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Diego Buongiorno: quando un’opera è il veicolo di una sapienza

Creato il 05 settembre 2014 da Thefreak @TheFreak_ITA

La curiosità verso il Bello porta alla sua Conoscenza. Potrei riassumere così l’incontro casuale con il compositore Diego Buongiorno e la sua musica raffinata. Infatti, pochi mesi fa ho intervistato Brando De Sica, sempre per The Freak, e proprio in quell’occasione il regista mi ha parlato della sua direzione del video Freiheit di Diego, estratta dal concept album The Bush.

Così non ho perso tempo e ho subito approfondito tutto quello che c’era da sapere sul suo conto. Ho scoperto che la mia era una grave mancanza, perché numerose e importanti sono le collaborazioni all’attivo del compositore italiano, specialmente all’estero. Guardare alla sua formazione artistica è come ripercorrere i momenti di cultura musicale contemporanea più importanti: dal Maestro Gianluca Podio, allievo del grande Goffredo Petrassi, come il Maestro Morricone; al premio Oscar Luis Bacalov, con cui ha studiato all’Accademia Chigiana di Siena.

Ho scoperto anche che è un grande compositore, e che predilige il ritorno alla “fisiologia dell’arte”, alla rielaborazione interiore che comporta una perfetta sintesi di singolarità ed universalità, di realtà e fantasia. Ho scoperto anche che è una persona disponibile, dal cuore elegante, perché quando gli ho scritto e l’ho incontrato durante un evento romano, ha sempre dedicato un po’ del suo tempo alle mie curiosità, permettendo di realizzare quest’intervista.

Infine, ho scoperto che dietro ogni progetto originale c’è necessariamente una mente brillante.

E’ un artista che ricerca sempre nuove sfide per accrescere il suo percorso artistico, ma soprattutto umano. E’ un uomo che osserva attentamente, per questo motivo, quella potente normalità celata in ogni artista, che non tutti riusciamo a capire. O semplicemente a vedere.

Quando hai iniziato a suonare e a comporre?

Avevo quindici anni. Rovistavo in un armadio a casa di mia nonna, e mi trovai a sfiorare con la mano le corde di una chitarra che era lì, dietro ad alcune giacche. Il suono che uscì accidentalmente in quel momento fu il colpo di fulmine che ebbi con la musica.
Era una vecchia chitarra degli anni ’70, con un colibrì disegnato sul battipenna e con solo due corde. Quel suono era uscito così bene che lo risuonai per tutto il pomeriggio, cercando di tirarne fuori altri perché mi piaceva l’idea delle tante combinazioni possibili. Quella chitarra mi fece compagnia per circa un anno, poi ne comprai un’altra, con sei corde, e imparai da solo i primi accordi.
E lì che iniziò la prima musica, quella che scrivevo dopo la scuola e nei fine settimana, mentre i miei amici andavano a far festa. Lo sai che nella maggior parte dei casi è questa l’adolescenza del musicista, vero? Si usciva solo quando c’era la ragazzetta che ti faceva perdere la testa. E forse ancora oggi è così.
Insomma, quello fu l’inizio.

© Matteo Linguiti 04

Diego Buongiorno – Foto di Matteo Linguiti

E cosa è successo dopo?

