Magazine Cinema

E il western non fu più lo stesso

Creato il 05 novembre 2019 da Gaetano63

E il western non fu più lo stessoLa storia del film «Il Mucchio Selvaggio» nel libro di William Kim Stratton
di Gaetano ValliniIl 16 marzo 1968 i soldati statunitensi della Ventitreesima divisione fanteria scrissero una delle pagine più orribili della guerra del Vietnam: il massacro di Mŷ Lai. I militari distrussero un villaggio che si riteneva avesse dato rifugio aiviet cong, brutalizzarono e uccisero la popolazione inerme, mutilandone anche i cadaveri. Le vittime furono tra 350 e 500. Nel frattempo in Messico, a migliaia di chilometri di distanza, Sam Peckinpah stava girando «un film che avrebbe mostrato la violenza insita nell’animo umano e un livello mai raggiunto in precedenza da nessuna altra opera cinematografica, trattando nel contempo diversi altri argomenti di estrema importanza. Si chiamava Il Mucchio Selvaggio».Inizia con questo parallelo, che già anticipa una delle chiavi di lettura, il libro che, a cinquant’anni dall’uscita, William Kim Stratton ha dedicato a quello che da molti è considerato il più grande film western della storia e uno dei capolavori assoluti di tutti i tempi.Il Mucchio Selvaggio. Sam Peckinpah, una rivoluzione a Hollywood e la storia di un film leggendario(Roma, Jimenez, 2019, pagine 446, euro 18) ripercorre la straordinaria vicenda di quest’opera, raccontandola con dovizia di particolari, testimonianze e aneddoti. Non solo. Documenta per la prima volta anche il contributo dato dagli attori e dai tecnici messicani alla sua realizzazione e al suo successo. Un successo non scontato per una pellicola che, nata dall’idea di uno stuntman e diretta da un regista piuttosto scomodo per gli studios, sembrava maledetto, ma che grazie a una sceneggiatura spiazzante, firmata dal regista e da Walon Green, riscrisse i canoni del cinema western, diventando fin da subito un riferimento per il genere. La storia di una banda di fuorilegge ormai in disarmo, ambientata nel 1913 tra Texas e Messico durante la rivoluzione di Pancho Villa, divenne infatti l’occasione per smontare l’epica del cinema western americano. Il mito della frontiera, con la sua visione edulcorata e parziale della storia, i suoi temerari pionieri e cowboy alla ricerca della fertile terra promessa, intrepidi soldati alle prese con i pellerossa, impavidi sceriffi sulle tracce di pericolosi banditi lungo «sentieri selvaggi», per citare il più classico tra i capolavori, era giunto al capolinea. Stava cambiando il mondo. L’America stava cambiando. Il Mucchio Selvaggio giungeva in un momento in cui la violenza più insensata sembrava segnare tanto lo scenario internazionale quanto quello di casa. La lunga camminata dei quattro banditi all’interno del forte, preludio alla carneficina finale, oltre a essere un pezzo di grandissimo cinema, divenne la pietra tombale sulla classica epopea del West. Particolarmente interessante è il costante parallelo che l’autore del volume fa tra il minuzioso racconto della realizzazione del film e ciò che accadeva nel paese e nel resto del mondo. La pellicola, scrive al riguardo Stratton, non sarebbe stata girata se alcune circostanze non si fossero concatenate in ordine particolare. «Era il prodotto — spiega — di una nazione lacerata da divisioni interne di una portata tale che non si verificava dai tempi della Guerra civile, una nazione che stava sacrificando migliaia di giovani in una guerra nel sud-est asiatico, una nazione nella quale conflitti razziali covati da decenni stavano esplodendo in feroci episodi di violenza nelle sue città e cittadine, una nazione paralizzata da assassini politici, una nazione in cui gli esponenti di una giovane generazione stavano rifiutando totalmente i valori difesidai loro genitori».

