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Dopo alcuni anni, un pensiero sull’ostracismo dei testimoni di Geova

Da Ettoreschmitz74 @ettoreschmitz74

Dopo nove anni  di lontananza dal culto dei testimoni di Geova, ambiente religioso frequentato dalla mia famiglia ben prima che io nascessi, credo di avere col tempo maturato un diverso punto di vista sull’atteggiamento da tenere nei confronti dell’ostracismo che i testimoni dimostrano contro i loro ex adepti. Ricordo nei primi tempi di aver persino partecipato ad una manifestazione di protesta contro questa forma di ostilità. Chi vuole aderire a simili iniziative avrà sempre per me i suoi buoni motivi, tuttavia io mi concentrerei molto di più sulla crescita personale e su ciò che sono ora piuttosto che sul riscatto da un ipotetico maltrattamento, attuale o passato che sia.
Se i testimoni di Geova non gradiscono la compagnia dei loro ex compagni di fede, per me possono manifestare questo sentimento nel modo che più ritengono opportuno. In effetti si tratta di sentimento, non può essere oggetto di giudizio. E non posso costringere nessuno ad amarmi o accettarmi. Ciononostante conosco le loro motivazioni. Da qui ad accettarle, ne passa di acqua sotto i ponti. Innanzitutto si tratta di una regola che gli adepti si sentono spesso in obbligo di seguire. L’obbligo ha la motivazione di tenere unito il gruppo su varie posizioni estremistiche che semplicemente si frantumerebbero in molti soggetti tendenti al dissenso interno se venissero ad un contatto sociale con alcuni ex geovisti.
Quindi se non voglio combattere l’ostracismo e nemmeno accettarlo, quale sarebbe il miglior atteggiamento da dimostrare se non l’indifferenza?

Se incontro una persona per strada che mi conosce bene ma non mi vuole salutare, ben presto sarà come una persona che non ho mai conosciuto.

Ammettiamolo, ritrovarsi in giovane età completamente soli, impreparati all’ostilità di tante persone e senza saper affrontare il mondo che gestisce in un modo diverso le relazioni può essere davvero difficile, ed ho avuto testimonianza di varie persone che hanno avuto in tal senso per molto tempo seri problemi.

Ma bisogna reagire vivendo nel presente e facendo del dolore una esperienza da cui trarre un insegnamento. Sappiamo che ci sono due giorni in cui non si può vivere, ieri e domani. Se un pensiero ci turba accogliamolo, lasciamolo prima stare e poi a tempo debito andare via.

Liberiamo la mente dal rumore di fondo e scopriamo chi siamo veramente, una unica voce ed un solo pensiero, la nostra individuazione. Troviamo le nostre passioni, i nostri interessi…il nostro bene più prezioso è il tempo, troppo prezioso per impiegarlo cercando di cambiare il modo in cui altri impiegano il loro tempo, secondo una personale e legittima, anche se discutibile, scelta.


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