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Diario africano - 69/Put more heart in your hands

Creato il 12 febbraio 2018 da Mapo
Tabaka (Kenya), 4 febbraio 2018
Il Tabaka Hospital è una costruzione di colore azzurro piena di finestre. Come se non bastasse la posizione - sul cucuzzolo di un'alta collina che domina dall'alto una distesa di campi coltivati punteggiata da capanni e baracche - è l'unica costruzione nell'arco di molti chilometri ad essere alta tre piani. Per raggiungerlo la nostra macchina - un Range Rover bianco che cigola ad ogni sospiro - si deve arrampicare a passo d'uomo su una lunga strada sterrata costeggiata da piccoli esercizi commerciali. Perlopiù si tratta di una serie di claustrofobici bugigattoli in cui si vende di tutto, dal burro industriale fino ai polli ancora vivi. Al nostro passaggio vecchi e bambini interrompono qualsiasi attività per fissare esterrefatti l'automobile e il suo contenuto come se fossero arrivati i marziani. Gli sguardi ci seguono per diversi metri fino alla porta di ingresso, uno spesso cancello di colore verde chiaro che viene aperto a fatica dal guardiano. Dalla macchina si scorge il motto dell'ospedale, scritto in varie lingue su una parete azzurra: "we treat but Jesus heals".Diario africano - 69/Put more heart in your hands
"The Tabaka" fu fondato dai Camilani nel 1975 e si tratta di un ospedale no-profit a cui fa riferimento la fitta popolazione che abita i dintorni di questo sperduto angolo di Kenya, verdissimo e quasi montuoso. Evelin, una infermiera con i capelli raccolti che indossa la fluorescente divisa arancione dell'ospedale, ci porta in giro per gli edifici. Circa 250 posti letto, divisi in vari reparti piuttosto ordinari: medicina, chirurgia, ginecologia, pediatria. C'è anche una TAC, un ecografo, un servizio di fisioterapia e ovviamente una sorta di pronto soccorso che è aperto H24. Novità assoluta rispetto ad altri ospedali africani come il Lacor: qui c'è anche una mensa che dà da mangiare ai dipendenti e ai malati. La cucina è buia e non esattamente a norma CE, ma le donne che ci lavorano ci salutano con ampi sorrisi. I denti bianchissimi risaltano rispetto alla cenere e al fumo nero che avvolge un po' tutto. In un palazzo poco più ad est c'è la scuola delle infermiere, ci prendono in giro salutando dalle finestre che danno sul cortile. La cappella dell'ospedale sembra una piccola palestra senza finestre. Non c'è neanche una panchina, ma Evelin ci spiega che domani è domenica e le hanno spostate tutte fuori, per la messa delle 9. Diario africano - 69/Put more heart in your hands

Sono le 5 di pomeriggio e i reparti sono semideserti. I pazienti ammessi sembrano francamente troppi pochi e anche nella Nursery c'è un solo bambino. Il Kenya ha un'età media di 19 anni e, come in buona parte dei paesi africani, qui ogni donna mette al mondo parecchi figli. Ci si aspetterebbe un reparto di pediatria straripante di bambini con la malaria e invece ci saranno in tutto 15 pazienti. Chiediamo più volte il motivo alla nostra guida ma senza capire davvero.Diario africano - 69/Put more heart in your hands
È l'occasione per provare a capire meglio come funziona la sanità del paese: in Kenya ci sono ospedali di vari livelli, da 1 (scadente) a 6 (ospedali di riferimento, rari e più diffusi nelle grandi città); tutti i cittadini possono fare richiesta di una copertura assicurativa fornita dal governo con un pagamento mensile che è commisurato allo stipendio. Sembra tutto bellissimo, ma a quanto capiamo a seconda della classe si può accedere a ospedali diversi. Per chi invece è scoperto è richiesto il pagamento di una quota all'ingresso che dipende dalla prestazione. Un parto naturale, ad esempio, è piuttosto economico (6000 scellini kenyoti, pari a circa 60 dollari) mentre un taglio cesareo arriva a costare anche dieci volte tanto.Diario africano - 69/Put more heart in your handsL'ospedale è informatizzato: gli esami del sangue, i referti della radiologia e parte della cartella clinica sono accessibili da alcuni computer disposti nelle zone comuni. La maggior parte dei letti ha la zanzariera e la medical officer di turno questo pomeriggio conosce bene come trattare la malattia reumatica, anche qui molto diffusa. Stando a quanto ci racconta la diagnosi principale di accesso in ospedale è lo scompenso cardiaco, come in Italia ma, immagino, con parecchie differenze. L'ospedale nel complesso sembra funzionare bene e c'è anche il posto per un piccolo bar e un parrucchiere per signore.

