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Diario africano - 72/Quella volta che sono andato in Tanzania solo a prendermi una multa

Creato il 12 febbraio 2018 da Mapo
Isebania (confine tra Kenya e Tanzania), 5 febbraio 2018
Il confine tra Kenya e Tanzania di Isebania è uno di quei posti dimenticati da Dio e dagli uomini. Qui il "border" sono due spranghe d'acciaio che si alzano e si abbassano sotto lo sguardo non troppo vigile dei soldati, uguale il colore della pelle, diverso quello della divisa.Diario africano - 72/Quella volta che sono andato in Tanzania solo a prendermi una multa
Sono le 2 di pomeriggio e siamo incredibilmente in anticipo sulla tabella di marcia. Svegli dalle 5 per il safari quotidiano, ci siamo lasciati alle spalle il gate del maestoso Masai Mara per dirigerci veloce su una lunga strada sterrata verso questo paese a sud del lago Vittoria. La guida della Lonely Planet parla di uno stato in pieno sviluppo economico, ancora sull'onda lunga del governo illuminato dell'ex presidente Nyegerere, padre della nazione. A lui si deve, tra le altre cose, l'ampia diffusione su tutto il territorio della lingua Swahili. Dal finestrino della macchina il panorama è sempre quello: alberi di banane e mango dovunque, bambini che corrono a dorso nudo tra le capanne, mercati all'aperto e la solita marea di gente per strada. Sbrighiamo con una certa africana lentezza tutta la burocrazia necessaria a far passare noi, il driver e il nostro Range Rover attraverso il confine. Noi mostriamo i nostri passaporti elettronici con la copertina bordeaux da bravi europei e Martin svolge la lunga trafila di timbri e pagamenti per il veicolo. Dopo 40 minuti ci troviamo miracolosamente dall'altra parte, ci dicono che è tutto in ordine e, con un largo sorriso: "Karibu" (benvenuti). Tiriamo giù i finestrini e ci dirigiamo a tutta birra verso Bunda, accesso privilegiato alla riserva nazionale del Serengheti, uno dei parchi naturali più vasti ed entusiasmanti del mondo. Le strade sono lisce d'asfalto e con la musica a palla abbiamo l'impressione che non ci possa fermare nessuno.Diario africano - 72/Quella volta che sono andato in Tanzania solo a prendermi una multa
E invece dopo quasi due ore di strada ci fermano eccome. Nessuna paletta rossa come per i carabinieri italiani, ma un grande sbracciarsi da parte di un poliziotto che ci fa segno di accostare. In pochi minuti siamo circondati da una decina di persone e da sole cinque divise. Ci fanno vedere la fotografia della nostra macchina scattata qualche Km più indietro con una velocità registrata di 76 km all'ora con il limite a 30. Non serve a niente protestare, veniamo alleggeriti di una ventina di dollari e ci chiedono i documenti. È solo l'inizio dei guai: i nostri passaporti ineccepibili guadagnano larghi cenni d'assenso e la solita litania di squadre di calcio elencate a memoria, mentre il nostro driver ugandese viene fatto scendere dalla macchina in malo modo. Sul suo "interstate pass" ci sono disegnate tre bandiere: Uganda, Kenya e Rwanda. Un tizio arrogante con una maglietta rossa bucata e una giacca marrone di una taglia ridicola continua a chiederci di indicare dove vediamo la bandiera della Tanzania su quel foglio bianco.Urlano, urliamo tutti e dopo mezz'ora di velate minacce, appena prima di farci mandare in galera, ammettiamo l'errore: il nostro autista è entrato dal confine senza documenti validi per l'espatrio. Facciamo i complimenti ai funzionari imbecilli al confine che ci hanno fatto passare e ci mettono in macchina un ragazzino con uno stuzzicadenti in bocca che ci scorta fino al commissariato più vicino. 
Aspettiamo a due passi dalla guardiola dove vengono buttati i criminali comuni. Li guardo attraverso la porta a vetri chiusa a chiave: non hanno i volti particolarmente preoccupati, uno ha un braccio ingessato, un altro il cappellino con la visiera dritta e le cuffie per la musica, tutti sembrano più che altro essere lì in perenne attesa di qualcosa mentre fissano il vuoto. Non oso pensare da quanto tempo. Ogni quarto d'ora lo stronzo con la giacca marrone, che nel frattempo è ritornato qui, ne chiama uno urlando e lo sbatte dentro un ufficio in fondo al breve corridoio. Quando è il nostro turno entriamo rumorosamente nelle stanza dicendo che siamo stufi di aspettare e che abbiamo delle tappe di un lungo viaggio a cui tenerci. Fa un caldo incredibile e siamo tutti sudati e pieni di polvere rossa. Ci accoglie una grassa matrona dietro un'ampia scrivania di legno dove c'è appoggiata una brutta imitazione di una borsa alla moda. È vestita con un vestito lungo che sembra più da cerimonia che un'autentica divisa e per controllare i nostri documenti tira fuori un paio di occhiali dalla montatura pesante. Avrà sessant'anni e mi stupisce vedere qui nei ranghi dell'esercito una donna in posizione di potere. Dopo un tempo inenarrabile, pari a quello necessario a risolvere un'equazione di quarto grado, se ne esce con la solita solfa: "for you is ok, but for you - alza la voce da dietro gli occhiali additando Martin come una professoressa di matematica isterica - with these documents you have to go back to Uganda! Now you show me on your paper where you can see the Tanzanian flag!"Ecco, penso, che tutto si riduce a non aver studiato bene le bandiere alle medie. Segue un lungo battibecco che termina con un "Muzungu, go away!" urlato dalla cicciona. Ci troviamo tutti nel cortile del commissariato, sotto il sole cocente, ad attendere per mezz'ore che sembrano infinite. Ce la caviamo con una nota di demerito (proprio come alle medie) scritta dietro il pass del nostro driver. Rimandati alla frontiera, a quel vecchio palazzo polveroso di Isebania a due ore e mezza dietro di noi. Arriviamo con il buio, tornati al via dopo 6 ore come nel gioco dell'oca. Cominciano a rimbalzarci da un lato all'altro della frontiera. Visti da fuori siamo una barzelletta vivente: tre italiani che tentano di introdurre un ugandese al confine tra Kenya e Tanzania. Mi sforzo di raccontare per filo e per segno tutta la vicenda sottolineando come siamo tutti in buona fede e abbiamo davvero esigenza di proseguire con il nostro viaggio. Indico più volte la mia maglietta con il logo dell'ospedale no-profit di Gulu dove abbiamo lavorato, faccio presente che il nostro autista è in realtà un agricoltore che guida bene ma non è abituato a viaggiare e scambio qualche battuta sugli animali feroci visti più di 12 ore fa!Diario africano - 72/Quella volta che sono andato in Tanzania solo a prendermi una multaAlla fine più che le parole magiche la chiave per aprire il portone è una mezza dozzina di banconote stropicciate per ogni frontiera. I sorrisi si allargano, l'addetto alla sicurezza che è a piedi nudi come a casa sua ci stringe la mano e ci fa ripassare, per la seconda volta, in Tanzania. Abbiamo in mano un foglio rilasciato dai Kenyoti che ci chiedono più volte di aver cura di distruggere all'uscita dal paese. Non capiamo niente, ma è così tardi che ci basta scappare via da questo posto dimenticato da Dio e dagli uomini. Raggiungiamo il nostro alloggio a tarda notte, per non addormentarci sulla strada ascoltiamo musica ad alto volume e giochiamo agli indovinelli, proprio come in gita.

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