David Wark Griffith: La nascita del racconto

Creato il 28 marzo 2013 da Oggialcinemanet @oggialcinema

(22 Gennaio 1875 LaGrange 21 Luglio 1948 Los Angeles)

 Se Porter aveva gettato le basi del linguaggio, l’ambizioso e tenace David Wark Griffith (Oscar alla carriera nel 1935) proseguendo  su quella strada, ha contribuito in gran parte alla nascita del racconto cinematografico. Figlio di un ufficiale che ha combattuto la guerra civile da parte dei sudisti  nel 1899 comincia come attore, mediocre per la verità, ma assorbe tutti i trucchi del mestiere, è sveglio e ha la  tipica smania di chi vuole lasciare una traccia indelebile di sé al mondo.

Approda al cinema nel 1907 proprio grazie a Porter che gli affida un ruolo per un breve film e dirigerà la sua opera prima per la Biograph l’anno successivo, il melodrammatico “Le avventure di Dolly”. Ma è nel 1909 con  “La villa solitaria” che il procedimento di Griffith prende davvero consistenza, quello che lo renderà poi celebre: la progressione, il ritmo incalzante, tensione , più comunemente chiamata suspence.

Griffith si impone di risolvere il problema riguardo al modo di raccontare una storia, avvincendo lo spettatore, facendo crescere  sempre più in lui l’emozione, inquadratura dopo inquadratura. A tal proposito è geniale l’introduzione del controcampo, quasi a voler significare che il cinema deve crescere insieme al suo pubblico, un pubblico da educare, senza presunzione,come magari accade oggi. Questo vuol dire proporre una narrazione semplice e comprensibile, avvalendosi di un’illuminazione diffusa e partendo dall’immagine , quindi dall’espressività naturale degli attori, impartendo loro una rigida disciplina. Alla dura “scuola”  griffithiana sono sopravvissute per poi imporsi alla grande attrici come Mary Pickford, le sorelle Dorothy e Lillian Gish , Mae Marsh e attori come Mark Sennett e Lionel Barrymore.

G.  crea un pubblico di massa, indispensabile per garantire la sopravvivenza del cinema stesso e la strada dell’industria ancora una volta risulta essere la più conveniente, sebbene non tutto il cinema americano sottostà alle regole dell’industria, le si accettano per fare mercato ma si la sperimentazione è nell’ordine  delle cose. E in fondo anche negli USA,dove vige la filosofia del taylorismo e la logica dello Studio, per cui un prodotto è predisposto alla moltiplicazione sin quando lo esige il mercato, per cui un film è il nuovo dopo un po’ rientra nella normalità e nell’ordinario.

Filmografia

“Judith of Bethulia” del 1913 è un film incentrato sulla religiosità, perfettamente in linea con molti altri film che venivano prodotti nel mondo e che segnerà la nascita di Griffith come regista indipendente, rompendo con il suo produttore e dando il via alla nascita di  capolavori ma  anche a disastri.

Ispirato al libro dei  deuterocanonici dell’Antico Testamento , questo melodramma  ha un ampio respiro, pervaso dai tormenti della protagonista, Giuditta, innamorata di Oloferne, ma costretta ad ucciderlo per liberare Betulia dall’assedio degli assiri, tra grandi scene di massa, simbolismo e predica finale. Non riscuote successo. Ma Griffith non si scoraggia e nel 1914 realizza il suo (discutibile) capolavoro “Nascita di una nazione”, presentato negli USA l’anno successivo.

1860, guerra civile americana: due famiglie amiche sono schierate su fronti opposti, gli Stoneman, unionisti  e i Cameron , sudisti. La pace non serve a calmare gli animi, anzi: il Presidente  Lincoln è assassinato da un estremista, mentre l’anarchismo dei neri verrà piegato dal Ku Klux Klan.

