Di fantascienza e di fantasy

Creato il 05 agosto 2011 da Martinaframmartino

Robert J. Sawyer e Annarita Guarnieri

Sabato 4 giugno ai DelosDays di Milano si è svolto l’incontro con lo scrittore di fantascienza Robert J. Sawyer. Ne ho già parlato brevemente qui il giorno stesso, e in seguito ho scritto anche un articolo per FantasyMagazine.

Per chi non lo conoscesse Sawyer è autore, fra l’altro, di Flash Forward. Avanti nel tempo, opera dalla quale è stata tratta anche una serie televisiva, di Furto d’identità, un breve giallo fantascientifico, e di diversi romanzi pubblicati nella collana da edicola Urania, l’ultimo dei quali è WWW 1: Risveglio.

Durane il suo intervento Sawyer ha dato la propria opinione riguardo ai generi.

A suo giudizio la fantascienza è la narrativa mainstream di una differente realtà alternativa. Chi agisce in un romanzo di fantascienza insomma non ha mai la sensazione di vivere in un mondo per certi versi strano. La realtà è quella che lui vive, e non potrebbe essere nulla di diverso. Per questo lo scrittore deve essere estremamente attento a come fornisce le informazioni sul mondo. Come a uno scrittore mainstream non verrebbe mai in mente di spiegarci la funzione dei comuni elettrodomestici che si trovano nelle nostre case, lo scrittore di fantascienza non può spiegare la tecnologia a un lettore che per forza di cose non la conosce, altrimenti la finzione narrativa verrebbe meno. Lo scrittore deve fornire tutte le informazioni necessarie senza mai dirle direttamente: il lettore cioè viene trattato come un abitante di quel particolare mondo che perciò sa già come esso è costituito.

Inoltre, dettaglio per lui fondamentale, mentre dalla nostra realtà è possibile arrivare alla realtà narrata nelle opere di fantascienza, con la fantasy questa è una cosa impossibile perché la magia non esiste, e per quanto tempo qualcuno possa trascorrere al binario 9 e 3/4 l’espresso per Hogwarts non passerà mai.

La spiegazione, esposta in modo brillante, rivela la presenza di quel pregiudizio di superiorità che talvolta colpisce gli amanti della fantascienza quando guardano un genere di narrativa non poi così lontano da loro, la fantasy. Anche se l’intento di Sawyer non era quello di denigrare un genere quanto quello d’illustrare il suo modo di intendere la narrativa — la spiegazione comprendeva anche i motivi per i quali le definizioni di fantascienza fornite a suo tempo da Hugo Gernsback e Isaac Asimov non erano corrette — le sue parole meritano qualche riflessione.

In primo luogo è difficile mantenere una netta separazione fra i due generi, che spesso si mescolano fra loro per dare origine a opere che contengono elementi di entrambi.

Se leggiamo Naufragio sul pianeta Darkover di Marion Zimmer Bradley siamo chiaramente davanti a un romanzo di fantascienza. Un’astronave ha fatto naufragio su un pianeta scarsamente abitato e fuori da ogni rotta commerciale, e i sopravvissuti all’impatto si trovano a dover sopravvivere in un ambiente ostile. Se però leggiamo La signora delle Tempeste della stessa autrice siamo altrettanto chiaramente davanti a un’opera fantasy. La società è di tipo feudale con una rigida divisione in caste, e la tecnologia è praticamente inesistente, a parte quella basata sull’utilizzo di alcuni poteri telepatici che sembrano tanto magia. Sono due romanzi diversissimi ma ambientati sul medesimo pianeta, con gli eventi del secondo che sono successivi a quelli di Naufragio di qualche centinaio di anni. E facendo un altro lunghissimo salto nel tempo c’è un corposo gruppo di romanzi, da La spada incantata a L’erede di Hastur, da La catena spezzata a L’esilio di Sharra, che propone il confronto fra darkovani e terrestri, il cui impero ha riscoperto il pianeta dove 2.000 anni prima era avvenuto quel naufragio. In questi romanzi c’è il constante confronto/scontro fra la civiltà tecnologica terrestre e quella medievale darkovana, o, più semplicemente, fra tecnologia e magia. Definire a quale genere appartengano i volumi, perciò, diventa estremamente complicato, oltre che inutile visto che la qualità di un’opera non si misura in base al genere di appartenenza.

Per quanto riguarda il discorso che per il protagonista di una storia di fantascienza il mondo in cui vive è l’unico che possa esistere, e tutto ciò che lo circonda è assolutamente normale, questo vale anche per il protagonista di una storia fantasy come per quello di qualsiasi storia. Anche per i personaggi fantasy in genere il loro mondo è l’unico che esiste, a meno che lo scrittore non abbia deliberatamente inserito realtà parallele, ma in questo caso le realtà parallele divengono un elemento fondamentale della trama. E anche il protagonista di una storia fantasy percepisce il proprio mondo come normale e non si mette mai a spiegarlo, almeno non se lo scrittore è abile. La regola di fornire le informazioni senza dirle direttamente, mostrare e non raccontare, vale per qualunque genere di narrativa, pena l’uscita per il lettore dallo stato di sospensione dell’incredulità e la noia più totale.

