Il corridoio è intasato: sacchi, borse, ceste e scatole stanno accatastate sul pavimento. Io siedo in fondo e sto pensando che percorrerlo tutto è come avanzare sulle pietre del letto di un torrente in salita. Do un'occhiata attorno, poi apro il finestrino, mi arrampico e salto fuori. Dobbiamo procedere affiancando una fila di auto, scavatrici, camion: l'ingorgo durerà molto a lungo. Assieme agli altri passeggeri cammino su una sorta di sentiero che corre sul fianco del monte, a un metro dalla strada. Si chiacchiera, si passeggia e si osserva.
L'autista guida la corriera a bordo della quale sono rimasti pochi anziani e qualche donna. Gira il volante con cautela, sfiora gli altri mezzi, sfrutta gli spazi angusti tra metallo, terra e scarpata, facendo scivolare l'autobus come un'anguilla tra gli scogli. Si destreggia tra le difficoltà del percorso senza lamentarsi o fare smorfie, mentre mangia un cetriolo senza affettarlo, come se fosse una banana. Gli altri passeggeri avanzano lungo il sentiero con lo stesso tipo di fatalismo. Il cielo è brillante, bisogna abituare gli occhi per osservarlo dritto al cuore. Anche le nuvole sono di un grigio quasi fluorescente. Il paesaggio aiuta a combattere la noia, che comunque è - e dev'essere - presente come eccipiente nella composizione del viaggio.
Luang Prabang è ancora lontana, ma il Laos è anche qui, è con noi, è tutto questo.
Laos settentrionale, dicembre 2001