Dopo iniziai a studiarla, la Musica. Nel corso degli anni fui rapito dall’armonia e dal pianoforte, che studiai con Stefano Sabatini, per poi spostarmi sempre di più sulla composizione e sulla musica applicata alle immagini con il Maestro Gianluca Podio, allievo del Maestro Goffredo Petrassi. Per me Gianluca è stato un grande maestro, uno dei pochi che sanno insegnare senza proiettarti addosso nulla della propria esperienza, lasciandoti libero di ricercare e sperimentare, fornendoti gli strumenti giusti che servono nel lavoro vero.
In quel periodo iniziai anche a lavorare molto con la musica su commissione tra televisione, teatro, moda, e continuai a studiare composizione all’Accademia Chigiana di Siena, nelle sessioni estive, con il Maestro Luis Bacalov, premio Oscar con cui avevo avuto l’enorme fortuna di lavorare come assistente Maestro del Coro nella sua opera prima “Estaba la Madre”, commissionata dal Teatro dell’Opera di Roma.
Quasi dieci anni accanto a Luca Tommassini hanno dato poi una sterzata più internazionale al mio lavoro, ovviamente non per il genere di musica che componevo, che come suono e struttura era già lontana dall’Italia e a molti chilometri a nord dell’equatore, ma piuttosto per l’approccio produttivo ad ogni tipo di progetto. Con Luca imparai a trattare con situazioni che mettevano in gioco non solo una bella idea, ma anche la necessità di trovare le soluzioni per realizzarla, o per risolvere ogni tipo di problema che si fosse creato in corsa; con lui ho lavorato con artisti di grande popolarità, con grosse responsabilità sulle spalle, facendo grande tesoro di tutto quello che vedevo e ascoltavo. Gli devo molto, ci siamo scambiati moltissime idee e ci piaceva salire sulle stesse onde anomale.
La musica era la fantasia, la danza era l’eleganza. Lo sono ancora oggi per me, e penso lo siano anche per lui, anche se poi ci siamo persi di vista per scelte diverse. Subito dopo ho iniziato a scrivere e produrre il disco per cui mi stai facendo questa intervista, “The Bush”.

Il progetto artistico richiede un lavoro continuo di ricerca. È per questo motivo che viaggi così tanto? E’ possibile che ogni luogo sia un posto nuovo da raccontare in musica?

La vera rivoluzione è interiore, è nella forma profonda, nel movimento interno e nell’identità. Non c’è nulla di trascendentale in quello che dico: parlo di consapevolezze, di piedi per terra, di concretezze. Oggi fuggo da chi vola, da chi sta tra le nuvole, o in mezzo agli angeli. Vengo anche da lì, e so di cosa parlo.
La mia ricerca oggi è legata a questa forma piuttosto che al muoversi fisicamente da un posto all’altro, ma penso che viaggiare, quando si ha l’occasione e la possibilità di farlo, sia di grande aiuto per avere una visione del mondo più ampia e aumentare il potenziale delle proprie intuizioni. Io cerco di farlo ogni volta che posso, nel modo giusto, perché c’è sempre un giusto nella vita, una coerenza che ti porta a scegliere e a giudicare.
Vittorio De Sica diceva che “i bambini ci guardano e ci giudicano, anche quando sembrano pensare alla catena della bicicletta”; ecco io mi sento così, giudico, non nel senso cattolico della parola, e scelgo con chi lavorare, con chi viaggiare o con chi stare a cena.Il fatto che io mi trovi il più delle volte a lavorare con musicisti e artisti che risiedono all’estero è legato al riconoscersi in un genere che ci accomuna, ma i progetti, ad ogni modo, sono dove sei tu. Questo è quello che penso. E’ vero che ogni luogo vissuto diventa un posto cui dare un suono, mi succede sempre, e creare immagini sonore è alla base del mio lavoro, ma è anche vero che i luoghi più belli da mettere in musica possono essere quelli che non abbiamo mai visto.

Hai composto tanta musica per programmi tv e pubblicità, ma anche musica per film. Vuoi dirci qualcosa su queste esperienze lavorative?