Nemmeno la considerazione relativa alla possibilità per la fantascienza e all’impossibilità per la fantasy di arrivare dalla nostra realtà a quella del romanzo è così solida come lo scrittore sembra credere.

Se un’opera per poter appartenere alla fantascienza dovrebbe interrogarsi sul nostro futuro e mostrarci cose che potrebbero avvenire partendo dalla nostra realtà, allora viene da chiedersi come dovremmo considerare, per esempio, i cicli dell’Invasione e della Colonizzazione di Harry Turtledove. La consapevolezza che nel corso della Seconda guerra mondiale non c’era stata nessuna invasione extraterrestre non ha impedito a Turtledove di scrivere ben otto romanzi relativi a fatti mai avvenuti.

Forse perciò la capacità di prevedere il futuro è uno dei tanti elementi che possono far parte di una storia di fantascienza ma non è un elemento fondamentale per avere una buona storia. Anche perché altrimenti dovremmo considerare opere di secondo livello storie di genere completamente diverso come i romanzi storici che, proprio perché narrano avvenimenti già accaduti, o che potrebbero essere accaduti a figure minori che non compaiono sui libri di storia, non possono certo mostrarci come sarà il nostro futuro.

Ogni genere ha caratteristiche sue proprie, che non ha senso cercare in altri generi. Ciò non significa che queste caratteristiche siano sempre del tutto assenti.

Passando alla fantasy Terry Brooks ha scritto una trilogia intitolata Il Verbo e il Vuoto. In essa lo scrittore ha immaginato la nostra realtà, inserendovi però all’interno una forza malvagia che, attraverso Demoni e altre creature invisibili ai più, spinge l’umanità verso un’inesorabile catastrofe. Naturalmente esiste anche una forza positiva, denominata i Cavalieri del Verbo, che li contrasta, ed è costituita da semplici uomini, con i lori dubbi e le loro paure, che lottano per evitare che altri esseri umani compiano le scelte sbagliate. Niente magia con tanto di fuochi d’artificio ed effetti speciali quindi, ma una storia di pulsioni umane e di persone che devono affrontare la loro parte peggiore per determinare il proprio destino. E se a vincere sono le pulsioni negative, nulla esclude che possa anche giungere una catastrofe nucleare capace di modificare geneticamente chi viene colpito dalle radiazioni o di far emergere aspetti degli essere umani fino a quel momento rimasti nascosti nel loro inconscio.

Da Il Demone, primo romanzo di questa trilogia, Brooks è arrivato al mondo di Shannara, mostrando così che il cammino dalla tecnologia verso la magia è percorribile, e infatti proprio nella sua opera prima, La spada di Shannara, Terry ha mostrato le rovine di una grande città. Gli edifici, costruiti con imponenti strutture metalliche, erano stati distrutti da una Grande Guerra, guerra combattuta con armi incomprensibili dagli uomini di quel romanzo, e che era stata anche capace di modificare la geografia del mondo fino a riplasmarlo in qualcosa di totalmente nuovo.

Di serie fantasy post apocalittiche ne esistono altre, con riferimenti più o meno marcati a un mondo del passato che potrebbe essere il nostro.

Discorso analogo per le realtà parallele, che mostrano come la magia, nel nostro mondo, sia semplicemente ignota ma possa essere attuata da un mago proveniente da una realtà diversa dalla nostra. Perciò Loren Manto d’Argento, che dal regno di Brennin giunge a Toronto per poi tornare indietro insieme a cinque ragazzi terrestri nella Trilogia di Fionavar di Guy Gavriel Kay, ha come unico impedimento ai suoi viaggi i limiti imposti dalla magia stessa, particolarmente faticosa ma non impossibile, senza che vi sia alcuna sospensione dell’incredulità. E la possibilità che esistano i mondi paralleli di Kay è pari a quella che esistano i mondi alternativi narrati da Isaac Asimov in Neanche gli Dei, romanzo nel quale una società aliena si sviluppa a spese della parallela società terrestre, inviando nel nostro universo la loro “spazzatura” radioattiva.

Sono solo alcuni esempi fra i tanti possibili, ma che dimostrano come l’interpretazione di Sawyer sia riduttiva. Non va dimenticato, visto che gli amanti della fantascienza tengono tanto a sottolineare la scientificità delle opere appartenenti a questo genere, che una volta Albert Einstein disse “Mentre nessun esperimento positivo può darmi definitivamente ragione, un solo esperimento negativo può darmi definitivamente torto”.

Il nostro mondo può portare a un mondo fantasy, basta scegliere le premesse giuste e seguirle in modo coerente. E l’espresso per Howarts parte regolarmente dal binario 9 e 3/4 anche se i babbani non sono in grado di vederlo. Il limite è negli esseri umani, non nella storia narrata da J.K. Rowling.

Ma è davvero necessario fare un confronto per stabilire se un genere sia migliore di un altro? George R.R. Martin, autore di opere di genere fantasy, fantascientifico, horror, e grande amante dei fumetti, ha più volte sottolineato come non sia davvero importante il genere al quale la storia appartiene. Ciò che davvero importa è la storia, e come viene narrata.



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