Dell’individuo che esiste soltanto in un contesto comunicativo

Creato il 11 gennaio 2014 da Rosebudgiornalismo @RosebudGiornali

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di Michele Marsonet. Mentre è senz’altro possibile riconoscere che la realtà naturale intrattiene con il mondo dei concetti una relazione di tipo causale, è piuttosto evidente che tale relazione, assunta di per sé, non spiega nulla qualora si prescinda dal ruolo di mediazione svolto dal gruppo sociale nel rapporto soggetto-mondo. In altre parole, il mondo in quanto tale non è in grado di infondere direttamente nell’individuo la capacità di pensare utilizzando i concetti. Spetta indubbiamente a Hegel il merito di aver sottolineato questa essenziale funzione di mediazione svolta dall’ambito sociale (attraverso il linguaggio), nonché la funzione di trascendimento del gruppo stesso nei confronti dell’individuo.

Quest’ultimo, pertanto, inteso come entità in grado di usare i concetti, trova definizione non in isolamento, ma in quanto membro di un gruppo. Si può ben immaginare una situazione in cui si dia un solo individuo sopravvissuto a un qualsiasi tipo di catastrofe naturale oppure causata dall’uomo, ma occorre pure ammettere che, anche in questo caso, egli potrebbe usare i concetti solo in quanto è stato prima educato a utilizzarli nel gruppo sociale di cui fa parte. E un gruppo, a sua volta, è tale soltanto nella misura in cui è esistono tanti “io” in grado di concepire se stessi in relazione ad altri “io”. Si noti come tutto ciò significhi revocare in dubbio la tradizionale immagine cartesiana del soggetto. L’io penso presuppone comunque la presenza di criteri di gruppo che fissano il significato dell’io in rapporto agli altri: le idee non esistono in un individuo isolato.

Basandosi su alcune idee del secondo Wittgenstein, Donald Davidson ha cercato di dimostrare che la fonte stessa della nozione di “verità oggettiva” altro non è che la comunicazione tra individui. Il pensiero dipende dalla comunicazione poiché, se un linguaggio non è condiviso, non esiste modo di distinguere tra il suo uso corretto o scorretto, essendo la comunicazione con l’altro – o gli altri – l’unico elemento capace di fornirci un criterio per decidere che cosa siano la correttezza o la scorrettezza. E d’altro canto, se soltanto la comunicazione può darci l’opportunità di trovare un simile criterio, è solo la presenza di un linguaggio condiviso a fornirci la chiave per comprendere la differenza tra verità ed errore da un lato, e tra soggettività, intersoggettività e oggettività dall’altro. Ne consegue che, in ultima istanza, il vantaggio conseguibile da un individuo è sempre “relazionale”, essendo indissolubilmente legato al vantaggio degli altri.
Afferma Davidson a questo proposito: “L’interpretazione radicale è un modo di studiare l’interpretazione depurando la situazione in modo artificiale. Immagina di dover capire qualcuno senza aver niente a cui appoggiarti: non ci sono traduttori; non è disponibile un dizionario; devi cominciare dal niente. Sarebbe come dare per scontata la conclusione (nel cercare di studiare la natura dell’interpretazione) presumere di sapere in anticipo quali siano le intenzioni, le credenze e i desideri della persona. Sostengo che non potresti ottenere una visione dettagliata di alcuna di quelle cose, a meno che tu non possa prima comunicare con la persona. Non c’è una chiave originaria o una teoria del consenso che puoi avere prima di un’intenzione comunicativa o di una situazione. Devi al contempo entrare all’interno dell’intero sistema”.

Di qui la fondamentale importanza del “principio di carità”, il quale dice che quando interpretiamo gli altri dobbiamo condividere i loro pensieri almeno fino a un certo punto, poiché i pensieri, proprio in quanto tali, intrattengono relazioni logiche gli uni con gli altri. Dunque il principio di carità altro non fa che riconoscere l’elemento necessario della razionalità del pensiero: per identificare i pensieri, risulta necessario inserirli in un complesso più vasto di pensieri con i quali essi possano accordarsi, altrimenti non c’è modo di identificarli per quello che sono.

Ecco perché il nostro concetto di oggettività, l’idea che i nostri pensieri possano corrispondere o no alla verità, è un’idea che non avremmo se non fosse per i rapporti interpersonali. In altri termini, la fonte dell’oggettività è l’intersoggettività: il triangolo consiste di due persone e del mondo. Parte dell’idea è questa: se tu fossi solo al mondo, cioè in comunicazione con nessun altro, le cose verrebbero a urtarti, arrivando attraverso i tuoi sensi, e tu reagiresti in modi differenti. Se tu dovessi chiedere: “allora, quando stai reagendo in un certo modo, diciamo a un gusto piacevole, che cosa ti dà piacere?”, la risposta sarebbe: “è la pesca”. Tuttavia, nel caso della persona che non ha nessuno con cui condividere i suoi pensieri, su che basi potresti dire: “è la pesca che mi dà piacere” piuttosto che il gusto della pesca, o la stimolazione delle papille gustative, o addirittura qualcosa accaduto mille anni orsono che mise in moto tutte queste forze che a un certo punto sono venute a contatto con le papille gustative? Quanto sono lontani gli oggetti ai quali stai reagendo? Non ci sarebbe alcuna risposta a questa domanda; niente per il soggetto a cui fare riferimento, nessun mondo in cui potrebbe fare la domanda e ancor meno rispondere. Questa è l’idea della triangolazione: se ci sono due persone ed entrambe reagiscono a stimoli nel mondo e l’una all’altra, cioè alle reciproche reazioni agli stimoli, si è completato un triangolo che localizza lo stimolo comune. La comunicazione è essenziale al concetto di un mondo oggettivo.

E’ sufficiente un attimo di riflessione per comprendere che tutto ciò comporta conseguenze assai importanti. La nozione di “verità oggettiva” e quella correlata di “errore” si manifestano soltanto nel processo di interpretazione, vale a dire nel mondo socio-linguistico che noi stessi produciamo. La presenza di norme intersoggettive dà origine sia all’oggettività che alla soggettività: esse sorgono, per così dire, “simultaneamente” e non possono essere separate da una linea di confine netta, il che significa che né le cose del mondo né la mente possono vantare qualche tipo di priorità.

Il nostro rapporto con il mondo naturale è, in buona sostanza, sempre un rapporto mediato, giacché la scienza stessa è un prodotto sociale, e gli strumenti scientifici che usiamo per indagare la natura sono il prodotto di una ricerca storica che trova in ambito sociale la sua giustificazione ultima (il desiderio di conoscere il mondo circostante). Infine, la nostra attività concettuale, mediante la quale categorizziamo il mondo, ha senso soltanto all’interno di un contesto sociale. L’uso dei concetti – come quello del linguaggio – sorge e si sviluppa solo in un ambiente comunicativo: l’individuo isolato, che comunica solo con se stesso e tiene conto unicamente dei propri scopi e dei propri desideri è mera finzione e indebita ipostatizzazione.

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