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Dalle terrecotte alle maioliche, in mostra tutti i segreti dell’arte nel Museo della Ceramica di Deruta

Creato il 14 novembre 2014 da Goodmorningumbria @goodmrnngumbria

derutadi Benedetta Tintillini

Da millenni l’intera regione Umbria vanta una vasta produzione di maioliche e terrecotte. Uno dei centri più famosi della nostra regione, dal 1400 ai nostri giorni è, senza ombra di dubbio, Deruta. Universalmente conosciuta e riconosciuta, tanto da vantare la presenza di alcuni pezzi pregiati nei maggiori musei del mondo tra i quali, ad esempio, il Metropolitan Museum di New York.

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Il Museo della Ceramica di Deruta, ospitato nel suggestivo convento benedettino di San Francesco, raccoglie al suo interno una vastissima collezione di maioliche, più di seimila pezzi, conservate nelle sale e nell’enorme torre-deposito. Sarebbe fantastico poter ammirare ogni singola opera nei suoi dettagli più minuscoli e raffinati, ma tutto ciò richiederebbe ore ed ore… e la mia guida mi aspetta!

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La prima sala al pian terreno è adibita all’allestimento di mostre temporanee, proprio allo scopo permettere al pubblico di ammirare i pezzi che, solitamente, giacciono in magazzino. Al momento della mia visita è ancora possibile apprezzare una mostra dedicata ad una serie di piccole, deliziose  sculture, prodotte grazie ad una proficua collaborazione istituita, a cavallo degli anni ’30 e ’50 del secolo scorso, tra il CIMA (un “consorzio” di produttori di ceramiche) e la Perugina, al fine di proporre confezioni regalo di pregio per i prodotti dolciari di quest’ultima.

Il percorso del Museo permette di conoscere la lavorazione della maiolica a partire dalla realizzazione dell’oggetto in terracotta, indispensabile premessa per una corretta comprensione dell’arte e della tecnica. Nella prima sala infatti, sono mostrate le principali tipologie di argilla e le fasi intermedie della sua lavorazione; dalla creazione dell’oggetto alla realizzazione del decoro, alla pittura fino alla cottura. Naturalmente esistono molte tecniche diverse per il raggiungimento dei più vari risultati. Senza approfondire troppo l’argomento, oltre alle varie tecniche di lavorazione dell’argilla, desidero accennare, per quanto riguarda la decorazione, alla particolare tecnica dell’engobbio, che molto successo ebbe in epoca medievale. Tale tecnica prevede che il decoro venga “inciso” nell’argilla ancora fresca, mentre, di norma, il disegno viene eseguito “a spolvero” sulla superficie del pezzo per essere poi dipinta con gli smalti. Per quanto riguarda i pigmenti usati, oltre agli smalti colorati, particolare pregio ha la decorazione con i lustri, applicati in una fase successiva alla pittura con gli smalti; per essi è necessaria quindi una terza cottura, chiamata “terzo fuoco” (la prima serve per cuocere l’argilla, la seconda per cristallizzare gli smalti).

La produzione della maiolica derutese ha inizio nella seconda metà del 1200, ed è proprio da questo punto che inizia il percorso museale a carattere storico. Ho già parlato all’enorme quantità di pezzi custoditi all’interno di queste sale, mi limiterò quindi ad accennare a quelli che hanno suscitato in me il maggiore interesse, lasciando poi, ad ogni visitatore, il piacere di scoprirne (ed anche riscoprire), autonomamente, i tesori.

Il primo oggetto che attira la mia attenzione è un finissimo calamaio, lavorato a rilievo, attualmente in mostra a Perugia in occasione della Mostra “Machiavelli ed il mestiere delle armi”.

In cima alla scalinata il grande vaso realizzato dall’artista ucraino David Zipirovich, presente a Deruta negli anni ’20, dall’inconfondibile tratto finissimo e dal delicato chiaroscuro, fa bella mostra di se e colpisce per la perfezione, oltre che per le sue dimensioni.

