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Denunce senza scorta e silenzi istituzionali

Creato il 21 dicembre 2019 da Annagiuffrida @lentecronista

“Per anni mi sono nascosto, ho cambiato nove città e credevo di poter ricominciare a vivere”. Si è sfogato con queste parole Gennaro Ciliberto, testimone di giustizia campano, dopo aver appreso della revoca della scorta che negli ultimi anni lo ha protetto. Una decisione che arriva proprio dopo la puntata del programma ‘Report’ dello scorso 9 dicembre, in cui Ciliberto rinnova le denunce di corruzione e infiltrazioni mafiose in appalti, pubblici e privati, per la realizzazione di tratti stradali e autostradali. Denunce che in nove anni non ha mai smesso di fare nelle aule dei tribunali, su richiesta della magistratura. Una scelta che ha portato lui e la sua famiglia in località protetta e che gli ha imposto una nuova identità, ma da cui non ha mai fatto passi indietro nonostante le minacce subìte negli anni.

A distanza di alcuni giorni da quelle prime dichiarazioni seguite alla revoca della scorta, Gennaro Ciliberto si è recato a Roma in un’aula di tribunale per rilasciare nuove denunce. Intanto, la sua richiesta di ripristino della scorta non ha ottenuto ancora una risposta. Una decisione, e successivo silenzio, che diventano la nuova minaccia per Gennaro.
Una condizione che racconta lui stesso in questa breve lettera, inviata a La Lente di una Cronista.

“Non c’è rispetto per la vita di un testimone di giustizia.
Nonostante gli appelli e le lettere inviate agli organi istituzionali preposti, compresa la Presidenza della Commissione antimafia, dopo 8 giorni dalla revoca di tutte le misure di tutela nessuna risposta è giunta.
Un silenzio che umilia un uomo, una intera famiglia, che resta bersaglio delle mafie.
Non è più tollerabile ascoltare proclami di chi invoglia a denunciare se poi il dopo è ciò che vi sto provando.
La mia mente non trova alcuna spiegazione logica di come si sia potuto agire in tal modo nei confronti dell’unico testimone e denunciante di gravi reati.
I pregiudicati restano in galera, il processo è ancora pendente, lo scrivente deve ancora testimoniare e confermare tutte le denunce.
Ma per le istituzioni preposte non merito alcuna risposta se non sette righe su uno stralcio di notifica, una notifica così contorta che è un’offesa alla sofferenza di chi ha dato la propria vita per la giustizia.
In molti vorrebbero un mio ripensamento,alcuni sperando in un gesto estremo attendono la fine del testimone di giustizia.
Perché allora tutti coloro che hanno lottato per la scorta di un giornalista non lottano per un testimone di giustizia?
La mia vita vale poco in confronto di chi scrive della mafia e racconta al popolo gli atti processuali?
Io la camorra l’ho denunciata con nomi e cognomi e senza chiedere nulla, senza guadagnare nulla se non l’inferno ed una condanna a morte.
I politici restano a guardare perché io ho denunciato il potere che si mischia con la camorra e diventa sistema.
Che posso dire: tutto ebbe inizio nel 2010 e forse dopo nove anni ancora non c’è chi vuole la verità.
In molti forse si sarebbero arresi ma io non posso.
Io ho sentito il rumore di uno sparo, ho nel naso l’odore della polvere da sparo, sono stato colpito e ho sentito scorrere il sangue sul proprio corpo e non posso dimenticare, posso solo aspettare ma è certo che chi la prima volta ha fallito la seconda volta non fallirà.
Ciliberto Gennaro”.

“La mafia uccide, il silenzio pure”, si ripete sempre in ricordo di Peppino Impastato. Anche il silenzio istituzionale.


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