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Damien Hirst: transmedia storytelling a regola d’arte

Creato il 25 novembre 2017 da Arscreativo

Damien Hirst: transmedia storytelling a regola d’arte
ARSENALE CREATIVO

Ho visitato la mostra di Damien Hirst, a Venezia, a pochi giorni dall’apertura. A pochi giorni dalla chiusura, le review sono state contrastanti, tra chi l’ha definita un maestoso esempio di creatività e chi, come scrive Andrew Russet, la considera una delle peggiori esibizioni d’art contemporanea del decennio. A prescindere dalle critiche, quello che resta di “Treasures of the Wreck of the Unbelievable” è un grande esempio di transmedia storytelling.

Cosa vuol dire transmedia storytelling? Prendendo come riferimento il lavoro del 2006 di Henry Jenkins, dal titolo Convergence Culture, Wikipedia lo definisce come una tecnica narrativa che, facendo uso di diverse tipologie di media e formati, sviluppa e comunica una storia tramite diversi ‘pezzi di contenuti autentici’. I contenuti sono tra loro sincronizzati, non semplicemente collegati.
In parole povere, transmedia stroytelling significa che la stessa informazione non viene semplicemente comunicata in modi diversi, ma che gli utenti devono mettere insieme i vari pezzi del racconto per ricostruirne il significato complessivo, attività che è sicuramente più interessante e coinvolgente.

Lavorando nell’universo social media, sono rimasta positivamente sorpresa nel notare come Hirst abbia inserito questo approccio nel contesto di una mostra d’arte, una situazione dove i visitatori sono generalmente abituati a fruire il contenuto in un unico modo: guardando qualcosa sulla parete.

Treasures of the Wreck of the Unbelievable è più di un gigantesco insieme di sculture disposte negli spazi scenografici di Palazzo Grassi e Punta della Dogana: il momento in cui riceviamo la solita brochure che accompagna il biglietto d’ingresso (e che spesso buttiamo via) è quello in cui ci rendiamo immediatamente conto che questa non è l’ennesima passeggiata culturale di un paio d’ore.

Quel pieghevole che ci troviamo tra le mani è un’opera d’arte a tutti gli effetti, nonché il primo contributo alla narrazione: racconta, infatti, la storia millenaria di Cif Amotan II (anagramma di “I Am Fiction”), uno schiavo libero antociano che ha accumulato un’immensa fortuna e ha trascorso la sua vita a viaggiare per mare sul veliero Apistos (termine che in greco antico significa Incredibile) e a collezionare tesori provenienti da ogni angolo del mondo allora conosciuto.

Dopo il naufragio dell’Incredibile, i suoi tesori sembravano persi nell’Oceano Indiano per sempre, fino a quando Damien Hirst ha deciso di finanziare una spedizione archeologica per riportarli alla luce. Ed è proprio questo che vediamo nell’esibizione: le statue, i gioielli, gli oggetti inverosimili, sono inframezzati da un video che mostra il backstage della mostra e documenta il ritrovamento della collezione. Gli ipnotici video subacquei creano una sensazione distorta in chi li vede; sono totalmente finti, ma assolutamente credibili. L’intera esibizione è costruita su questo dualismo tra credibilità e finzione.

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I concetti di post-realtà, replica, icone di ieri e oggi, rappresentano le tematiche principali nell’opera di Damien Hirst. La ritrovata collezione rappresenta dei e miti di civiltà antiche, ma tra queste notiamo riferimenti contemporanei e citazioni alla cultura pop, dalle statue egizie che rappresentano Kate Moss, Rihanna, Pharell, ai nudi greci che sembrano i manichini delle vetrine (“rappresentavano l’estetica femminile nella società del tempo“). Alcuni pezzi sono ripetuti più volte: vediamo la statua come è stata rinvenuta, segnata dall’acqua e coperta di conchiglie e corallo, la sua nuova replica museale e una preziosa versione in scala per collezionisti.

Certo, alcuni di questi lavori sono davvero eccessivi e ridondanti e se da un lato l’uso variegato di materiali – alluminio, LED, oro, marmo, argento, giada, malachite – appare come eclettico e affascinante, dall’altro questa costante opulenza tende a sfociare nel kitsch, nell’egocentrico e nel superfluo. I veri gioielli sono le didascalie appese alle pareti: oltre alle informazioni di rito, data – luogo – tecnica e materiali, una serie di brevi descrizioni aggiunge una nota di humor alla credibilità di un Mickey Mouse incrostato di corallo, una spada di SeaWorld, un modellino Transformer.

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Transmedia storytelling non significa necessariamente essere digitali ad ogni costo. Tramite uno sguardo nuovo agli elementi più classici e spesso più banali della comunicazione museale – la brochure, la didascalia – la narrazione si completa in una storia che appare autentica da tutti i punti di vista.
Nello spazio e nel tempo della visita, quello che vediamo, tocchiamo e leggiamo è reale. Come afferma l’artista stesso, la verità sta in quello a cui decidiamo di credere, e ciò spiega il ricorso costante a icone religiose: l’arte è come la religione, funziona solo se ci credi. Damien Hirst ci ha venduto una bugia, ed è questa bugia la sua vera grande opera.

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