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È ancora Natale (bonus track)

Creato il 23 dicembre 2017 da Annalife @Annalisa
È ancora Natale (bonus track)Presepe in attesa

All’estero, Guglielmo, detto Mino, non ci era mai stato. Ora che c’era, scopriva che, in un posto così, non ci voleva stare nemmeno dipinto.
Ma si sa come vanno certe cose: sono sempre i grandi che comandano. Così, due giorni prima, erano partiti, tutti e tre. Gli avevano lasciato finire il trimestre. Per non turbarlo, avevano detto mamma e papà. Delicatissimi. Poi lo avevano portato in quella città fuori dal mondo, così gelata che solo a vederla gli si era ghiacciato il cervello. “Magari, quest’anno, avrai il Natale con la neve.” aveva sorriso la mamma. “Non volevi il Natale con la neve?”
Troppa grazia, mamma.
E comunque, era tardi, ed era tutto sbagliato.
Quasi tutto.
La casa, per esempio, era grande e bella; un po’ strana, così foderata di legno chiaro invece di quei muri intonacati cui era abituato. Anche la sua camera non era male, con un computer tutto per lui, per la prima volta in vita sua, e un divanetto proprio sotto la finestra. Ci stava comodo, inginocchiato sul divano, appoggiato al davanzale; poteva guardare fuori, anche se ormai, alle quattro del pomeriggio, c’era già così buio che non si vedeva quasi niente. Talmente niente che uno poteva immaginarsi quello che voleva.
Forse era per questo che gli erano venuti in mente i vecchi Natali. A un certo punto, gli era sembrato di essere in quella storia che la prof di italiano aveva fatto leggere in classe una settimana prima della sua partenza. Anzi, quasi quasi si aspettava di veder saltar fuori un fantasma che lo riportasse indietro nel tempo.
Non si sarebbe spaventato. Magari avrebbe chiesto al fantasma di lasciarlo là, nei suoi Natali passati. Sarebbe andato proprio bene, per lui.
Siccome il fantasma, però, lì in camera non si faceva vedere, si era appoggiato al vetro, aveva messo i palmi a ripararsi dalla luce e aveva guardato attentamente. Ma nel buio, lì fuori, non c’era proprio niente. Allora, aveva chiuso gli occhi e aveva cominciato a veder muovere davanti al naso le figurine del presepio della nonna, e quelle della mamma.
Gli era venuta la nostalgia, ma una nostalgia così forte che non l’aveva mai provata prima.
Da quando si ricordava, il Natale in casa sua cominciava subito dopo Santa Lucia. Santa Lucia portava i doni, e la casa era invasa dai nuovi giochi, e dalle carte delle paste, dai gusci di noci e nocciole, e dal profumo dei mandarini. Poi, dopo due o tre giorni, le paste finivano, le noci le usava la mamma per fare l’arrosto, i giochi diventavano quasi vecchi, trovavano il loro posto qui o là, e allora si poteva cominciare a pensare al Natale.
Per prima cosa, toglievano tutte le foto dal mobile basso. Ce n’erano un sacco, di Mino da piccolo, da grande, da medio, da solo o con gli altri cugini, con i nonni quella volta in montagna, con la mamma e con il papà. Tante, insomma. Sparivano tutte. Senza foto, il mobile diventava un piano lungo e deliziosamente vuoto, così vuoto che uno poteva incominciare a immaginarsi quello che voleva. Mino prendeva dei libri, uno basso e largo, come base, e poi via via sempre più piccoli, e li impilava uno sull’altro, là in fondo, a destra: sarebbe stata la montagna. Poi il papà portava su dalla cantina due o tre scatoloni, sempre quelli, un po’ malandati, ormai, ma li tenevano insieme con lo scotch grande, quello marrone, facevano parte della tradizione, diceva la mamma, meglio non cambiarli, finché resistevano.
Dal primo scatolone si tiravano fuori i due fondali: uno era vecchissimo, del nonno; l’altro lo aveva comprato la mamma prima che Mino nascesse e ormai sembrava abbastanza vecchio anche lui. Erano diversi, ma se si stava attenti, li si poteva mettere vicini e quasi nemmeno si vedeva, che fossero due. Poi la terra: dei fogli di carta leggera, colorata di marrone chiaro, marrone scuro, beige, di nuovo marrone e così via, per sembrare la più vera possibile, anche se poi, alla fine, non la si vedeva quasi per niente, coperta come sarebbe stata di muschio e sassi. La carta marrone serviva a coprire bene i libri, e adesso c’era proprio una montagna, là in fondo a destra. E poi il muschio: il papà diceva che la mamma era matta, a tenere il muschio dell’anno prima, ma lei ogni volta recuperava tutte le zolle che poteva, ormai secche, e le metteva via. E l’anno dopo, voilà, le tirava fuori e cominciavano tutti a coprire il mobile con il muschio secco. Di solito, però, lui andava dal fiorista a prendere un po’ di muschio verde, umido, e sistemavano anche quello.
Nel secondo scatolone c’era la capanna: fuori anche lei, la mettevano a sinistra, sotto la stella cometa che era disegnata sul fondale del nonno, perché una stella cometa vera, in carne e ossa, e così come la immaginavano loro, non l’avevano mai trovata, e si accontentavano.
Poi aprivano l’ultimo scatolone e Mino guardava per un momento tutti quei pacchettini bislunghi, avvolti in carta di giornale. Ne prendeva uno e cercava di indovinare chi ci fosse lì dentro: il pastore con il gilet di pelliccia e il cappello azzurro? O la lavandaia che strizzava i panni e intanto guardava per aria, alla cometa?
La carta di giornale, strappata in strisce sottili, si svolgeva a poco a poco; si leggevano, tagliuzzate dagli strappi, notizie dell’anno prima, di due, tre, cinque anni prima. La mamma riciclava anche le carte dei giornali, quando metteva via le statuine. Il papà scuoteva la testa e diceva che la mamma doveva fare il robivecchi, che l’aveva nel sangue, ma intanto le statuine saltavano fuori a una a una, e andavano a prendere il loro posto. Sempre lo stesso.

