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Domande odiose #2 “Quando lo finisci?”

Da Anima Di Carta
Domande odiose #2 “Quando lo finisci?” Secondo post dedicato alle domande da non fare agli scrittori, o quantomeno da fare con cautela. Dopo l'immancabile Ma è autobiografico?, ho scelto una frase che non manca mai di tormentarmi: Quando lo finisci?, riferito al romanzo che mi trascino da mesi, anni, o magari che ho appena iniziato.
Bisogna ammettere che questa domanda contiene in sé una certa ambiguità, perché potrebbe essere interpretata come una manifestazione di interesse verso ciò che scriviamo. Qualche volta lo è. Qualche volta chi ce la pone non vede davvero l'ora di leggere il frutto delle nostre fatiche. Ma più spesso non è così, soprattutto quando la domanda viene accompagnata dall'insopportabile sorella: Ancora quello?
Ebbene, lo ammetto, non sono una campionessa di rapidità quando scrivo. Sono consapevole di trascinarmi romanzi per anni. E spesso mi accade di essere colta da manie distruttive e dall'impulso di riscrivere tutto daccapo. O da fisime perfezioniste, per cui una revisione può durare mesi e mesi. Ammetto anche che avere il fiato sul collo mi innervosisce e che sotto pressione non sono mai stata in grado di dare il meglio di me. Ciò non toglie che la domanda quando lo finisci? mi urta i nervi, mi fa sentire una vera lumaca.
E ciò accade soprattutto in tre casi.
  • Primo caso, a farla è qualcuno che non scrive, e che è convinto che i romanzi vengano portati dalla cicogna, o scritti dagli gnomi durante la notte. Ovvero qualcuno che non ha la minima idea della mole di lavoro che c'è dietro una storia.
  • Secondo caso, a rivolgerci la domanda è qualcuno che scrive, e dunque dovrebbe essere consapevole che un romanzo richiede molta pazienza, sia per creare la trama, che per rivedere il testo. Dovrebbe... perché in realtà lo scrittore che chiede quando lo finisci? è anche quello che sforna un libro ogni due mesi e che non rilegge mai. O che ha fatto un patto con gli gnomi, che gli lasciano il libro sul cuscino la mattina.
  • Terzo caso, lo scrittore in questione non ha la minima idea di cosa significhi essere ossessionati da una storia, non conosce i tormenti a cui ti sottopongono i personaggi, quando vengono a bussarti pure nei sogni per ricordarti che le loro vicende ancora non hanno una conclusione.

Da un paio di anni a questa parte, consapevole della mia lentezza, ho preso a impormi delle scadenze precise, e finora sta funzionando. Ma sono periodi molto lunghi, sto parlando di un anno per romanzo. Infatti, sono convinta che delle storie di ampio respiro (non racconti o romanzi brevi, quindi) abbiano bisogno di un arco lungo diversi mesi per poter lievitare nel modo giusto. E dunque la domanda quando lo finisci? diventa priva di senso.
Ma vedo che non tutti la pensano come me. Sulla spinta di autori famosi, si celebrano tempi rapidi (i tre mesi di King per intenderci) e nascono manuali per scrivere romanzi in dieci giorni. Così come alla fretta ci spingono le necessità di marketing e i guru del settore che invitano a sfornare continuamente testi per non perdere lettori o finire in fondo alle classifiche.
Certo è che le due domandine quando lo finisci? e ancora quello? possono avere la loro ragione se è una vita che ruminiamo lo stesso romanzo. Ma il rispetto per l'autore dove lo mettiamo?
E poi c'è la cuginetta di queste domande, ovvero quando lo pubblichi?, questione sollevata di solito da chi non sa nulla dei tempi biblici dell'editoria e crede che i buoni editori facciano a gara per averti nella loro scuderia.
Ebbene, a volte diventa difficile per chi scrive rispondere nel modo giusto a queste domande. Difficile far comprendere che una storia va coccolata, che la Musa a volte se ne va in vacanza e ti lascia con foglio bianco, che è più facile trovare l'anima gemella che un buon editore, che “a volte uno scrittore cerca la parola giusta per ore”, che a volte ha la meglio il senso di inadeguatezza, e che la quotidianità si mangia tutto il tempo per scrivere. Sempre poi che la scrittura di un romanzo non si trasformi in una tele di Penelope.
La verità è che scrivere un romanzo è un esercizio di volontà, una prova di resistenza, una maratona non una passeggiata. E farlo capire a chi non scrive non è cosa facile.
Però devo ammettere che quando mi dicono che non vedono l'ora di leggere il mio prossimo romanzo è una bella soddisfazione!
Ditemi, anche voi trovate così snervante questa domanda?

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