Ho composto e realizzato musiche su commissione tra teatro, tv, grandi eventi, sfilate di alta moda e molta pubblicità, ma per il cinema non ho ancora fatto molto. Nessun lungometraggio, solo film indipendenti, tra cortometraggi e mediometraggi. Non penso di essere adatto alla produzione cinematografica di questo momento, almeno nel mio paese; e con questo voglio solo dire che per me ci deve essere sempre una coerenza tra la musica che scrivo, e che quindi mi rappresenta, e il lavoro per cui scrivo.
E’ un fatto di contenuti, che trovo con moltissima difficoltà. Non saprei scrivere per un film di Brizzi, o per l’ennesimo film sulla cocaina del giovane regista “alternativo” di turno, perché raccontano storie che non mi rappresentano. E per quanto ne abbia bisogno per vivere e produrre i miei dischi, non saprei proprio dove prenderla quella musica, e con che suoni raccontare quelle storie. Preferisco non fare e non cercare, piuttosto che entrare nella catena di montaggio come fanno alcuni miei colleghi. Farei una grandissima fatica.
Ma ci sono anche film italiani che mantengono alto il livello qualitativo e contenutistico, anche se il più delle volte sono destinati già in partenza a compositori di tutto rispetto, sia italiani che stranieri, come il prossimo film di Matteo Garrone ad esempio, o l’ultimo film della Rohrwacher, “Le Meraviglie”. Mi piacerebbe lavorare con Alice, ma non ci siamo mai incontrati.

Oscar Wilde ha scritto: “La coerenza è il segno distintivo del banale.” Beh per me è una grande cazzata.
E poi mancano sempre i soldi. Non ci sono più soldi per fare musica nel cinema, e come ha detto Morricone in un’ intervista, “se non ci sono soldi, la musica rimane sulla carta, o in un cassetto”.
Recentemente mi hanno chiamato un paio di produzioni che volevano usare musiche da me già scritte e prodotte senza pagare 1 euro, e parlo di film che “sbigliettano”. Non so più come spiegare che la musica ha un costo altissimo, altissimo già per il solo fatto di scriverla, e ad ogni modo io della SIAE non mi fido. Ho un progetto su questo argomento che cercherò di sviluppare presto…

Pier Paolo Pasolini diceva che la musica di un film può nascere prima che il film stesso sia girato. Tu cosa ne pensi?

Pasolini aveva ragione, non è una novità che la musica possa nascere prima. Tutto dipende da quanti elementi ti vengono messi a disposizione dal regista.
Per la mia esperienza posso dirti che inizio a scrivere sempre prima; non mi interessa vedere il girato dei primi giorni se lavoro su un corto o su un mediometraggio, così come non mi interesso alla sceneggiatura quando lavoro per le opere teatrali. Mi basta avere due o tre colloqui con il regista e l’autore, vedere un mood board, avere riferimenti, conoscere chi ho davanti, incontrare gli attori o fare un giro sul set. A volte parto dal titolo e da una sinossi che sono già una bella finestra sulla storia, se valida. E’ questo che mi convince e che mi fa dire sì, o che fa dire di sì al regista che ho di fronte; è tutto in ciò che passa nel racconto dell’idea.
C’è anche chi comunque necessita della musica in fase di ripresa; non accade solo oggi, accadeva anche tra Sergio Leone e Ennio Morricone sul set di “C’era una volta in America”, così come su tanti altri set, ed è lì a maggior ragione che è importante quella relazione. E’ come quando ti raccontano un sogno: se è tutto vissuto, ti arrivano le giuste sensazioni con poche parole. Come pensi che abbia convinto più di 60 persone a prendere parte al mio album? Raccontandoglielo.

E invece, che idea ti sei fatto del ruolo che ha la musica nel cinema di oggi?

