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D(i)ario Argento, la mia storia d'amore con il Re del Giallo (N°6): Inferno

Creato il 08 marzo 2015 da Giuseppe Armellini
D(i)ario Argento, la mia storia d'amore con il Re del Giallo (N°6): Inferno
Sesto appuntamento con la grande Miriam e il suo viaggio cronologico nell'opera argentiana (trovate tutto qui). Ed ecco che incominciamo a intravadere i primi cali...
Mi sono permesso di linkare alle mie rece qualche titolo che cita Miriam nel caso a qualcuno interessasse approfondire.
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Inferno (stay together for the kids)
Dario Dario Dario (scuotendo flebilmente la testa, con un tenero sorriso, come la mamma quando per l’ennesima volta disegnavate sui muri). Premetto che Inferno non è uno dei miei Darii preferiti, ma, ciononostante, lo trovo un horror dignitoso. Che non è un commento tiepido, ma, anzi, vale quanto una critica positiva, dato che gli horror dignitosi non sono molti.
Non lo dico per generalizzare, ma la mia reazione ai film horror tende ad articolarsi su un continuum che va dall'"abominevole, enucleatemi per favore e raschiate via la memoria delle ultime 2 ore circa" all' "accipicchia che bomba, rivediamolo subito". E di quest'ultima categoria ce ne sono pochi (ma non pochissimi, buona parte dei quali contemporanei: grazie The house of the devil, You're next, Ils, Cigarette burns e molti retrò e Dario è stato autori dei – fino ad ora in questa rubrica – 5 migliori horror di sempre). Della prima categoria, purtroppo, ce ne sono molti (ditemi se avete visto Creep, per favore. Una cosa orrenda - mai quanto l'incredibile che sia anche solo stato pensato The Darkling, recensito anche da Giuseppe). In mezzo c'è materiale buonino, ma che non scalda il cuore. Ecco, il 50% di Inferno è tiepidino ed efficace come asciugarsi i capelli col phon a metà potenza (fa bene ai capelli ma prendete un po' freddo e vi smaronate perché ci vuole troppo tempo). E poi ci sono delle scene bomba, sequenze intere anche che sono puro cinema. Bellissime. Che fanno anche paura. Il problema, se volete, è quello che hanno i bambini molto bravi a scuola. Prendono sempre Ottimo e la mamma e la maestra si aspettano sempre un Ottimo, ogni volta. Se scappa un Bravo sono cazzi. Non ci si può credere. Ecco. Inferno è un bravo-bravino dopo 5 Ottimo. E anche se sono comprensiva con quei poveri bambini - essendo stata una di loro - sono pure la mamma rompiballe che vuole l'Ottimo. Dario, so che puoi fare di meglio (e ahimè anche ben di peggio). Ma andiamo con ordine.
I primi 30 minuti già ci chiariscono che piega prenderà il film, sia narrativamente, sia stilisticamente. Diciamo che i 15 minuti dell’incipit li passo in buona parte a chiedermi se il mio schermo abbia perso di brillantezza da quando ho visto Suspiria. Ma poi mi convinco che non è colpa del mio device ma che, ahimè, la fotografia di Inferno è di qualità quanto lo sono le illustrazioni di copertina dei romanzi harmony (non posso credere che Mario Bava fosse coinvolto nella cosa, anche se nella seconda metà del film i toni tornano alle vecchie glorie e si fanno brillanti stile preraffaelita) e che Inferno sta a Suspiria come un twin set rosa pastello sta a un abitino rosso Valentino. Ma Dario non mi nega qualche piccola soddisfazione: il palazzo in cui si sviluppa la vicenda (dove crepa il maggior numero di persone, insomma) è bellissimo e decadente (mi ricorda molto le immagini di Thais – film perduto per sempre in qualche rogo o giù di lì - che stavano ne L’avventura del cinematografo) e la sequenza di apertura non è affatto male: Rose Elliott, poetessa newyorkese, acquista un libro dal titolo Le tre madri (che sarebbero tra streghe) e inizia a temere per la propria vita, poiché una di essere (Mater Tenebrarum), stando al libro, abita proprio nel suo palazzo. Segue una brevissima quest per la chiave descritta nel libro in cui la ragazza si tuffa in acqua e poi fugge in seguito all’apparizione di un cadavere mette addosso una dignitosa strizza. Ma dura poco. Se Dario ci avesse messo lo stesso impegno che ci ha messo per congegnare lo stratagemma per farci vedere le tette della poetessa entro i primi 15 minuti anche nell'elaborazione di una sequenza spaventosa sarebbe stato bello e temo che anche le doti recitative della povera Irene Miracle abbiano in qualche modo danneggiato la sensazione di terrore che si sarebbe potuta creare  - ma non temete, di qui a pochissimo non la vedremo più e riapparirà solo per essere uccisa (ghigliottinata – tocco di classe) e potremo consolarci con uno stuolo di protagoniste/i che si succedono come se non