È ancora Natale (bonus track)Il signore dal cappello blu

La sua preferita era quella di un signore, con il cappello blu e i pantaloni grigio scuro. Aveva un braccio lungo un fianco, e l’altro piegato, a tenere il cappello poggiato basso, in segno di rispetto. Aveva capelli nerissimi, e baffi e barba, e il viso che guardava ben dritto nella capanna. Il suo posto era proprio là davanti, in attesa, con un grande asino al fianco. L’asino era suo, lo si capiva subito, perché se ne stava tranquillo e fermo, molto vicino, anche lui in attesa, perché tanto, dentro la capanna, di asini ce n’era già uno, tutto accucciato dietro le spalle di Giuseppe e Maria.
E poi…
E poi basta, pensò. E poi era arrivato il nuovo lavoro del papà, così importante che non si poteva dire di no, e così lontano che papà si era portato dietro tutta la famiglia.
Tolse la fronte dal vetro e la toccò piano. Gelata, come il suo cuore.
Peccato che una frase così non gli fosse mai venuta in mente prima. La prof. di italiano sarebbe stata contenta di tutto quel melodramma e, una volta tanto, gli avrebbe dato almeno un sette, nel tema.
Si girò a guardare la coperta colorata stesa sul letto, gli scaffali pieni di libri e di giornalini, i suoi avevano pensato a tutto. L’avevano persino già iscritto alla nuova scuola, e gli avevano fatto conoscere due tizi che sarebbero stati in classe con lui, per cominciare a fare amicizia. Non aveva nemmeno capito i loro nomi, figuriamoci fare amicizia.
Va da sé che quei due parlavano solo la loro lingua strana e poi l’inglese, ma il papà gli aveva subito detto:
“Imparerai anche tu benissimo l’inglese, vedrai, lo sai già, ti ci vorrà poco per migliorare”.
Fantastico, aveva pensato. Potevano portarlo al Polo nord, magari lo avrebbe imparato ancora meglio.
Però questo non lo aveva detto, non era aria, perché mamma e papà, con tutti i loro sorrisi e le loro esclamazioni, lì non ci stavano troppo bene neppure loro. Secondo Mino, anche loro avrebbero preferito starsene di nuovo nella vecchia casa, con la neve o senza neve, con i nonni vicino, e con il solito, benedetto Natale.
Chissà se in quel posto lo festeggiavano, il Natale. Magari erano dei miscredenti, magari a loro non importava niente di pastori e stella cometa e compagnia bella, e di sicuro i Re Magi a quelle temperature polari non erano mai arrivati. Sarebbero morti dal freddo, loro e il cammello e l’elefante.
Niente Natale, quell’anno, si disse Mino.
Roba da matti, fu il suo ultimo pensiero prima di addormentarsi.