Opera potente, unitaria, travolgente, con azioni parallele fino a raggiungere il climax con il salvataggio in extremis finale. Tutto questo però non può far  dimenticare la giustificazione e la difesa del Ku Klux Klan, il cui intervento nefando contro i neri è visto dal regista come bene auspicabile per la nazione. E’ innegabile che si tratti di un film celebrativo ed epico piuttosto che storico, cosi come lo è la manipolazione razzistica che fece insorgere gli intellettuali dell’epoca. Ma “Nascita di una nazione”è stato un trionfo presso il pubblico.

Non fu invece un successo “Intolleranza”del 1916, dove le immagini ricorrenti sono una donna e una culla nei quattro esempi di intolleranza: la caduta di Babilonia, la passione di Cristo, la strage di San Bartolomeo,  la condanna a morte di un operaio innocente. Inizialmente doveva comprendere solo quest’ ultimo episodio, ispirata all’uccisione di 19 operai in sciopero, ma G. aggiunse ne fece un’opera magniloquente con trovate registiche davvero straordinarie dal punto di vista figurativo. Ma probabilmente “Intolleranza” era troppo ma non abbastanza.

Il problema , paradossalmente ,sta proprio nel messaggio di protesta contro le ingiustizie e il dispotismo e di fratellanza universale, che ha in seno il film, mentre gli Stati Uniti entravano  in guerra. Ma lasciando perdere per un attimo la riflessione sociologica per entrare nello specifico dell’opera costata ben 2 milioni di dollari, emerge, stavolta, un progressivo allentamento della tensione, che toglie fascino e persuasione al tema trattato, già di per sé abbastanza vago. Cosa ne rimane fondamentalmente? Il pregio di una grande sperimentazione attuata dal regista per un capolavoro, purtroppo, mancato.

Ancora una volta G. non molla e va in Francia a girare un’altra storia di fratellanza rinnegata: “Cuori nel mondo”del 1918 che lancerà E.Von Stroheim,  già suo assistente e C. Chaplin.

Nel 1919  esce  “Giglio infranto” melodramma strappalacrime molto riuscito sebbene cupo, decadente, straziante che vanta una sceneggiatura perfetta e una grande interpretazione (come sempre) della candida Lillian Gish, perseguitata dal padre e accolta con casto amore da un ragazzo cinese (Richard Barthelmess). G.  contrappone l’ignoranza e il pregiudizio del ceto inferiore  a cui appartiene Lucy (Gish) all’idealismo dell’ alta casta dell’orientale Cheng. Ma seppur innamorati, i due non hanno coscienza di quello che sono realmente e non riescono a “conoscersi”, sono impediti ed ostacolati non dal padre di lei, ma da questa incapacità di relazionarsi in modo maturo e chiaro. C’è tanto materialismo in questa storia d’amore incompleta ed infelice (Lucy sarà uccisa dal padre  ucciso a sua volta , per vendetta, da Cheng, il quale si suiciderà) sia nei regali che  Cheng  fa a Lucy che nella scenografia, i cui numerosi dettagli hanno la funzione di contenere la narrazione.

In questa storia di atroci perdite, l’unica alternativa possibile è l’autoannientamento, preparato come se fosse un rito, intrecciando poesia, misticismo orientale e ironia da far west. Tragicamente sorprendente.

Successivamente, nel 1920 gira “Agonia sui ghiacci”una storia di gente comune in cui G. combina  verità e bellezza, dando di nuovo  all’arte il suo nobile valore  e riscontrando successo anche presso la critica. Sulla stessa onda emotiva si pone anche l’altro melodramma del 1921 “Le due orfanelle”che vede protagoniste le sorelle Gish, accolto benevolmente da gran parte delle critica e dal pubblico.

Gli ultimi film non ebbero il successo sperato, “America” del 1924 , “Abraham Lincoln” del 1930 e La lotta” del 1931 non convinsero per nulla ,soprattutto il pubblico e decretarono la fine della splendente e tumultuosa carriera del fine narratore e brillante uomo d’affari D.W. Griffith.

di A. Grasso


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