La musica purtroppo sta perdendo sempre più importanza all’interno di ogni lavoro, specialmente nel nostro paese e, verosimilmente parlando, anche nella discografia stessa.
Non viene più pensata in un film come parte fondamentale del racconto, o di una dialettica con il pubblico. Non ricordo quale sia stata l’ultima colonna sonora italiana che mi abbia veramente emozionato e fatto rivivere un film senza rivederlo. Forse Paolo Buonvino, su “Caos Calmo” o Ludovico Einaudi su “Luce dei miei Occhi”, così come Ezio Bosso su “Io non ho Paura”. Ma penso siano musiche più legate ai miei ricordi, piuttosto che alla bellezza del film stesso.
Dovrei tornare a compositori come Rota, lo stesso Morricone, Piersanti, Donaggio, Piovani, Rustichelli. Erano altri anni.
In generale non capisco più il metro di giudizio, il codice, la cifra stilistica che cattura un pubblico, parte degli addetti ai lavori, e soprattutto le grandi aziende, le fondazioni, i marchi o le strutture che si espongono in prima persona per produrre un certo tipo di lavoro.
Mi viene in mente la Fondazione Fendi per lo spettacolo di Curi ad esempio, così come ENEL, quando ha prodotto le giostre di Höller per il Macro, ad un costo esorbitante, un costo con cui avrebbe potuto produrre almeno 5 grandi opere di Artisti italiani altrettanto validi.
Penso ci sia sempre più confusione, moltissima, sul senso della fantasia, della bellezza, della potenza, rispetto a ciò che è invece solamente affascinante e intellettualmente masturbatorio. Questo è per me lo scenario del nostro momento storico, sia nel cinema, e soprattutto nell’arte contemporanea. Si abusa molto della parola “genio”, confondendola col grottesco.
E ci metto anche i creativi con le loro rivoluzioni, e quelli che ci hanno fatto credere di occupare i teatri in nome della cultura. Li senti parlare della creatività come valore economico, e peggio ancora dell’identità come valore subordinato al riconoscimento economico, o politico nel peggiore dei casi.
Non c’è il senso profondo delle parole, e sapere che il loro messaggio riesce ad arrivare a più persone possibili, questa è la meravigliosa definizione del successo secondo Mario Monicelli, è sconcertante e avvilente, perché l’avvilimento è costante nelle persone dotate di una buona intelligenza emotiva.

 

My heart is a forest – Diego Buongiorno | Vimeo

Hai dichiarato: ‘E’ ridicolo che per avere l’attenzione del pubblico si debba trovare sempre un tema malato o estremo. E’ diventato un fatto culturale, come l’idea che tutti gli artisti debbano essere matti’ . Perché, secondo te, il pubblico ricerca quasi ossessivamente e sempre più spesso delle storie perverse e al limite nelle opere di un artista?

Louise Bourgeois ha detto “Art is a guarantee of sanity”. Ormai c’è patologia ovunque, in ogni lavoro, soprattutto nel cinema e nell’arte contemporanea. La fisiologia, intesa come contenuto sano, non interessa più a nessuno. Per il momento è un’emozione sepolta. Per me esiste una “potente normalità”, che proprio per questo motivo, è unica e originale: è per questo che l’Arte è Identità, ma non è facile quanto a dirlo.

Il pubblico ha sempre più bisogno di identificarsi con un certo tipo di storie, o con personaggi fragili, perché in un certo senso li giustifica, li fa sentire leggeri. Io penso che la fragilità non possa essere più concessa e tollerata in questo lavoro. Un’opera dovrebbe essere il veicolo di una Sapienza, non dovrebbe legittimare gli agiti e le malattie dei molti. Tanti sono gli artisti che perdono il contatto con la realtà, perché il nostro è un mestiere in cui ci si mette in gioco completamente, a volte senza difese.

E’ un discorso complicato, e delicato, che non vorrei concertare in poche righe. E’ più un problema sociale in cui manca sicuramente un vero e proprio processo di formazione del pubblico, che non ha bisogno di attrici e attori noti, o di dischi che durano tre settimane, o di vittime sacrificali spremute dalla televisione attraverso un talent show, ma ha bisogno di STORIE e di contenuti.

E poi mancano le scritture, forse anche più delle storie; anche se penso che una bella storia si scriva da sola. Ci sono dei lavori meravigliosi in giro, che però non interessano minimamente né ai produttori né al mercato, tantomeno al pubblico, e si fa davvero fatica a trovarli o a scoprirli, figurati a realizzarli.