Il giorno dopo, scese per la colazione e in cucina si trovò di fronte la mamma con un sorriso da qui a là, e chissà che cosa c’era da ridere, pensò lui, guardando fuori dalla finestra e vedendo un cielo che, invece di azzurro, era grigio, e triste. Appena seduto, la mamma gli mise davanti una scatola piuttosto grande, piena di francobolli e ben legata con della corda. Veniva dall’Italia, questo lo capì subito, e cominciò ad aprirla.
Quando l’ebbe aperta, vide solo dei trucioli, di legno, di carta; li spostò, e ci trovò dell’altra carta, ma quando ne prese in mano un pezzetto, si srotolò ed eccolo lì, il suo pastore, con la giacca marrone e i pantaloni grigi, e vicino a lui un altro pacchettino e si accorse subito che dentro c’era l’asino, e vicino la culla di Gesù Bambino, ancora vuota, ché bisognava riempirla solo a mezzanotte di Natale, e poi la lavandaia, e lo zampognaro, e due pecore, il cane pastore, uno dei Re Magi, un’altra pecora, il pastore vecchio, inginocchiato e senza una mano, l’angelo con la scritta “Gloria in excelsis deo”

È ancora Natale (bonus track)
Chi dorme e chi lava

e il pastore addormentato, che si sveglia sempre troppo tardi, gli altri due Magi con il loro cammello, la pecora che si gira indietro a guardare se arriva il pastore, e il pastore con un coniglio in spalla che guarda la cometa con la mano sulla fronte, a ripararsi gli occhi perché forse la luce è troppo forte, e…
E tutto il resto. Persino le ochette che aveva fatto lui col Das quando era all’asilo.
Mino, adesso, si sentiva sulla faccia lo stesso sorriso della mamma, ma non disse niente. Si alzò e andò di là, a cercare il posto adatto, e qualche libro per fare la montagna. Magari non sarebbe stata bella e grande e bianca come quelle che si vedevano lì intorno, ma sarebbe stata ugualmente una montagna perfetta.
Non si girò nemmeno, quando sentì suonare il campanello di casa, ma sentì la mamma che lo chiamava. Subito dopo, entrarono in sala Chris e Hans, si ricordò i nomi di colpo, chissà perché, e gli misero in mano due scatole piene fino all’orlo di un muschio strano, morbidissimo, scuro e profumato, altro che il muschio secco della mamma. Gli dissero anche qualcosa, ma lui vide solo i loro sorrisi, e rispose soltanto:
“Tanchiù”, proprio così, che se lo avesse sentito la professoressa Spingardi si sarebbe messa le mani nei capelli e avrebbe ricominciato a sputacchiare per insegnargli la giusta pronuncia, ma non importava. Prima di tutto perché la professoressa Spingardi era a un bel tot di chilometri da lì e non lo poteva sentire; secondariamente perché Chris e Hans parevano aver capito benissimo, e sorridevano ancora e allungavano delle occhiate curiose alle statuine appoggiate sul tavolo.
Così Mino cominciò a prenderle una a una, ad alzarle e a spiegare:
“Tis-is-mai-…” e poi si fermò. Come si diceva ‘pastore’ in inglese?
“Shepherd?” fece Hans puntando il dito verso la statuina.
“Oh, ies, tanchiù” rispose Mino, e rise.
Rise anche Hans, e Chris, sorridendo, disse: “Merry Christmas, Mino”.
Mino pensò che forse non erano dei miscredenti, e un giorno sarebbe tornato dai nonni, e nella sua scuola, e avrebbe parlato così bene l’inglese che alla Spingardi le sarebbe venuto un colpo, a sentirlo. Pensò che, forse, per un po’ lì ci poteva anche stare.
E che per questa volta il Natale sarebbe arrivato ancora.

(e tanti auguri a chi è arrivato fin qui a leggere)



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