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“Dialogo a quattro”, una prosa inedita di Salvatore Enrico Anselmi

Creato il 15 gennaio 2019 da Criticaimpura @CriticaImpura

Di SALVATORE ENRICO ANSELMI

La Mente: «Il corpo mi offende. Quando reclama attenzioni più del dovuto, quando mi distoglie dai compiti che ad esso non afferiscono perché non si rivolgono a lui che non ne è né la ragione né il fine.
Si è accresciuto col tempo, insieme a me, ma sostenendo di essermi amico mi ha sottratto energie e forze, quando ha reclamato piaceri e condiscendenza. Senza di lui sarei libera e potrei propagare quello in cui credo.
Talvolta ritiene di essere al centro e al centro si pone, ben saldo senza spostarsi. Pretende come un esattore con la forza che gli è propria e dovuta ogni giorno durante il quale sostiene di essere artefice, depositario, strumento ineludibile.
Pretende e arraffa, allunga mani, si allunga e si estende. È onnivoro e rudimentale, conosce forme limitate dell’espressione, conosce poco e poco sa fare. Consuma, possiede, si esalta e chiama i sensi a sé, quelli più esteriori dei maschi, quelli più complessi e intimi delle donne. Ma non compie progressi e sulla riga d’inizio della corsa rimane, perché la sua corsa è assimilare, chiamare, consumare ed espellere.»

Il Corpo: «La mente è un intralcio.
È fanatica sostenitrice di se stessa e delle sue capacità come se fosse a me estranea, come se non fosse parte di me. È partigiana estremista delle sue convinzioni, originarie e proprie perché ricevute in forma inconsapevole e non richiesta. Altri convincimenti li ha acquisiti invece con l’esperienza che deriva dall’apprendere le modalità comportamentali, i raggiungimenti culturali, dalla rielaborazione consapevole delle esperienze sedimentate. Non comprende che se fosse altra da me non potrebbe sussistere se non come impulso astratto e non raccolto, non contenuto, in mancanza di un luogo, di un organismo capace e superiore che da questa tragga impulsi e che a questa restituisca gli stessi impulsi. Sarebbe spettrale e algida la sua attività, priva di sangue e passione, inebetita nell’autocompiacimento e statica. Sarebbe un grafema, un idolo diserto perché il suo culto sarebbe praticato forse soltanto da parte sua.»

L’Anima: «L’una è salda e tetragona, ferma e razionale, l’altro è ludico e primario. Vede ciò che lo circonda con lo spirito del primo essere: fame, freddo, caldo, stanchezza e baldanza, fame di un altro corpo. Ma senza di me entrambi non potrebbero lasciare traccia perché sarebbero chiamati a vivere lo stesso tempo contratto senza avvedersi di quale sia la loro sostanza, la loro autentica sostanza.
La vita del corpo e le azioni che la mente gli suggerisce di compiere sono ben poca cosa. Ha vita breve il segno tracciato senza ipotecare che quel segno possa essere significante per qualcuno anche molto tempo dopo essere stato lasciato. Dopo l’estinzione del pensiero, che dalla mente non può più essere elaborato, dopo che questa come parte del corpo si è estinta con esso, sono io che sopravvivo e prevalgo. Logos o pneuma, anima mi hanno chiamata, distinguendo le mie nature e persone. A dispetto di come potrò essere definita, additata, ravvisata, immaginata soltanto, vagheggiata come balsamo conciliatore e come aspirazione al non morire davvero e per sempre, eterno luogo ed eterna assicurazione dall’essere solo cosa, oggetto, pensiero che tutti insieme, senza distinzione o discernimento, potranno essere trascinati via affinché se ne perda il ricordo, io prevarrò.»

L’Uomo: «Sono cuore, carne, sono corpo, mente e pensiero.
Sono l’esito forse di un abbrivio iniziale, di un’accensione superiore alla fiamma.
Sono l’immagine, su braccia e gambe dominate dal capo, di una promanazione originaria che mi ha condotto a vivere ora e qui, in questo momento e in questo luogo, senza averlo presagito o chiesto, senza sapere a quale pagina mi dovrò fermare e quando. Mi chiedo se sarò in grado di redigere, nella versione più alta che questa vertigine e urgenza mi affidano, la mia stessa narrazione.
Sono consenso e prevaricazione, sono gentilezza e crudeltà, sono speranzoso fino allo sfinimento dell’ultima ingenua fibra che possiedo e lucido sottrattore di speranze e viatici. A me stesso e agli altri che mi somigliano.
Sono vile e della viltà mi avvolgo. Sono nobile. Sono invidia e intralcio, sono fuoco possente e sono solo barlume astioso contro la luce della quale non so coprirmi. Immiserisco i miei giorni, anche quelli maturi, intorno a minimi sistemi. Della pochezza ho fatto il baricentro delle mie azioni.
Attivo la ragione e di essa mi faccio scudo per affrontare i percorsi di decodifica del mio stesso esistere. Respiro e guardo oltre questa linea tracciata dalla breve vicenda di una stagione. Vi ravviso l’eterna e brevissima giovinezza, la certezza della mezza via che segue alle inquietudini del cammino al suo principio. Cado e claudicante tento comunque di proseguire il cammino che è giusto che io compia quando l’infinitesimale giovinezza e la pianura della maturità, una volta concluse, saranno tradotte nella vecchiaia che è piena ragione e consuetudine, intelligenza del sé, forse fiamma più fioca e incerta.
Sono l’uomo e in quanto tale non posso rinunciare al mio essere corpo nutrito da un’anima e governato razionalmente da una mente. Auspico vigile.
Sono pensiero, sono istinto nel contempo, mentre mi giro all’indietro e guardo chi ero, non posso non riconoscere in me il lascito conoscitivo delle generazioni che mi hanno preceduto. Ora io devo, per imperativo, tramandare.
E se dovessi essere soltanto istinto sarò distruttore di ciò che ho ricevuto invece che testatore, custode, provvisorio amministratore di ricchezze non infinite.
Dipingerò il cielo, scaverò nel ventre della terra che custodisce gemme non corrotte, scoprirò nuovi eroici continenti dove condurre il mio vivere. Avrò nel sonno visione di intatte costellazioni.
Le belve mi insegneranno la mansuetudine e io correrò accanto a loro. Comporrò canti, scolpirò e darò forma a quanto potrà essere foggiato. Non sarò solo teorema o istinto, comprenderò la mia gracilità e sarò mite. Apprenderò la pratica del perdono, in primo luogo per me stesso, ogni qualvolta avrò disatteso e calpestato la mia natura. Non sarò più vile, non coltiverò erbe amare. Senza coprirmi il viso sopporterò il lume del sole.»

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