Discorso (inutile) sulla libertà

Creato il 20 gennaio 2014 da Conflittiestrategie

Si può usare la libertà ed i suoi accidenti (diritti umani, civili, economici, di genere ecc. ecc.) come una provocazione per creare scompiglio nel recinto d’altri?  Washington ed i suoi alleati lo fanno da tempo. Si servono della libertà come di un bastone per picchiare sulle teste dei governi e dei Paesi che non accettano la loro supremazia culturale e politica. Si chiama soft power ma, come diceva Carl Schmitt, la maniera morbida è più forte di quella dura. Il dilemma non è di oggi, tanto che già Lenin, ai suoi tempi, si confrontò con questo tema formalistico che mirava alla destabilizzazione del nascente sistema sovietico. “Libertà – sì, ma per chi? Per fare cosa?”. Non certo per lasciarsi soggiogare e influenzare da forze esterne. Tutto torna, dunque, seppur in forme nuove.

Mosca lo sa per questo non concede nulla sul piano valoriale, anche laddove si tratta, evidentemente, di introiettare e difendere posizioni che, in un contesto di minore “aggressività”, sarebbero state di semplice buon senso.

Per rispondere alle critiche di quanti li accusano di violare l’autonomia dei singoli o delle minoranze, i leader euroasiatici ed asiatici, di Stati recentemente affacciatisi o riaffacciatisi sulla scena mondiale, hanno elaborato una propria visione delle “virtù” pubbliche che meglio si accorda ai loro usi e costumi, con la quale cercano di rispondere colpo su colpo ai detrattori stranieri.

Tanto i russi che i cinesi, per i quali l’unità della nazione e la tenuta del tessuto connettivo sociale vengono prima di una artefatta indipendenza individuale, hanno prodotto documenti con i quali hanno dimostrato che esiste, nei contesti occidentali, una discordanza palese tra narrazione ideologica dei diritti e aderenza degli stessi alla realtà oggettiva.

Russi e cinesi intendono preservare il proprio sistema etico e resistere ai modelli culturali d’importazione che sarebbero esiziali per la tenuta generale dei loro assetti costituzionali.

I cinesi hanno reso la pariglia agli Usa, infatti sono stati primi tra i paesi “non allineati” a pubblicare rapporti sullo stato dei diritti umani in quel contesto nazionale che non sono stati considerati dai nostri media, sempre pronti a strombazzare i resoconti umanitaristici provenienti da organismi pubblici ed ONG occidentali, ma assolutamente distratti e disinteressati quando le relazioni umanitaristiche non riportano il timbro della comunità internazionale a guida atlantica.

Uno di questi documenti è impietoso sulle responsabilità degli Usa e chiede al governo americano di prendere i dovuti rimedi dal momento in cui “il mondo soffre per un grave disastro sul piano dei diritti dell’uomo, causato dalla crisi finanziaria mondiale seguita alla crisi dei subprime americani…il governo americano ignora sempre i gravi suoi problemi in materia di diritti dell’uomo e si compiace di accusare altri paesi. È realmente un peccato”.

Nel 2009 i cinesi denunciarono al mondo le interferenze dei servizi statunitensi e di altre autorità statali nella privacy dei cittadini di tutto il pianeta. E-mail, lettere, fax, telefonate ecc. ecc. venivano illegalmente passate al setaccio per “presunte” ragioni di sicurezza interna, senza informare gli organi di garanzia e i medesimi cittadini. Ancora non c’era il caso Edward Snowden all’orizzonte.

Nel documento cinese si legge che dopo l’attacco alle Twin Towers il governo americano ha “autorizzato i suoi servizi d’intelligence a piratare le comunicazioni per e-mail, a sorvegliare e sopprimere, attraverso mezzi tecnici, tutte le informazioni su Internet che possono minacciare gli interessi nazionali statunitensi”. Niente di diverso da ciò che si fa nei famigerati “rogue states”. In nome della democrazia ideale si può anche fare strame della (inesistente) democrazia reale.

