Durian: il vero frutto proibito, ovvero la misura della libertà - Kuala Lumpur, Malesia

Creato il 03 dicembre 2012 da Pulfabio
Cosa c'entra il durian, un frutto tropicale, con la libertà? Forse nulla, forse molto.
Il durian. L'avevo assaggiato anni fa, appena arrivato nel Sud Est Asiatico. Dev'essere stato a Singapore: a Bugis Junction infatti, dove alloggiavo, non appena arrivava la stagione della raccolta la zona si riempiva di bancarelle. Pur non facendomi schifo, come invece alla maggior parte degli occidentali, non mi aveva entusiasmato, anche se non saprei spiegare il perché. Nemmeno la sua presunta, terribile puzza mi aveva colpito. E pensare che proprio a Singapore, a causa del cattivo odore che emanano, i durian sono proibiti negli hotel, nella metropolitana e in altri luoghi pubblici, con tanto di cartelli di divieto illustrati. Ma a Singapore è persino vietato importare gomme americane, figuriamoci mangiare frutta puzzolente in ambienti chiusi. In Asia mi è capitato di annusare cibo ben più maleodorante del durian. Certe varietà di chou doufu (tofu puzzolente) in Cina e a Taiwan mi hanno costretto a tapparmi il naso quando mi trovavo a cinquanta metri o più dal ristorante-sorgente. Un'intensità simile a quella del fetore che ormai più di vent'anni orsono, in un paesino dell'Appennino Lucano, saliva dalla scarpata su cui putresceva la carcassa di una vacca ed entrava dalla finestra rotta impregnando l'aria della stanza, tenendo me e mio fratello svegli tutta la notte, a cercare topi morti sotto il letto e controllare i conati di vomito mentre non smettevamo di ridere increduli. Il durian puzza vagamente di gas da cucina, ma non si tratta di un odore insopportabile.
In questi giorni, di sera, Bricksfield si riempie di camioncini-bancarella che vengono a vendere questo frutto. Gli asiatici ne vanno pazzi e i commercianti fanno affari d'oro. Vedi gente che ne consuma a ogni angolo, un po' come da noi si fa(ceva) in estate con l'anguria. 
Tornando in albergo dopo cena passo davanti a un furgoncino e butto l'occhio incuriosito. Un minuto dopo quasi mi fermo quando ne vedo un altro. Tuttavia resisto: il ricordo di quella prima, lontana esperienza mi trattiene. Eppure sono tentato: su molte faccende asiatiche ho cambiato idea nel corso degli anni. A pochi metri dall'albergo c'è un'altra bancarella, uno dei ragazzini nota la mia curiosità e mi sorride. Un sorriso vagamente timido, irresistibile, un sorriso accalappiacani, e io stasera mi sento un po' randagio. Me ne faccio dare uno piccolo e lo porto di nascosto in camera (Kuala Lumpur non è Singapore, ma non si sa mai). Squarcio la corazza con le mani nude facendo attenzione ai pungiglioni, utilizzando il sacchetto per proteggermi, poi afferro la polpa viscida e farinosa che mi si spappola tra le dita. Me la schiaccio in bocca impiastricciandomi labbra, mento e barba. Cazzo, che buono! Dolce ma non troppo, giallo-sole, cremoso, vellutato...hmmm cosa mi sono perso per quasi un decennio! Pensare che me ne aveva offerti tre a un prezzo scontato...domani non si sbaglia, si fa scorta!
Il sacchetto con l'involucro e i semi sporchi lo getto nel cestino del pianerottolo. Rientro in camera e annuso con attenzione. Forse è rimasto un leggero odorino, ma è quasi impercettibile.
Il giorno dopo, come promesso, ne compro tre. Appena metto piede in ascensore una guardia notturna mi chiede se dentro il sacco ci sono dei durian. Rispondo di sì e quello mi vieta di portarli in stanza, causa puzza. Da un albergo in Malesia - un paese meno ossessionato dai regolamenti della vicina Singapore - non me l'aspettavo. La guardia mi fa anche notare che c'è un cartello all'entrata, il durian barrato che avevo visto spesso nella città stato. E questo è forse l'aspetto della faccenda che più mi ha deluso. Questa dannata tendenza a vietare, regolamentare, canalizzare, controllare, a imbrigliare sempre più saldamentegli istinti dell'individuo mano a mano che le società si sviluppano.
Forse è il prezzo da pagare per l'avanzamento economico, tecnologico e sociale (?) che paesi come questi perseguono. E forse sono io che sbaglio. Magari hanno ragione loro: se tutti portassero durian in albergo e in metropolitana il fetore sarebbe insopportabile. Ma io non sono un anarchico, mi oppongo semplicemente agli eccessi. Questa storia dei durian può non c'entrare nulla, eppure accostata ad altri indizi che ho raccolto alimenta la mia impressione che il differenziale di libertà, spensieratezza e spontaneità tra Malesia e Singapore si stia assottigliando. Ed è uno spostamento che purtroppo avviene verso il basso. Lo ammetto, non sono un asso negli affari e anche di pianificazione ci capisco poco, ma sulla libertà un paio di cose le so: c'è chila usa come moneta per comprarsi il benessere. Io, quando possibile, faccio esattamente il contrario. 
Comunque vedremo: magari all'aeroporto di Kuala Lumpur non vi sequestreranno mai il pacchetto di gomme che vi portate appresso, ma se fra qualche anno la città si sarà riempita di assurdi cartelli di divieto non vi stupite troppo. Io, statene certi, non lo farò.
PS In italiano il durian viene anche chiamato durio o durione. Mi sembrano termini ridicoli e visto che in Italia praticamente non esiste ho preferito utilizzare la versione internazionale del nome, valida comunque anche nella nostra lingua.

Il segnale di divieto nell'ascensore dell'albergo.


Il segnale di divieto all'entrata dell'albergo


Segnali di divieto all'entrata della LRT (metropolitana) di Kuala Lumpur...niente discriminazione per tipi di frutta qui


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