ci fosse un domani. Tra le fortunate, Eleonora Giorgi nella parte di Sara. Sara è un’amica di Mark, fratello di Rose, cui lei aveva inviato una lettera raccontando di essere spaventata, ma è Sara la prima a leggere la lettera, perché Mark resta imbambolato come uno scemo rapito da una donna che appare mentre lui è a lezione di musica. Sara decide di indagare e prende un taxi per la biblioteca: la scena tel taxi riprende con coerenza l’incipit di Suspiria, citando il precedente film in modo filologico e coerente, ma senza strafare. Questa sequenza è sofisticata, raffinata e malinconica, a modo suo. Ma, purtroppo, la coerenza artistica di questi frame non viene mantenuta a lungo: per la maggior parte del film siamo immersi in un’atmosfera dai colori pastello che sono, però, totalmente ingiustificati – per nulla sorretti dalle architeutture e dalle inquadrature pop di Suspiria - e non bastano a rendere il film fratello (sorella) del precedente. Il problema, in sostanza, è che un po’ Dario strizza l’occhio ai suoi fan e fa degli accenni come quello del taxi che sono quasi gloriosi, perché sono autocitazioni fatte con classe – sempre nella tamarritudine buona che ci piace e di cui lui è capacissimo eh – e funzionano alla grande, ma, un pochino, per essere sicuro che il film venga capito – missione improbabile – da tutti, ci racconta delle tre madri, che una è a Friburgo, una a Roma e una a New York – ed è la più stronza di tutte. E, poi, ci piazza lì Alida Valli. E Alida Valli ci sta bene, non c’è che dire – ah, fateci caso: AV ha delle mani da muratore che la metà basta, quando dà il cardiotonico a Mark non ci potevo credere.
Ci sono altre chicche in Inferno, come la sequenza in cui Sara, messa in fuga da un essere orripilante che tenta di annegarla in un intruglio bollente formaggiforme, torna al suo appartamento e, terrorizzata, chiede a un vicino di farle compagnia – manco si conoscono e inizia a parlargli di stregoneria. Qui Dario è al top (e farà qualcosa di simile, ma ancora più potente, in Opera): la corrente salta mentre i due ascoltano il va pensiero e Carlo, il vicino, va verso la centralina per riattivare il generatore. La corrente va e viene, luce e ombra si alternano in modo spasmodico e il tutto viene reso ancora più angosciante e asmatico dall’interrompersi e riprendere della musica il cui volume risulta quasi insostenibile. Carlo, di cui sentiamo solo la voce, comunica a Sara i suoi movimenti ed è solo un attimo quello che ci vuole perché qualcuno li uccida entrambi – con delle coltellate così secche che quasi le sentiamo infilzarsi nelle ossa. Questa sequenza fa paura. O meglio. È tensione pura. E Dario con la tensione ci sa fare, alla grandissima.
Anche la sequenza in cui la terza protagonista femminile, una debole contessa, con un marito assente, interpretata dalla sono-sempre-contenta-di-vederla-in-scena Daria Nicolodi (non lo so, mi sta troppo simpatica), viene uccisa, fa sfoggio di un ritmo velocissimo, atmosfere claustrofobiche e lampi di luce colorata ben utilizzata. Ma è quando muore il personaggio di Alida Valli, avvolta da una tenda infuocata e precipitando nel vuoto fino a sfondare uno strato di vetrocemento – citazione dalla morte dell’incipit di Suspiria, bellissima -  che mi rendo conto che, nonostante:
- l’evidente abbassamento del livello estetico
- l’inconsistenza della trama (ragazzi, non ha un senso che sia mezzo)
- il protagonista maschile (Mark) che è interessante come un sassolino che viene lanciato in un laghetto e affonda anziché rimbalzare
- la bizzarra morte dell’antiquario Kazanian, che ha senso solo nella misura in cui stava annegando dei gatti quindi guardarlo essere masticato da delle pantegane e finito a coltellate non decapitanti ma quasi (ma comunque non viene spiegato un accipicchia di niente sul suo ruolo in questo bizzarro mondo darioargenteo)
- mater Tenebrarum che diventa uno scheletro dall’aspetto gommoso e che faceva molta più paura nella sua forma umana, che alla fine sei lì e ti chiedi: ma perché farla trasformare in una cosa che assomiglia a Pelleossa, quello dei cartoni animati?
- Il fatto che l’ho dovuto vedere 5 volte, perché continuavo ad addormentarmi, due delle quali con il mio ragazzo, che si è dovuto subire l’incipit (la parte meno figosa) più di quanto non sia consentito legalmente
insomma, nonostante Inferno si meriti solo un “Bravo” e questi difettini, cui rimedia con la sempre soddisfacente presenza scenica della Morte, che non sfigura mai, a Dario io voglio bene e resterò con lui per il bene dei bambini (i 5 precedenti e, si spera, i film seguenti).

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