Apposite sale tematiche propongono approfondimenti  su alcuni aspetti della produzione ceramica, come quella dedicata ai pavimenti, ad esempio; qui è possibile ammirare il magnifico pavimento della chiesa di San Francesco di Deruta: come in un caleidoscopio le mattonelle si intersecano, alternando motivi ad arabeschi a figure sacre e non.

Proseguendo, nella sala delle ceramiche rinascimentali, affascinanti sono i piatti da pompa, pegni d’amore che il fidanzato regalava alla sua promessa sposa, e le fuseruole  (perle da applicare sul fuso per filare la lana), sempre pegni d’amore, dedicati alla sposa modello, dedita alle tipiche occupazioni muliebri.

Una grande sala accoglie la collezione donata da Milziade Magnini, medico derutese e collezionista di maioliche non soltanto derutesi, il quale fece realizzare appositamente le grandi teche che ospitano la sua collezione.

Ma sono le formelle votive che hanno su di me un fascino assoluto, con la loro capacità di raccontare storie ed intere vite, con una sintesi ed una freschezza straordinarie. Ce n’è anche una che raffigurante la Madonna dei Bagni, di cui ho già avuto occasione di parlare.

Notevole la collezione di vasi da farmacia, un’altra mia grande passione!

Nella grande torre che ospita i depositi sono esposti circa cinquemila pezzi che abbracciano più di duemila anni di storia: dalle opere provenienti dai nuclei archeologici rinvenuti da scavi locali, fino al campionario del CIMA (1930/50), alla pregiata collezione di ceramica contemporanea di piatti d’artista, che vanta opere di autori del calibro di Piero D’Orazio, Carla Accardi e Nino Caruso, solo per citarne alcuni.

Ma il Museo della Ceramica di Deruta non finisce ancora di stupire… con gli occhi pieni della bellezza di tanti tesori, e la meraviglia per l’abilità racchiusa nelle sapienti mani dei maestri antichi e contemporanei, la mia guida, attraverso un corridoio sotterraneo, mi conduce sotto il livello dell’edificio che ospita il Museo, anzi, per l’esattezza sotto una terrazza adiacente al Museo, ora adibita a parcheggio, ma dove anticamente vi erano degli orti, chiamati Orti di San Salvatore (dal nome della vicina chiesa, ora scomparsa). Recentemente in questo sottosuolo è stata fatta una scoperta interessantissima, e che aggiunge fascino, pregio e completezza all’offerta culturale del Museo rendendolo, credo, unico nel suo genere.

Sotto il livello stradale, dicevo, sono stati rinvenuti i resti di un impianto produttivo con annessa fornace, per la lavorazione della ceramica. Tutta la struttura copre un arco temporale che va dal 1200 al 1700. E’ possibile ammirare un nucleo principale, probabilmente di epoca rinascimentale, a base circolare. Sono visibili le camere di combustione (all’epoca interrate) e gli attacchi per le volte sopra tali camere, dove venivano collocati i pezzi da cuocere. Accanto ad esse un’altra piccola camera di combustione a pianta quadrata, probabilmente adibita per la cottura dei lustri, il famoso “terzo fuoco”.

Sono visibili anche dei mucchi di “cocci”, probabilmente la fornace una volta in disuso, è stata utilizzata come “butto”.

Si nota inoltre una vasca di decantazione dell’argilla sotto un pavimento in terracotta, mentre, probabilmente, un’altra camera di combustione è stata distrutta al momento della realizzazione della rete fognaria della città.

La visita al Museo è quindi un viaggio nel tempo, con la possibilità di ammirare, non solo le opere prodotte ma anche un sito archeologico dove tali opere venivano realizzate. Una rarità preziosa, un altro gioiello nello scrigno ricolmo della nostra Regione, che non aspetta altro che essere ammirato.

in collaborazione con www.umbriaecultura.it



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