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Delitto al Quadrivio – 2

Creato il 10 marzo 2018 da Albix

Delitto al Quadrivio – 2

Capitolo Secondo

Come ogni mattina, anche quel lunedì, il commissario Santiago De Candia, lungo il percorso che da casa sua, in via Monteverdi, lo conduceva alla Questura, fece una breve sosta all’edicola di Largo Gennari.

Checco gli allungò subito i due soliti quotidiani, piegati in quattro: La Stampa e L’Opinione.

Checco, come tanti cagliaritani, chiamava il quotidiano cagliaritano “l’Opignone”; il commissario, dopo tanti anni in Sardegna, non aveva ancora  capito se si trattasse di un difetto  di pronuncia oppure di un vezzo.

La seconda sosta, più lunga, era quella al Bar di Tonio, il Caffè Intilimani, come recitava l’insegna, unendo in una sola locuzione il nome di un famoso gruppo musicale degli anni ’70 da cui, verosimilmente , il fondatore del locale aveva preso ispirazione.

Seduto al suo solito tavolino, in fondo al locale, mentre provava a sorseggiare  il suo cappuccino bollente e senza schiuma, aveva aperto l’Opinione. A prescindere dal nome, il quotidiano regionale si faceva apprezzare soltanto per la sua cronaca (per le opinioni, quelle vere, lui preferiva la Stampa di Torino, sulla quale si era orientato dopo tanti anni passati a formarsi sulla Repubblica).

A tutta pagina vi era la notizia dell’omicidio del Quadrivio. Santiago De Candia si immerse nella lettura del lungo articolo, dimenticando per un po’ il suo cappuccino.

La vittima era una violinista rumena, appena in pensione, che aveva suonato nell’orchestra del Teatro dell’Opera di Cagliari.

Era giunta in Italia nei primi anni ottanta e come altri musicisti rumeni di notevole spessore artistico, era stata inserita nella sezione degli archi dell’importante filarmonica cittadina.

Era conosciuta e  stimata in città anche come  insegnante privata di violino.

Le efficienti unità del Nucleo Radio Mobile di Cagliari, coordinate dal procuratore aggiunto dott. Gessa, avevano chiuso le indagini a tempo di record, risolvendo brillantemente il caso, assicurando alla giustizia l’assassino.

Si trattava di una vecchia conoscenza della procura, condannato per rapina a mano armata nei primi anni novanta. La rapida soluzione del caso, oltre che alle grandi abilità investigative del procuratore aggiunto, era merito della prodigiosa memoria fotografica  del maresciallo Camboni  del Nucleo Radio Mobile che, intervenuto sul luogo del delitto,  aveva riconosciuto, camuffato  tra la folla di curiosi, una sua vecchia conoscenza,un  pregiudicato da lui assicurato alla giustizia in precedenza e che era stato condannato per rapina proprio grazie alla testimonianza della vittima. Il  neo omicida era stato smascherato proprio dalla povera violinista, in occasione della rapina che  aveva commesso ai danni del botteghino del Teatro dell’Opera. Ed ora, dopo essere stato scarcerato per buona condotta, dopo un periodo di riabilitazione,  aveva potuto consumare la sua vendetta.

Tra le righe, anche se non c’era scritto, il commissario lesse la critica dell’articolista alla giustizia riabilitativa, troppo tenera con certi  delinquenti, irrimediabilmente votati a delinquere. E ancora una  volta, a pagare,  era stata  una vittima inerme e incolpevole.

Intanto il suo cappuccino era diventato troppo tiepido per i suoi gusti, quasi freddo.

La bevanda gli lasciò in bocca un sapore sgradevole, e una sensazione di disagio che il commissario provava ogni qualvolta si imbatteva in una storia poco convincente.

Più che il cappuccino freddo era il suo istinto di sbirro che gli procurava questo effetto.

Con quella sensazione di disagio, dopo aver pagato e salutato il barista, il commissario concluse  il tragitto  verso l’ edificio  che ospitava gli uffici della Questura,  il cui ingresso, nello spiazzo in cui sfociava  quel primo tratto della via Tuveri, si apriva quasi a guardia del retro del Palazzo di Giustizia, dove ogni giorno si consumavano gli strenui tentativi di rimediare con equilibrio e saggezza, alle ingiustizie dell’umanità, anche in quell’angolo di mondo.

2. continua…


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