus. Solo nel 2011 Michael Camdessus ha riconosciuto che durante il suo mandato furono commessi molti errori con l’Argentina32.

Probabilmente il fallimento del paradigma neoliberista in America Latina è da ascriversi all’incapacità di questo sistema di contrastare l’instabilità dei mercati provocata dai capitali speculativi e, naturalmente, dalla crescente opposizione sociale alla sottomissione ed all’imposizione di valori contrari al benessere della popolazione mondiale33. Le parole “instabilità” e “speculazione” sono ricorrenti nelle spiegazioni ed argomentazioni degli economisti occidentali interpellati sulla crisi e la situazione economica attuale che si abbatte sull’Europa e “l’imposizione di valori contrari al benessere della popolazione mondiale” potrebbero evocare, seppur simbolicamente, le proteste in Grecia, Spagna ed Italia contro l’austerità ed i tagli alla spesa pubblica.

Ultima considerazione: le due più grandi economie sudamericane, rispettivamente il Brasile e l’Argentina, hanno esperimentato una forte crescita economica a partire dal 2003. Tale data coincide con l’elezione di Luiz Ignacio Lula da Silva in Brasile e Néstor Kirchner in Argentina, due riformisti che hanno sin da subito abbandono i principi stabiliti dal Washington Consensus per dare avvio ad una forte politica d’inclusione sociale che tutt’ora permane nonostante la crisi economica mondiale.

Genesi dell’UNASUR34

L’UNASUR nasce in maniera graduale, agli inizi come agenda comune sudamericana per poi trasformarsi in una vera e propria organizzazione internazionale a carattere regionale. I momenti più significativi che hanno caratterizzato questo periodo sono i seguenti:

  1. Brasilia (Brasile) il 1 settembre 2000: Prima riunione dei presidenti sudamericani.
    La “Dichiarazione di Brasilia” si propone di concordare una agenda comune sudamericana, basata sui presupposti della continuità geografica e della comunanza di valori.
  2. Guayaquil (Ecuador) il 22 luglio 2002: Seconda riunione dei presidenti sudamericani.
    Durante i lavori della “Conferenza di Guayaquil” i partecipanti diedero impulso ad un serie di azioni di cooperazione e coordinamento. Si incominciava così a delineare un vero e proprio spazio comune sudamericano.
  3. Cusco (Perù) il 8 dicembre 2004: Terza riunione dei presidenti sudamericani.
    La “Dichiarazione di Cusco” sancì la nascita della Comunità Sudamericana di Nazioni.
  4. Brasilia (Brasile) il 30 settembre 2005: Prima riunione dei Capi di Stato e di Governo della Comunità Sudamericana di Nazioni.
    L’agenda comune sudamericana si propone di migliorare il dialogo politico, l’integrazione fisica, l’ambiente, l’integrazione energetica, i meccanismi finanziari, la promozione della coesione sociale, l’inclusione sociale, la giustizia sociale e le telecomunicazioni.
  5. Montevideo (Uruguay) dicembre 2005: Prima riunione straordinaria della Comunità Sudamericana di Nazioni.
    Si crea una Commissione Strategica con il compito di analizzare le prospettive future dell’integrazione sudamericana.
  6. Cochabamba (Bolivia) dicembre 2006: Seconda riunione dei Capi di Stato e di Governo della Comunità Sudamericana di Nazioni.
    La Commissione Strategica formula un progetto d’integrazione basato sulla solidarietà, la cooperazione, la sovranità, l’integrità territoriale, l’autodeterminazione dei popoli, la pace, la risoluzione pacifica delle controversie, la democrazia, il pluralismo, i diritti umani e lo sviluppo sostenibile per garantire una maggiore equità regionale.
  7. Isola Margherita (Venezuela) 16 aprile 2007: Seconda riunione straordinaria della Comunità Sudamericana di Nazioni.
    Si crea il Consiglio Energetico Sudamericano e si cambia il nome dell’organizzazione a UNASUR.
  8. Brasilia (Brasile) il 23 maggio 2008: Riunione straordinaria del Consiglio di Capi di Stato e di Governo dell’UNASUR.
    Si approva il Trattato Costitutivo dell’UNASUR.
La sua architettura istituzionale

Secondo il trattato costitutivo, l’UNASUR è una organizzazione dotata di soggettività giuridica internazionale che si propone di costruire, in maniera partecipativa e consensuale, uno spazio d’integrazione culturale, sociale, economica e politica fra i popoli dell’America meridionale. L’integrazione dovrà avvenire attraverso il dialogo politico, le politiche sociali, l’istruzione, l’energia, l’infrastruttura, i finanziamenti e l’ambiente all’uopo di eliminare le disuguaglianze socioeconomiche del subcontinente e così favorire l’inclusione sociale, la partecipazione della cittadinanza, rafforzare la democrazia e ridurre le asimmetrie con l’intento di consolidare la sovranità e l’indipendenza degli Stati.

Il trattato istitutivo prevede una serie di organi istituzionali. Il più importante è il Consiglio dei Capi di Stato e di Governo incaricato di fornire l’indirizzo politico ai piani di azione, decidere le priorità, convocare i rispettivi Consigli a livello ministeriale ed adottare le posizioni ufficiali dell’organizzazione nei confronti dei terzi.

