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Domande

Creato il 08 marzo 2018 da Francosenia

federico

Da giovane era stato il figlio ribelle e avventuroso di un padre violento e militarista; amava la musica, suonando e componendo con estro; leggeva instancabilmente, e la conversazione con i filosofi era nella sua giornata la cosa più importante; dichiarava il re «il primo servitore dello Stato» e la «corona un cappello che lascia passare la pioggia». Eppure, in una politica europea già spregiudicata, Federico il Grande inaugurò un cinismo aggressivo, strumento della volontà di potenza entrata – secondo alcuni storici – nei geni maligni dell’Europa futura; era sleale e ingrato, «il malvagio uomo» lo chiamava Maria Teresa d’Austria. Si reputava un philosophe innanzitutto: strano philosophe che disprezzava l’umanità. Figura doppia, contraddittoria, enigma sfuggente, e quindi soggetto ideale per una biografia.
Alessandro Barbero – storico, storico militare, premiato scrittore di romanzi storici, curatore di programmi culturali in televisione – parte dal dettaglio della vita quotidiana del monarca prussiano, per condurre il lettore a riflettere su cos’è la grandezza nella storia, e cos’era nel Settecento la grandezza. In un procedere incalzante e pieno di brio, come una conversazione, che rende l’esattezza del saggio seducente quanto un bel racconto.

(dal risvolto di copertina di: Alessandro Barbero - Federico il Grande - Sellerio)

Federico, il Grande “malvagio” che credeva solo nella forza
- di Gian Enrico Rusconi -