La relazione proseguiva mettendo in risalto le discriminazioni razziali nella società americana, soprattutto contro neri ed ispanici: “il reddito medio reale delle famiglie americane, nel 2008, è stato di 50.303 dollari, ma i redditi medi delle famiglie ispaniche e nere erano pari quasi al 68% ed al 61,6% di quelli delle famiglie bianche non ispaniche”. Uguali disparità vigono nel sistema scolastico e in quello professionale. Nemmeno l’apparato giudiziario è alieno da tali disuguaglianze per censo e per etnia. I delitti per discriminazioni di ogni genere  sono all’ordine del giorno. La polizia americana non va tanto per il sottile nelle sue operazioni per la repressione del crimine, soprattutto con le minoranze. Le carceri americane sono i luoghi più pericolosi della terra, posti difficili da gestire dove il gioco tra guardie, ladri ed assassini si conclude spesso tragicamente ed i diritti dei detenuti vanno a farsi benedire. Anche le donne sono vittime di aggressioni e di violenze ripetute, infatti “gli Stati Uniti registrano il più alto tasso di stupri fra i paesi che forniscono questo tipo di statistiche, cioè 13 volte di più dell’Inghilterra e 20 volte più del Giappone”.

Ma la contraddizione più forte risiede nella spesa militare americana, la più alta del globo (il 42% del totale mondiale), con basi logistiche disseminate in ogni angolo del pianeta (il rapporto cinese parla di 900 basi, 190000 militari e 11500 “civili”). Nonostante ora gli Usa siano guidati da un Nobel per la pace, dal 2009 le cose non sono affatto cambiate. Come questa violenza, pubblica e privata, della società americana possa conciliarsi i diritti umani resta un mistero.

Ma veniamo all’ultima gratuita istigazione di Obama. Per i Giochi invernali di Sochi, località sul Mar Nero, il capo della Casa Bianca, ha deciso d’inviare quattro atlete lesbiche. Non sappiamo da quando il Presidente statunitense abbia arrogato a sé anche le funzioni di selezionatore tecnico degli sportivi, ma tant’è. Obama ha scelto la via dello scontro frontale con Mosca a causa delle sue leggi “antigay”, che antigay non sono. In Russia è stata vietata la propaganda omosessuale diretta ai minori. La stampa nostrana, che è un covo di serpi e di mistificatori, ha sparato ad alzo zero contro il medioevo euroasiatico manipolando i reali contenuti della misura approvata e omettendo di scrivere che non è vietato essere omosessuale, cioè amarsi tra gente dello stesso sesso, ma influenzare i minori.

I giornali italiani, che sono i più succubi di tutti ai diktat yankees, hanno rincarato la dose contro i russi brutti, sporchi e cattivi. La settimana scorsa, il  membro italiano del Cio, Mario Pescante, l’unico del comitato olimpico che non si sia ancora bevuto il cervello, ha dichiarato: “È assurdo che un Paese così [gli Usa] invii in Russia quattro lesbiche solo per dimostrare che in quel Paese i diritti dei gay sono calpestati. Lo facciano in altre occasioni. I politici ad ogni Olimpiade ne approfittano. Basta con queste strumentalizzazioni”. Pescante ha perfettamente ragione. Aldo Grasso, editorialista del Corriere della Sera, lo ha invece attaccato definendolo un vecchio burosauro incapace di comprendere che nello “sport il corpo, ogni corpo, è il racconto di un’anima”. Forse l’anima di Grasso è troppo pesante per prendere il volo e si riduce a stuoino dei prepotenti.

Qualcuno dovrebbe, innanzitutto, imparare l’educazione poiché quando si è invitati nella dimora altrui non si entra con il proposito sciocco di far indispettire il padrone di casa. E’ ovvio che si vuole rovinare la festa ad un popolo che ha sofferto tanto dalla caduta dell’Urss ma che si è finalmente rimesso in piedi senza l’aiuto dei centri di potere anglobalizzati, tanto da poter ospitare dei costosi giochi mondiali. E’ questo che infastidisce Obama e compagnucci. Quella dei gay è una scusa, uno dei tanti tasselli della strategia politically correct globalista che usa tematiche ad alta sensibilità umana per veicolare i propri interessi politici. La comunità omosessuale, se esiste, dovrebbe indignarsi per questo e non spalleggiare i Cavalieri della rissa laica ai quali non frega proprio nulla dei loro problemi se non per associarli a propri secondi fini.


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