E il western non fu più lo stesso

Sam Peckimpah durante le riprese del film

Non solo. Stava cambiando anche il mondo del cinema. Il Mucchio Selvaggioera quindi il prodotto, per molti aspetti eretico, di un’industria cinematografica in grande fermento. Il sistema delle grandi case di produzione stava evidenziando tutti i suoi limiti, mentre una schiera di giovani registi mostravano la possibilità di poter fare un cinema diverso, ispirato anche a film stranieri, senza però dimenticare la tradizione. Ed effettivamente Peckinpah a quella tradizione si riagganciò, scardinandone però le basi. A cominciare dalla scelta di girare in Messico, nazione che amava con indulgente romanticismo, visto quanto vi accadeva, in contrapposizione agli snaturati States, e un gran numero di attori e comparse messicane come mai si era visto in una produzione hollywoodiana.Al successo del film contribuì non poco il cast composto da William Holden, Ernest Borgnine, Edmond O’Brien,Robert Ryan, Warren Oates, Ben Johnson ed Emilio Fernandez. E si coglie la piena sintonia con Peckinpah, peraltro particolarmente legato al messicano Fernandez, anch’egli regista, chiamato a vestire i panni del malvagio generale Mapache e del quale si diceva avesse realmente ucciso sette persone, tra cui un critico che aveva osato parlare male di un suo film. E pare che lo stesso Peckinpah, esasperato dall’ennesimo taglio di budget per il film, volesse assoldare un killer per «persuadere» i produttori, desistendo poi da questo proposito grazie all’intervento di alcuni amici.Il regista — che dava l’inizio dell’azione con un colpo di pistola — si concentrò molto sulla fase di post produzione. E il «linguaggio» tecnico colpisce ancora oggi, con quel montaggio serratissimo delle 3.643 inquadrature catturate nei 110.000 metri di pellicola girati (il 50 per cento in più di quanto previsto dal budget), il sapiente uso dello slow motion, le efficaci sottolineature della colonna sonora e la maniacale costruzione delle scene di violenza, di cui colpiva soprattutto l’abbondanza del sangue. A una presentazione riservata del film, molti giornalisti gli chiesero se non avesse oltrepassato un limite. «C’è una linea molto, molto sottile — rispose Peckinpah — e penso che noi abbiamo operato il più possibile in prossimità di essa. Speriamo che, per la maggior parte degli spettatori, siamo rimasti al di qua di quella linea. Ma sono disposto ad ammettere che in certi punti potremmo averla superata. Noi siamo convinti che la violenza sia una forma di catarsi, di liberazione, a volte quella linea è difficile a individuare. Per dire la verità, io stesso non riuscivo più a vedere questo film. E richiedeva un eccessivo impegno emotivo».E in verità le cronache dell’epoca raccontano di molti spettatori usciti sconvolti dalle proiezioni. Caustico il commento di una donna che, rivolta a un giovane critico cinematografico riconosciuto a un’anteprima, disse: «Non avrei mai pensato di vivere abbastanza a lungo per vedere William Holden che spara a una donna». E proprio Holden, irritato da tanto astio nei confronti del film, rispose così all’ennesima critica: «Non riesco a comprendere reazioni di questo tipo. La gente è sorpresa dal fatto che esista realmente violenza nel mondo? Basta che accendiate il vostro televisore ogni sera. Lo spettatore vede la guerra in Vietnam, città che bruciano, rivolte nelle università. Vede un sacco di violenza».   Nonostante l’attenzione si focalizzasse sull’aspetto realizzativo, in realtà la più grande innovazione apportata da Il Mucchio Selvaggio riguardava i contenuti, e non solo presentandosi come una riflessione pessimistica sul rapporto tra uomo e violenza. Mettendo in primo piano gli uomini più che i criminali, il regista operava un ribaltamento per il quale gli spettatori erano di fatto portati loro malgrado a prendere le parti dei protagonisti. Nonostante essi fossero ladri e assassini, i loro antagonisti apparivano persino peggiori dal punto di vista morale. Inoltre erano legati a un codice d’onore e da un sentimento forte di amicizia che rispettavano senza tentennamenti; una lealtà controcorrente rispetto a un mondo dominato da principi opposti, in cui l’eroe americano è un affarista guidato solo da interessi personali e brama di potere. Peckinpah proponeva, dunque, degli antieroi, uomini fuori dal loro tempo, spazzati via dal loro vecchio e violento west, incapaci di adattarsi ai cambiamenti, che restano intrappolati nella spirale di quella che ai loro occhi è l’unica, inevitabile, via d’uscita. Una scelta che equivale a una condanna a morte, ma che si trasforma in un estremo tentativo di riscatto, quasi una sorta di redenzione. «Quando ti schieri con qualcuno, stai dalla sua parte, e se non puoi farlo sei come un animale, sei finito», dice il capo della banda, Pike (Holden), peraltro consapevole di come il mondo che conoscevano — con le prime automobili a solcare piste prima percorse solo da cavalli — stesse scomparendo: «Dobbiamo usare il cervello, non solo le pistole. Quei giorni stanno passando velocemente». Ciò che non è passato dopo cinquant’anni dall’uscita è il fascino di questo capolavoro senza tempo.(©L'Osservatore Romano, 6 novembre 2019)

Ritornare alla prima pagina di Logo Paperblog

Magazines