Diario africano - 41/Involtini primavera

Creato il 13 gennaio 2015 da Mapo
Kampala, 10 gennaio
Il Fang Fang è un ristorante cinese in centro a Kampala. A casa nostra, dove se non è sushi o qualche fusion apocalittico allora non è cool, mangiare cinese è da barboni. Ci si va per risparmiare, anche perché, secondo il vecchio adagio, negli involtini primavera si sa cosa ci mettono, che mica si sa bene dove vanno a finire i loro morti.Nella capitale ugandese invece, dove fioriscono locali per ricchi e può capitarti di incontrare asiatici fare jogging come a Central Park, è qualcosa di dannatamente chic.
Il Fang Fang è un grosso spazio aperto con erbetta all'inglese, luci colorate disposte con gusto ai bordi di un porticato sotto il quale ci sono ampi tavoli con sedie di vimini dove ci si siede per cena. I camerieri sono vestiti con una camicia rossa dai ricami dorati, manco fossimo a Pechino. Anche quelli di colore, il che li rende un po' buffi.Quando la cameriera mi serve una salviettina tiepida con cui lavare le mani prima di cena mi esce un "Apwoyo" di ringraziamento. Qui, a più di 400 km da Gulu, il dialetto è diverso ma lei si mette a ridere lo stesso.Paska, così si chiama, ha 19 anni, è un'Acholi originaria di un piccolo villaggio vicino al Lacor ed è finita a fare la cameriera in un prestigioso ristorante della capitale, pieno di Muzungu che le danno la mancia. Il che la rende a dir poco orgogliosa. In questo locale dove, tutta elegante, serve cibo che non capisce, la pagano meno delle colleghe cinesi, nonostante pari grado e mansione. Lo racconta sottovoce, perché se la sentono teme si arrabbino parecchio. Ripenso a quell'operaio cinese assunto dalla ditta che sta costruendo la strada di fronte al Lacor, seduto sul tetto di un camion che procede a passo d'uomo. Da sotto il suo cappello con la tesa larga urla a 4 ugandesi ai suoi piedi che devono stenderla bene, quella ghiaia.
Il Fang Fang, a quanto pare, è un covo di camerieri Acholi, ce ne sono almeno altri due. Uno è un uomo di una quarantina d'anni, alto e muscoloso, che si chiama Alex. Viene da un villaggio vicino a Kalongo, nel nord del paese, ma sta a Kampala da circa 12 anni. È scappato da casa per via dei ribelli, una storia comune a molti da quelle parti. Fino ad ora, nonostante sia arrivata la pace, non è mai tornato a casa, e non ha intenzione di farlo. Nonostante tutto questo tempo passato, i brutti ricordi sono ancora troppo forti.Senza che glielo chieda comincia a raccontare di intere famiglie uccise a bruciapelo da una scarica di fucile, degli uomini di un intero villaggio costretti ad entrare in una grande capanna di legno, chiusi dentro e bruciati vivi. Alcuni li bollivano in un grande pentolone - racconta -. Ad altri venivano tagliati naso, orecchie e le labbra.Ordiniamo il dolce.
La serenità qui assomiglia a una pellicola dorata come la carta dei Ferrero Rocher, riveste le cose e qualche volta è talmente sottile che basta sfregare un attimo per distruggerla e vedere quanto è brutto quello che ci sta sotto.

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