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Due parole sul cotone…

Creato il 07 marzo 2018 da Morgatta @morgatta

Due parole sul cotone…

In quanti guardano le etichette degli abiti che comprano? Probabilmente una percentuale molto bassa, magari qualche mamma mentre cerca di capire come si lava quella felpa che sta acquistando per la figlia o qualche persona particolarmente attenta. Ci sta, anche io in gioventù penso di non aver mai prestato attenzione all’argomento, poi mentre studiavo Merceologia Tessile andavo a fare gli esperimenti nei negozi provando ad indovinare di quali fibre era composto il capo; da allora, un po’ per deformazione professionale un po’ per reale interesse di cosa mi metto addosso, ci butto sempre un occhio. E secondo me dovreste buttarcelo pure voi, così, giusto per curiosità. Dopotutto ci siamo evoluti tantissimo sulla scelta del cibo e paranoie varie sugli ingredienti che li compongono perché è importante sapere cosa introduciamo nel nostro corpo, e non ce ne frega una mazza di quello che ci mettiamo a contatto con la pelle, che è il primo organo per estensione che possediamo?!? Dai, almeno facciamo finta di interessarci un attimo, giusto per assimilare le informazioni basiche e fare scelte almeno ponderate, come quelle di comprare solo biscotti senza olio di palma… ;P Anche se, ve lo dico, alla fine dell’articolo avrete ancora più dubbi e perplessità, proprio come ce li ho (scrivere, in questo caso, serve anche a me per ragionare a voce alta)!

Le fibre tessili

Più o meno la situazione è messa così…

Due parole sul cotone…

…tra tutte le fibre presenti quelle attualmente più utilizzate sono il cotone ed il poliestere. Ed è proprio sul primo che volevo riflettere oggi. Si pensa sempre che la scelta di acquistare capi di cotone sia quella più sostenibile “Eh, è un tessuto naturale“. Eppure il cotone ha le sue magagne.

Due parole sul cotone…
Due parole sul cotone…
Due parole sul cotone…

cotone, cotone riciclato o cotone bio?!?

I primi a fare amicizia con il fiocco batuffoloso di cotone sono stati Inca e Atzechi in Sud America, si pensa addirittura 7000 anni fa, ma l’uso di massa del cotone si è diffuso solo dopo la rivoluzione industriale; fino ad allora era ritenuto un tessuto pregiato e riservato alle classi più agiate (veniva chiamato oro bianco). Con il tempo tutto è degenerato, la domanda di cotone è aumentata in maniera esponenziale provocando non pochi danni all’ambiente e alle persone. Crescere quelle coreografiche piantagioni di cotone che ci ricordano tanto “Via col Vento” comporta diversi problemi, primo che dove c’è cotone c’è solo cotone (monocolture vs biodiversità), secondo che dove c’è cotone ci sono anche tanti simpatici animaletti che usano il fiocco come nido e come cibo, rendendolo inutilizzabile. Per evitare tutto ciò…pesticidi! Non pochi, tanti: l’industria del cotone usa circa il 10% dei pesticidi mondiali e il 22% di insetticidi…il tutto in un 3% di terre coltivate. Praticamente una discreta quantità di sostanze tossiche che finiscono nell’aria, nella terra e anche nei polmoni di chi questi campi li lavora. Dopo il Sud America, l’India è diventata la produttrice di 1/3 del cotone utilizzato nel mondo (si fibre che semi), non senza problemi (vi risparmio la storia sui contadini che si suicidano per estinguere i debiti, ma la potete leggere da queste parti). E non dimentichiamo l’acqua…

Due parole sul cotone…
Lago d’Aral praticamente prosciugato 

…per le coltivazioni di cotone se ne usa parecchia, così come per trasformare la fibra in filato e anche per le successive lavorazioni. Per produrre una sola t-shirt ci vogliono circa 2700 litri di acqua (sì, quella t-shirt che indossi due volte e poi la butti perché non è più di moda), per un solo paio di jeans più o meno 9500 litri, quelli che normalmente una persona senza problemi di ritenzione idrica beve in 10 anni. “Evabbè, finché piove c’è acqua”! No, le cose non stanno precisamente così: pare che tra cambi climatici, aumento della popolazione e inquinamento dei corsi d’acqua esistenti, l’acqua non sia una risorsa infinita; da qui l’esigenza sempre più forte di non sprecarla a caso!!! Insomma, la massiccia richiesta di cotone ha trasformato questa fibra naturale, alternativa “verde” al poliestere, in un vero e proprio danno per il Pianeta.

Due parole sul cotone…

Quindi arriva il cotone BIO, ovvero proveniente da semi non OGM e coltivato senza l’uso di prodotti chimici, il che fa sì che altre piante complementari e animaletti possano vivere in pace sullo stesso terreno, arricchendolo. Indubbiamente meno impattante rispetto al cotone coltivato in maniera tradizionale, utilizza però la stessa quantità di acqua, facendo permanere il problema idrico ed in più, a parità di raccolto, il bio necessita di una quantità di terra coltivabile decisamente maggiore. Nonostante si stia inserendo piano piano nel mondo del fashion, rappresenta comunque una percentuale molto bassa della produzione (e della richiesta). Per garantire che i tessuti BIO siano veramente BIO e non una truffa ai danni del consumatore animato da buone intenzioni, è nata la certificazione GOTS (Global Organic Textile Standard)  sviluppata da organizzazioni internazionali leader nell’agricoltura biologica per garantire al consumatore che i prodotti tessili biologici siano ottenuti nel rispetto di criteri ambientali e sociali applicati a tutta la produzione, dalla raccolta in campo delle fibre naturali alle successive fasi manifatturiere, fino all’etichettatura del prodotto finito. (sulle certificazioni e sulla loro effettiva validità mi sto ancora documentando, perché il panorama è oscuro e pieno di gabole).

Due parole sul cotone…

La ricerca, poi,  sta battendo sempre di più la via del riciclo, cercando trasformare i capi in cotone nuovamente in un filato pronto ad essere riutilizzato. La cosa non è semplice, per creare un nuovo capo di abbigliamento da vecchi vestiti questi devono prima essere tagliati e trasformati in materia prima; questo processo di sminuzzamento tende ad abbassare la qualità del cotone perché accorcia la lunghezza della fibra; per questo ci sono aziende che stanno cercando di mescolare il cotone riciclato con altri materiali, in modo da ottenere un filato ed un tessuto di qualità più durevole. E’ il caso della Lenzing, che ha combinato Tencel (una fibra ottenuta dalla cellulosa dell’albero di Eucalipto) con il cotone. Vedremo cosa ne uscirà…;)

Quindi? Quindi la differenza la fa sempre il buon senso: che sia organico, bio o riciclato FALLO DURARE! Che se si comprano le cose per indossarle una stagione per poi buttarla, non c’è assolutamente nessuna differenza!


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