Chissà se chi ha costruito questo lodge ci avrà pensato, al frastuono dolce di queste cascate, tanto potente da coprire persino il rumore dei grilli. È la prima cosa che si sente la mattina, rigirandosi nel letto per scappare dai sogni e l'ultima che mi addormenta la notte. Costante, inesorabile, rassicurante persino.L'altra sera, chiacchierando in veranda, abbiamo pensato a quanta energia si potrebbe produrre incanalando tutta quell'acqua in uno di quei lunghi tubi verdi così popolari nelle nostre valli. Discorsi al chiaro di luna, per fortuna crescente, visto che qui oltre un certo orario la corrente elettrica stenta a dare segni di vita. Un'opzione che ci è apparsa in tutta la sua assurdità non appena avuta l'occasione di camminare davanti, dietro, sopra e sotto queste impressionanti torri d'acqua alte fino a 100 metri, tra le più imponenti d'Uganda.Siamo nella regione delle Sipi Falls, parco naturale a sud est del paese adagiato alle pendici dell'Elgon, una montagna alta oltre 4000 metri con la vetta eternamente coperta dalle nubi.
Hakuna Matata.
Patrick, il ranger ventottenne che ci accompagna su questi sentieri sciorinando i nomi di tutte le piante che incontriamo, entra con pochi spiccioli in una capanna a bordo della strada. Ne esce con un sacchetto pieno di riso, afferra il Motorola e ce lo immerge dentro. È mezzogiorno. Alle 7pm - dice - sarà pronto. Sembra una ricetta della prova del cuoco, solo un po' più lunga. Non funzionerà mai, ne siamo già certi.
C'è molto altro; c'è un camaleonte che appena mi si è appoggiato sulla camicia a quadretti ha cambiato colore, gli occhi di un bambino di 7 anni che gioca alla guerra con le erbacce brandendo un machete arrugginito. C'è lo sguardo spaventoso dall'alto della cascata e 80 gradini su una scala di legno sospesa nel vuoto. C'è un giro giro tondo con tante mani nere e solo due bianche, la paura dei pipistrelli nelle grotte, il sapore del bacon la mattina appena dopo aver fatto yoga a piedi nudi sul prato umido. Ci sono tante cose che, per un motivo o per l'altro, non riesco a scrivere.
La sera arriva improvvisa mentre osserviamo quella piana chiamata Uganda dall'alto di questa collina al centro della valle. L'orizzonte è un piatto verde e sconfinato interrotto da specchi d'acqua, piantagioni di caffè e puntini marroni. Sono piccole capanne, viste come si vedono da un aereo. Saremmo pronti a giurare che siamo stravaccati sull'altura disegnata nella scena iniziale del "Re Leone", quando una vecchia scimmia spelacchiata solleva un giovanissimo Simba davanti al suo futuro regno. Tutti gli animali della savana festeggiano con versi di giubilo mentre l'ottima colonna sonora di Ivana Spagna racconta della vita come "una giostra che va". Ridiamo, cantiamo, aiutati dalla puntuale birra media mentre il tramonto ci sorprende improvviso.
Questo posto, in realtà, è dove sedeva fino a una cinquantina di anni fa il re della tribù del luogo. Rimane un masso di pietra a vestigia di un trono. Il nostro imponente autista ci si è seduto sopra, impunemente.Lo sentiamo urlare improvviso. Niente saette divine, ha solo estratto il suo telefono dal riso, in effetti le sette se ne sono andate da un pezzo.Funziona, e io capisco che devo smettere di chiedermi un sacco di cose.
Hakuna Matata
Qualche pazzo ha montato qui un'altalena di legno a picco sulla valle. Prego che le robuste funi annodate a questo grosso albero reggano il mio peso mentre mi godo l'aria sulla faccia. Nel momento di inerzia in cui rimango sospeso appena prima di ondeggiare all'indietro, sembra davvero di volare.In lontananza si vedono solo montagne e foreste.In un angolo, laggiù, c'è anche la cascata. Da qui non fa più rumore.