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Dopo Hong Kong, anche Taiwan turba i piani cinesi

Creato il 11 gennaio 2020 da Rosebudgiornalismo @RosebudGiornali
Dopo Hong Kong, anche Taiwan turba i piani cinesi di Michele Marsonet.

Non c'è solo Hong Kong a turbare i piani di Xi Jinping e dei dirigenti del Partito Comunista Cinese. Oggi infatti si vota a Taiwan, l'isola che la Repubblica Popolare considera a tutti gli effetti una propria provincia a dispetto dell'indipendenza reale di quella che, forse un po' pomposamente, si definisce "Repubblica di Cina".
Quando si parla del problema sembra di tornare agli anni '50 del secolo scorso. Si rammenterà che dopo la vittoria comunista del 1949 e la fondazione della Repubblica Popolare da parte di Mao Zedong, i nazionalisti di Chiang Kai-shek si rifugiarono sull'isola, situata a soli 180 km dalle coste cinesi, che al tempo veniva chiamata Formosa (nome datole dai colonizzatori portoghesi nel XVI secolo), oggi Taiwan.
L'area divenne uno dei maggiori punti di tensione durante la Guerra Fredda, e solo la protezione militare diretta degli Stati Uniti impedì a Mao di annetterla come provincia della Cina continentale. Il desiderio di annessione, tuttavia, non è mai venuto meno, e costituì uno slogan costante durante la Rivoluzione culturale.
Da allora tanta acqua è passata sotto i ponti. La Cina si è trasformata in una superpotenza globale in grado di sfidare apertamente gli Usa e di diventare la seconda economia mondiale, espandendo la sua influenza - soprattutto economica, ma non solo - in ogni angolo del globo. Ma pure Taiwan ha avuto i suoi successi. Nonostante le ridotte dimensioni, è diventata una delle "tigri asiatiche", conoscendo anch'essa un impetuoso sviluppo economico.
Sull'isola si fronteggiano due fazioni. Il Kuomintang, partito di Chiang Kai-shek un tempo indipendentista, è ora diventato fautore del riavvicinamento alla Repubblica Popolare. E' invece nettamente anti-cinese il partito dell'attuale presidente (dal 2016) Tsai Ing-wen, prima donna a ricoprire tale incarico. La signora Tsai e il leader del Kuomintang, Han Kuo-yu, non si sono risparmiati, accusandosi a vicenda di voler svendere l'indipendenza del Paese.
Naturalmente c'era il convitato di pietra, vale a dire Pechino. Xi Jinping si è molto intromesso nella campagna elettorale - forse esagerando - e la lasciato chiaramente capire che l'eventuale vittoria di Tsai Ing-wen verrebbe considerata dalla Repubblica Popolare un vero e proprio atto di guerra, ventilando pure la possibilità di un'invasione.
Com'era lecito attendersi questo atteggiamento ha molto favorito Tsai e il suo partito indipendentista, ora in vantaggio nei sondaggi elettorali. Si rammenti, tra l'altro, che Pechino ha sempre minacciato l'annessione forzata dell'isola senza mai dar seguito alla minaccia. Anche perché a Washington nessuno prende in considerazione la possibilità di accettare l'annessione.
Tuttavia il quadro internazionale è in costante mutamento, e gli americani sembrano meno inclini di un tempo a difendere militarmente gli Stati alleati. E va pure menzionata l'ipocrisia di numerosi Paesi, Stati Uniti inclusi. Pur intrattenendo solidi legami economici e commerciali con Taiwan, quasi tutti hanno chiuso l'ambasciata a Taipei, e solo 15 hanno mantenuto rapporti diplomatici ufficiali con la Repubblica di Cina.
Ovviamente questo si deve alle pressioni di Pechino. Mette però conto osservare che qui come altrove l'ombra di Hong Kong è ben percepibile. Tanti taiwanesi temono di finire "prigionieri" di Pechino come accade agli abitanti della ex colonia britannica, e Tsai Ing wen ha sfruttato abilmente la situazione ribadendo in ogni occasione che mai Taiwan accetterà la formula "Un Paese, due sistemi" che a Hong Kong non ha funzionato.
La situazione è dunque assai complicata, anche per il fatto che le economie di Taiwan e della Repubblica Popolare sono ormai diventate interdipendenti. Dal canto suo Xi Jinping ha dichiarato di considerare "regionali" le elezioni di Taiwan, giudicando l'isola - pur indipendente - alla stregua di semplice provincia solo provvisoriamente separata. E' chiaro che la (probabile) vittoria dell'indipendentista Tsai porrebbe a Pechino ulteriori problemi, in aggiunta a quelli di Hong Kong. Si tratta quindi di un altro banco di prova per le ambizioni globali cinesi.


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