Alessandro Barbero ci offre un brillante, sintetico libro su Federico il Grande, re di Prussia, figura dominante nel Settecento europeo, creatore della potenza dello Stato prussiano, nucleo storico originario della grandezza e della tragedia della Germania del XX secolo. 
   «Nel suo mestiere, nel mestiere del re - scrive l’autore - l’unica cosa che conta per Federico è la forza», di cui la guerra è l’espressione suprema. È un'affermazione che suona brutale nella sua semplicità, ma la capacità argomentativa e comunicativa dell'autore la rendono comprensibile e plausibile. Il finale del lavoro tuttavia può suonare elusivo. Esplicitando infatti un quesito che è sotteso in modo sottile in tutta l'analisi, viene alla luce la domanda cruciale, «che non va mai via»: «La domanda è sempre la stessa: Federico è colpevole per Hitler e per Auschwitz? Gli storici e i tedeschi finora non hanno risposto a questa domanda e non saremo certamente noi a rispondere».
   È una risposta saggia perché il lettore non deve trovarsi davanti ad ad affermazioni perentorie su questioni altamente controverse. Sin dal primo capitolo, del resto, l'autore si è posto la questione più generale delle responsabilità morali per la strada militarmente aggressiva intrapresa dalla Germania nel XX secolo. «Federico il Grande non poteva prevedere quasi niente di quanto sarebbe accaduto dopo di lui, ma è la sua politica che ha cambiato la storia della Germania e dell'Europa». Già: ma è proprio questo il punto critico per un lavoro come quello di Barbero che è sostanzialmente biografico ma le cui conseguenze politiche sono di una rilevanza storica eccezionale. Rilevanza storica oggettiva vs. responsabilità soggettiva? È un'alternativa ben difficile da superare.
   Oltretutto la natura particolare del libro, rivolto ad un pubblico colto ma non specialista, fa sì che «la domanda» su Hitler abbia un grande peso. È lui il vero «uomo malvagio» della storia tedesca, epiteto inventato da Maria Teresa d'Austria, proprio per stigmatizzare Federico di Prussia.
   Cominciando dalla sua personalità, va apprezzata l'acuta e simpatetica attenzione di Barbero per le contraddizioni, le patologie caratteriali, le terribili tensioni familiari - in particolare con il padre. Il risultato è che diventa «un uomo, cinico, sleale, ingrato». Nel libro ci sono minuziose analisi delle decisioni politiche e delle misure amministrative positive fatte dal gran re, accanto a incredibili comportamenti brutali verso sudditi, ministri e collaboratori.
   Siamo nel cuore del Settecento, nella sua combinazione tra assolutismo illuminato e autocrazia, di cui Federico è un esempio. Un settecento geopolitico che appare assai più complesso e paradossalmente più moderno di quanto non abbia narrato una vecchia storiografia che fa incominciare tutta la modernità, nel bene e nel male, con la rivoluzione e l'illuminismo francese. Certo, il rapporto di Federico con la cultura francese è stretto. Barbero è assai efficace nel mostrare il fascino e l'ambiguità del rapporto dell'autocrate prussiano con la «filosofia», che in concreto coincide con la singolarissima relazione personale tra lui e Voltaire. Un capolavoro di complicità reciproca. «Ho vissuto da filosofo e voglio morire da filosofo» esclama il re alla vigilia della morte. E Voltaire non lo avrebbe smentito: gli aveva dedicato odi piene di adulazione e profetizzava l'avvento di un Salomone del nord. Mentre il re reinventava e metteva in pratica la Realpolitik machiavellica, Voltaire gli consigliava di ripubblicare il suo scritto giovanile "Antimachiavelli" per gettare fumo negli occhi ai suoi contemporanei. E Federico avrebbe poi dedicato l'opera sua più famosa, il "Candide".
   Ma non è facile definire il roi philosophe di Berlino. Non ha nulla a che vedere con le figure dei grandi illuministi quali sono presentati nelle nostre storie della filosofia. Il philosophe qui è sostanzialmente l'uomo amante della cultura e dell'arte (in particolare della musica di cui è molto più che un compositore ed esecutore dilettante) in un mondo contrassegnato da una impressionante ignoranza e analfabetismo di massa. Tollerante sì, ma più per cinismo, opportunismo e populismo - diremmo oggi - che non per rispetto delle differenze religiose che ritornano polemicamente forti proprio nel conflitto intraeuropeo (nazioni cattoliche vs. nazioni protestanti).
   Notevoli sono i capitoli del libro dedicati alle guerre di Federico - quella per la conquista della Slesia (1740) e la guerra dei Sette anni (1756-63). L'autore descrive minutamente le singole battaglie, le tattiche e le strategia adottare dalle parti in conflitto - senza mai dimenticare l'impressionante numero delle vittime di una parte e dell'altra (sfatando l'opinione diffusa che nel Settecento le battaglie fossero leggere rispetto a quelle che si sarebbero combattute nell'età napoleonica). L'autore segue da vicino le reazioni psicologiche ora depresse ora esaltate, le tattiche ora prudenti ora azzardate di Federico. «Le battaglie famose - chiosa l'autore - sono quelle che arrivano come un colpo di fulmine e improvvisamente cambiano la situazione, sorprendendo l'opinione pubblica».
   In questo contesto si parla dell'«ordine obliquo che affronta il nemico dove non se lo aspetta, manovrando in modo da portarsi rapidamente sul suo fianco e, a quel punto, attaccarlo così in fretta che l'esercito nemico non fa in tempo a cambiare formazione, sicché nella zona limitata in cui si viene a contatto Federico è in grado di ammassare forze superiori e di distruggere lo schieramento nemico un pezzo per volta». È così che si costruisce il mito di Federico che genera panico nei suoi stessi avversari. Ma non dimentichiamo un dato di fatto decisivo: l'esercito prussiano è il meglio organizzato, preparato e psicologicamente determinato rispetto ai suoi avversari. È l'esito di una situazione che Mirabeau aveva definito in modo caustico: «La Prussia non è uno Stato che possiede un esercito. Ma un esercito che possiede uno Stato». Va sottolineato però che esercito e Stato si identificano nella persona del re.
   Per concludere, è nel Settecento che vediamo nascere e svilupparsi la dinamica europea - con immediati risvolti mondiali - tra i tentativi di egemonia e l'equilibrio della nazioni. È in questa dinamica che si muove Federico e, un secolo dopo, si gioca il destino stesso della Germania con l'unificazione tedesca grazie all'azione di un altro grande politico che sapeva usare la forza militare, Otto von Bismarck. Ma quest'ultimo esercita di fatto una sorta di autocontrollo della potenza tedesca. Questo è il punto su cui significativamente si concentra la storiografia attuale, quasi a sottolineare con Bismarck la virtuale possibilità per la Germania di non seguire in modo deterministico la strada fatale che da Federico porta a Hitler. Perché si mancò quella possibilità è un discorso che ci porta molto lontano dalla diretta eredità del gran re di Prussia.

- Gian Enrico Rusconi - Pubblicato sulla Stampa del 15/7/2017 -


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