Diario africano - 69/Put more heart in your hands
Alloggiamo nella guesthouse dove abitano anche i padri camilliani. Il boss qui è father Ruben, un prete sovrappeso che ci accoglie in maniera elegante e formale. Gli abbiamo scritto una montagna di emails senza risposta e finalmente capiamo il motivo: l'indirizzo era sbagliato. Fa segno verso l'alto ad indicare che le nostre parole sono finite al vento. La sera ceniamo intorno a un grande tavolo rotondo pieno di cibo. Ruben si è tolto la camicia con il colletto da prete e si è messo una maglietta nera con scritto il motto dell'ordine (appositamente in italiano) che continua a ripetere (in inglese) senza sosta: put more heart in your hands! Ha una pancia piuttosto pronunciata e degli occhiali con la montatura sottile. Dopo aver finito di lavorare (è il direttore dell'ospedale e anche a sua detta preferisce "fare le cose" invece di pregare qualcuno affinché cadano dal cielo) è molto più sciolto e intavola un lungo discorso ("I could speak for seeeeeeven years!") su vita, morte e miracoli (?) di tale Camillo de Lellis, fondatore dell'ordine.È uno show in pieno stile e, non fosse per il passaporto e il colore della pelle, l'intonazione della voce e l'ampio gesticolare si potrebbe tranquillamente confondere per un italiano.Dopo mezz'ora buona siamo all'epilogo: - Ruben: So at the end, unfortunaaaaately Camilo die very young at 63 years!- Io: I think that 63 was a respectable age at those times!- Rubén (dopo una lunga pausa): So at the end, fortunaaaately Camilo die at 63 years!Diario africano - 69/Put more heart in your hands
Sembra che questi camilliani ("veeeeery many!") abbiano costruito mezza Africa sotto il Sahara. Così, quando chiediamo quanti ce ne sono in tutto il Kenya tutto ci aspetteremmo meno che vederlo contare con le dita delle mani e rispondente: 21!Ci chiede un po' di noi mentre ci ingozziamo di carne, l'asta, riso e verdura. Dopo un po' che parliamo non so perché gli racconto che io e Paola siamo sposati e Laura è la testimone, allora lui allarga le braccia e dice "che paalle". Stupiti più per la lingua che per l'imprecazione ci mettiamo a ridere e lui non capisce. A quanto pare nella lingua della madre, un dialetto parlato nei dintorni, significa qualcos'altro. Prima di mangiare la frutta ci fa alzare dal tavolo, sparecchiare e dire una preghiera. Poi si siede e, dopo una lunga pausa ad effetto, se ne esce con un'altra espressione tipica della mamma: "che due coiooooni". Scoppiamo tutti a ridere e la serata finisce sul divano in salotto, coperto dai centrini, a prendere sonno davanti al telegiornale. Lui è sdraiato con le mani appoggiate sulla pancia, le gambe all'aria e uno stuzzicadenti in bocca. La mattina dopo ripartiamo molto presto, la strada è la solita mulattiera sterrata e il Tabaka Hospital, sulla cima della collina, rimane nello specchietto retrovisore per un bel po'. 

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