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È battaglia per ottenere l’alternanza di genere in un Paese con ancora forti discriminazioni

Creato il 08 marzo 2014 da Molipier @pier78

È battaglia per ottenere l’alternanza di genere in un Paese con ancora forti discriminazioni

Scritto da: Ivan Lagrosa 8 marzo 2014 in Attualità, News, Politica, Società Inserisci un commento

Nel giorno che le celebra, le donne presenti in Parlamento – elmetto sulla testa e coltello tra i denti – si apprestano a dare battaglia per introdurre l’alternanza di genere nella legge elettorale che lunedì dovrebbe finalmente essere votata alla Camera.

Allo stato attuale, la legge, il cosiddetto Italicum, prevede che le liste dei candidati, al massimo di sei nomi, debbano essere composte per il 50% da donne. Il problema sta nel fatto che non è previsto alcun vincolo di posizione: non essendoci quindi l’obbligo di alternare un genere con l’altro, le donne potrebbero occupare le ultime posizioni delle liste. E questo è un problema. Per ogni lista infatti, verranno ragionevolmente eletti un massimo di tre canditati, i primi tre. Se le donne non verranno quindi inserite nelle prime posizioni ma verranno relegate al quinto o al sesto posto della lista, è molto probabile che esse non entreranno mai in Parlamento.

Ecco quindi che novanta donne presenti in Parlamento e appartenenti a gruppi politici diversi hanno preso carta e penna e hanno scritto ai leader dei principali partiti per chiedere loro di introdurre l’alternanza di genere: “non è possibile varare una nuova legge senza prevedere regole cogenti per promuovere la presenza femminile nelle istituzioni e per dare piena attuazione all’articolo 3 e all’articolo 51 della Costituzione. Per questo abbiamo sottoscritto in maniera trasversale alcuni emendamenti (quelli per l’alternanza di genere ndr). La nostra convinzione è che l’intesa politica raggiunta possa guadagnare in credibilità e forza da una norma capace di collocare il nostro paese tra le migliori esperienze europee”.

Nel Partito Democratico la maggioranza è, almeno apparentemente, d’accordo nel votare questo emendamento. Rosy Bindi sostiene addirittura che nel caso non venisse introdotta l’alternanza di genere, lei non voterà la legge e con lei la metà del partito. La responsabile Giustizia del Pd, Alessia Morani, sostiene che “la partita è aperta” ma che “ogni modifica deve essere frutto di un accordo tra le parti contraenti”.

Ecco, le parti contraenti: i problemi nascono proprio da Forza Italia. Se da una parte ci sono accanite sostenitrici dell’alternanza di genere – vedi Maria Carfagna o Stefania Prestigiacono – dall’altra ci sono esponenti del partito in totale disaccordo su questo punto. Daniela Santanché, per esempio, ha affermato: “Lo sappiamo tutte, ma dobbiamo avere il coraggio di ammetterlo: nei partiti le liste elettorali vengono decise e predisposte dagli uomini. E la stessa regola vale per le donne che nei governi fanno i ministri: sono sempre scelte da uomini. Care amiche, dunque, fermatevi sull’emendamento che introdurrebbe una sorta di quote rosa. Io non voglio più portare altre donne in pasto agli uomini. Ne hanno già troppe da consumare”.

Anche Renato Brunetta si dice sfavorevole all’introduzione di questo meccanismo per garantire l’effettiva parità di genere.

Il punto è che l’alternanza di genere è necessaria ma non  sufficiente. Finché non cambia la mentalità tutta italiana per cui le donne in politica sono semplici “oggetto da arredamento”; finché non si accetta il fatto che una bella ragazza possa fare la politica e non solo la velina o, viceversa, finché non la si smette di pensare che se una ragazza è bella e fa politica, lo fa solo grazie alla sua bellezza, non risolveremo niente.

A questo proposito, l’imitazione che Virginia Raffaele ha fatto della ministra Maria Elena Boschi è, seppur molto divertente, esplicativa del pensiero unico dominante della maggior parte degli italiani: fa politica solo in ragione della sua bellezza.

Questo è un ragionamento che, oltre ad offendere prima di tutto chi lo sostiene, mette in luce la profonda arretratezza culturale nella quale viviamo.

E non vale solo per le donne. Si sono sentiti illustri ignoranti sostenere che, ora che Ivan Scalfarotto (Pd) è stato nominato sottosegretario al Ministero delle Riforme, deve dimostrare di non essere stato nominato solo perché gay.

In sostanza le donne devono dimostrare di non essere in politica solo perché belle e gli omosessuali devono dimostrare di non essere in politica solo grazie al loro orientamento sessuale. Gli uomini invece partono dal presupposto di essere in politica per le loro indiscusse capacità. Capacità che, visti i risultati, devono essere (tanto) nascoste.

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