Quando ho scoperto l’album The Bush (un po’ in ritardo visto l’uscita nel 2012) mi è venuto subito in mente il filosofo Baumgarten e la sua concezione dell’Estetica come conoscenza del mondo sensibile, prima ancora che del Bello, che ha come oggetto delle percezioni confuse ma dotate di logica su cui è possibile indagare con metodi rigorosi. A mio avviso è un progetto che abbraccia qualcosa che non appartiene completamente a questa realtà, ma che ci permette di conoscere quello che vi si nasconde o che ancora non eravamo in grado di percepire, forse perché ‘storditi’ da così poca e apparente bellezza. 

Cosa verrà dopo The Bush? Quale sarà il cuore del tuo prossimo lavoro?

Dopo il Romaeuropa Festival sto cercando di portare in giro il live di “My Heart is a Forest”. Penso sia uno spettacolo valido, se si riuscisse a farlo con i mezzi giusti; valido e potente su tutti i fronti, sia sul livello artistico sia su quello del marketing. Secondo me è uno spettacolo che ha un potenziale enorme, globale, ma il cast artistico e tecnico è numeroso, ed è molto difficile far muovere una macchina da guerra del genere, che include artisti provenienti da circa 15 nazioni, senza una grande produzione alle spalle. Ma so che ne vale la pena, e non mollo l’osso. Bisogna solo incontrare le persone giuste.

In questi ultimi mesi sono impegnato su un nuovo progetto tra Roma e Parigi, un progetto musicale che si chiama “Birds of Leonis”. E’ un gruppo che ho inventato con Loane, cantautrice francese che ha già all’attivo collaborazioni con Michel Gondry, per aver firmato alcune musiche del suo “Mood Indigo”, e ospiti come Lenny Kravitz e INXS nei suoi album. Siamo in due, abbiamo scritto diverse canzoni, ma faremo uscire solo un singolo il prossimo 21 Novembre, e un video che sarà diretto da Veronica Mengoli, regista con cui ho già lavorato per alcuni visual di “My Heart is a Forest”. Il video lo presenteremo al Centre Pompidou durante ASVOFF, il Fashion Film Festival di Diane Pernet. La prima produzione musicale verrà conclusa nelle prossime settimane in Islanda al Room 313, dove finalizzo sempre i miei lavori, con Addi 800, sound engineer di Bjork, Sigur Ros e Blur. Poi cercheremo una produzione per tutto l’intero album. E’ una bella avventura e ci troviamo bene a lavorare insieme, Loane è un artista di grande talento oltre ad essere una bellissima donna.

Per quanto riguarda il mio lavoro, quello da “solista”, non so ancora molto. Sto cercando un’idea che possa essere migliore di “The Bush”, e che suoni diversa. Per il momento studio, osservo, prendo appunti, e non penso di essere lontanissimo dall’inizio di un nuovo disco. Adesso è come appuntare la ricetta di un piatto fatto di tanti ingredienti diversi, dove devo capire quali artisti e musicisti mischiare per raccontare qualcosa di nuovo.

Questo per me è il momento più importante di un processo creativo, questa è da sempre la parte che preferisco in ogni lavoro che scrivo. Tutto ha un equilibrio, tra le certezze che ho sul tavolo e le scommesse che prendo dalla lista dei desideri, assomigliando a qualcosa di folle, a una “percezione confusa” come dici tu. In realtà tutto ha una logica, e appena si parte ognuno è libero di essere se stesso, libero di abbandonarsi alle note che hai scritto e che devono essere interpretate. Alcuni pensano che siano magie, coincidenze, e che tutto succeda per caso, ma forse il bello per chi scrive quei ruoli, è anche lasciare immaginare tutto questo, e godersi in silenzio quello che si pensava sarebbe accaduto. Essere un compositore è un pò come essere il regista di un grande film visionario, felliniano. Personalmente non credo nei miracoli e nel benessere spirituale, ma solamente nella bravura di ogni singola persona e in quello che può rappresentare umanamente in gruppo. Poi arriva la Musica, e accomuna tutti.

Intervista a cura di Isa Milk.

Foto | Matteo Linguiti

Diego Buongiorno – The Bush | soundcloud


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