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Di migranti e di (geo)politica. Quale futuro per l’Europa?

Creato il 11 settembre 2015 da Rosebudgiornalismo @RosebudGiornali
DSC00267di Michele Marsonet. Se si voleva una prova lampante che l’Europa – o l’Unione Europea, per essere più prudenti – è senza bussola e priva di un progetto politico di lungo respiro, penso che la tragedia dei migranti l’abbia fornita senza alcuna possibilità di dubbio. Non che ce ne fosse davvero bisogno, poiché gli episodi di smarrimento e di confusione si susseguono senza posa da lungo tempo.

Tuttavia la questione dell’immigrazione è davvero enorme, e mai come in questo caso i Paesi della UE hanno dato l’impressione di andare ciascuno per conto proprio, appellandosi alle istituzioni comunitarie soltanto “pro forma” e senza evidentemente credere che dall’appello potessero sortire risultati concreti.

Pure la conclamata egemonia tedesca, a me sembra, si è dimostrata più teorica che reale, e non è ancora chiaro fino a che punto la Germania, nel suo cuore profondo, segua davvero la sorprendente svolta di Angela Merkel.

Ma com’è possibile – ci si può chiedere – che la cancelliera di ferro (o ex tale), dopo aver fatto fuoco e fiamme contro i disgraziati greci, dopo aver provocato in pubblico il pianto di una bimba palestinese dicendole che la Germania non può accogliere tutti, sostenga ora in pratica il contrario?

Qualcuno ritiene che, incoraggiando in modo così aperto l’immigrazione siriana, in teoria più compatibile con costumi e tradizioni europee e quindi più adatta all’assimilazione, la Merkel dia prova di grande pragmatismo (o di machiavellismo, nel peggiore dei casi). Infatti i tedeschi, alla pari degli italiani, hanno un tasso di natalità bassissimo. Il che significa che in tempi tutto sommato brevi avranno bisogno di forza lavoro tanto per non sguarnire le loro industrie, quanto per salvare un sistema pensionistico che comincia a essere in affanno. Problemi che non sono certo solo italiani.

Tuttavia la suddetta svolta ha causato tensioni notevoli con le nazioni dell’Est europeo che, in precedenza, facevano riferimento alla Germania nello scacchiere continentale, appoggiandone le richieste di rigore rivolte all’Europa del Sud. Finora, a mostrare apprensione, sono soprattutto alcuni Paesi un tempo inglobati nell’impero sovietico, con Ungheria, Repubblica Ceca, Polonia e Slovacchia in testa. Anche i baltici, però, iniziano a preoccuparsi, e negli ultimi giorni è entrata in scena pure la civilissima e ordinata Danimarca, che non c’entra con l’ex Unione Sovietica e fa parte del mondo scandinavo.

Il Regno Unito, come sempre, va per conto suo e la questione dei migranti potrebbe incoraggiare in misura notevole le pulsioni anti-UE che da sempre lo attraversano. L’inquietudine, inoltre, si percepisce anche in Francia e in Spagna, che hanno finora adottato una linea piuttosto dura e non sembrano disposte a cambiarla. Insomma la cintura di Stati più o meno tributari di cui la Germania si era sapientemente circondata si sta sgretolando, facendo di conseguenza venir meno una delle pochissime certezze del panorama europeo.

Mentre a Bruxelles Jean-Claude Juncker appare sempre più come un fantasma intento a ripetere frasi rituali, i vari governi nazionali riprendono una grande libertà d’azione badando più ai loro interessi che a quelli comunitari. Con l’eccezione italiana, giacché non si è ancora capito che cosa il nostro governo abbia in mente e, soprattutto, quale sia la strategia che si propone di adottare a fronte dell’emergenza. A nessuno – penso – fa piacere che l’Unione fornisca segni di crisi tanto evidenti. Ma di tali segni occorre comunque tener conto, e il futuro dell’Europa non è mai apparso nebuloso come in questo momento.


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