Il Consiglio dei Ministri degli Affari Esteri adotta le risoluzioni per l’applicazione delle decisioni del Consiglio dei Capi di Stato e di Governo, elabora progetti di decisioni e coordina le posizioni ufficiali in materia d’integrazione. Promuove la concertazione e stimola il dialogo politico fra i membri, approva i finanziamenti, stabilisce gruppi di lavoro nonché implementa i lineamenti politici nei confronti dei terzi.
Il Consiglio dei Delegati invece si occupa di implementare le decisioni del Consiglio di Capi di Stato e di Governo e le risoluzioni del Consiglio dei Ministri degli Affari Esteri attraverso l’emanazione delle rispettive disposizioni insieme alla Presidenza pro tempore e la Segreteria Generale. Prepara altresì le riunioni, elabora i progetti di decisione, risoluzione e regolamenti da sottoporre al Consiglio dei Ministri degli Affari Esteri, coordina le iniziative dell’organizzazione con gli altri processi d’integrazione regionale, crea e segue i gruppi di lavoro, promuove il dialogo e favorisce la partecipazione cittadina.
La Segreteria Generale, con sede a Quito (Ecuador), oltre ad essere il depositario degli accordi istituzionali, supporta i diversi Consigli, propone iniziative, partecipa alle riunioni degli organi, presenta la memoria annuale, redige gli accordi di bilancio, cura il progetto di regolamento per il funzionamento della segreteria, coordina l’integrazione e la cooperazione con le altre organizzazioni e compie tutti gli atti giuridici necessari per la buona amministrazione e corretta gestione della segreteria. Il segretario generale è designato dal Consiglio dei Capi di Stato e di Governo, su proposta del Consiglio dei Ministri degli Affari Esteri per un periodo di due anni.

Il Trattato costitutivo ha espressamente indicato, nel suo articolo 11, le fonti giuridiche dell’UNASUR anche se, dall’analisi delle competenze degli organi appena delineata, possiamo rilevare alcuni indizi su quali possano essere. Fra le fonti del diritto si possono elencare il Trattato costitutivo ed i restanti strumenti addizionali, gli accordi conclusi fra gli Stati Membri, le decisioni del Consiglio dei Capi di Stato e di Governo, le risoluzioni del Consiglio dei Ministri degli Affari Esteri ed infine le disposizioni del Consiglio dei Delegati. Un’altra caratteristica saliente dell’organizzazione riguarda il modo in cui vengono approvate le decisioni: per consensus purché vi siano presenti 3/4 degli Stati membri.

È stato predisposto un protocollo addizionale il quale richiama un cosiddetto “compromesso per la democrazia” il quale si propone di comminare sanzioni “politiche” – quali la sospensione – in caso di violazione della democrazia o sovvertimento dell’ordine costituzionale degli Stati membri.

Non ci resta che accennare al Parlamento Sudamericano, con sede nella città di Cochabamba (Bolivia), che funziona come istanza deliberativa dei rappresentanti dei dodici paesi che compongono l’UNASUR nelle materie d’interesse sopraelencate.

Conclusioni

L’idea che si celava dietro l’unità sudamericana ha lasciato spazio ad un ideale basato sull’integrazione. L’identità sudamericana fu motivo di discordia soprattutto in quei paesi che accolsero enormi flussi migratori provenienti dall’Europa e che s’identificarono, sin da subito, con il lignaggio europeo. L’incantesimo si spezzò quando l’Europa, unita, incominciò a divenire un centro autoreferenziale che catalogava come “extracomunitario” tutto ciò che non veniva creato da quella nuova realtà escludente. Fu così che i popoli “autoctoni” dell’America Latina e quelli “immigrati” orfani dal vecchio continente incominciarono a capire che gli avvenimenti storici relativi alla conquista, la colonizzazione e l’indipendenza erano ormai diventati luoghi comuni e fonte di speranza per un futuro migliore.

I primi intenti d’integrazione furono puramente istituzionali, tanto per attribuire a questo subcontinente una denominazione all’interno di un mappamondo molto irrequieto.

L’UNASUR, contrariamente al MERCOSUR e alla Comunità Andina che hanno certamente integrato le economie regionali, ci riporta alle origini, vale a dire all’idea così come rappresentata dai padri dell’indipendenza sudamericana. Il denominatore comune di questa idea è, come abbiamo avuto modo di constatare nei vari discorsi sin’ora evidenziati, la lotta per l’emancipazione e l’unità sudamericana. Perciò questa nuova entità sudamericana non fa altro che rendere giustizia a quel nobile sentimento comune così come risulta trascritto nel preambolo del suo trattato istitutivo:

honrar el pensamiento de quienes forjaron nuestra independencia y libertad a favor de esa unión y la construcción de un futuro común.

Non sappiamo se questa sia una vera e propria opera di rigenerazione. Siamo però sicuri che si tratti di un buon inizio.


Potrebbero interessarti anche :

Possono interessarti anche questi articoli :