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Egitto: la giornalista che non vuole l’ hijab e l’imam pagato 1000 pound.

Da Marypinagiuliaalessiafabiana

Riham Said è una giovane e molto nota giornalista egiziana, lavora per il canale Al-Nahar, dove si occupa di approfondimenti sull’attualità.

Il 17 aprile è stato suo ospite Yousuf Badri, imam tra i più intransigenti e conservatori del suo Paese: una nazione scossa dalle primavere e dalle rivendicazioni anche femminili, ma ancora ricco di contraddizioni e paradossi che non potevano infatti non emergere dall’incontro tra una giovane donna istruita e indipendente e un uomo anziano e legato alla cultura patriarcale.
La trasmissione è stata mandata in onda solo a maggio, giunge in questi giorni in rete dove è reperibile sottotitolata in inglese.

Poco prima della diretta, già l’imam infatti incalza la giornalista chiedendole di indossare un hijab per rivolgersi a lui in quella sede. Said non può che fargli notare che lui fuori di lì le parla anche a capo scoperto, si relaziona con donne che non indossano hijab ogni giorno, non capisce perchè dovrebbe velarsi. L’uomo però insiste, sfodera anche dei complimenti nel tentativo di convincerla:

giuro su Dio che con il velo sei più carina e radiante

Said cerca di evitarlo

lo accetterei se fosse per portare rispetto ad Allah, ma fuori onda lei non ha alcun problema a parlarmi senza hijab, e poi, quando gli spettatori possono vederci, vuole che io indossi questo?

ma alla fine capitola, in nome della professionalità.

said

La puntata si svolge all’inizio secondo le norme della comunicazione meno incisiva, lo sguardo di Said sempre duro sull’uomo che ha davanti, poi i temi diventano più difficili da affrontare, le questioni più delicate. Said porta la discussione sulle molestie sessuali di cui si sono resi colpevoli dei religiosi islamici praticando esorcismi. La reazione dell’imam è delle più aggressive.

Questa è una provocazione. Cambia argomento.

continua infatti a ripetere impedendole di andare avanti, ed è qui che Said non ha pià voglia di recitare la parte della “donna velata al cospetto dell’imam“:

Dal momento che si è seduto qui, mi sta urlando contro e si sta prendendo gioco di me,

e poi rivela

“la abbiamo pagata 1000 pound egiziani per venire qui, non la abbiamo pagata perchè lei venisse a sgridarmi, lei non è venuto qui per rispondere alle domande, ma per venirmi contro.

Dicendo questo Said si toglie l’hijab, mostra il capo scoperto, i capelli che tutti i giorni gli spettatori possono vederle sciolti e lisci sulle spalle mentre conduce il suo programma.

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L’imam non ha subito una reazione a questo gesto, continua a ripetere solo di cambiare argomento o se ne andrà, non risponde più nemmeno alle domande più dirette ( “che tipo di imam chiede 1000 pound per andare il televisione?“) , ma poi sfidato dagli occhi sicuri e infuriati di Said, ecco che si ricorda che potrebbe in qualche modo imporle una pudicizia che male si sposa con l’attacco che gli sta facendo, come se coprendole il capo potesse salvarsi dalla situazione in cui si trova, le intima di rimettersi l’hijab.

Volge lo sguardo altrove, come se non potesse guardarla così “denudata”, ma ben sappiamo che anche solo nel backstage non aveva alcun problema a farlo.

Said si rifiuta e dopo che l’imam decide anche di minacciarli di far chiudere il canale televisivo, Said toglie del tutto il velo, lo ripone e guardando in camera, fissa verso gli spettatori chiosa

Questo è il tipo di persona che cita in giudizio canali TV, che attacca i media e manipola un programma per gli spettatori. E’ davvero un peccato che persone come questa divulghino la nostra religione. E sono io quella che se ne va, non tu!

Quindi Said si alza e lascia lo studio con un ammutolito imam ormai grottesco sotto riflettori che a breve si spegneranno.

Dopo la primavera egiziana, nel Paese spesso la violenza sulle donne è stata usata come tema inserito in retoriche conservatrici, propagandando l’idea che la violenza sia frutto di politiche progressiste e che serva dunque essere ancorati alle tradizioni per non perdere i propri valori. Oggi quindi in Egitto si respirano le due anime del  nord Africa: la spinta al progresso civile, la paura di non saper coinciliare libertà e identità culturali. Questo si coniuga spesso in due atteggiamenti nocivi: il neocolonialismo di chi, dalla sua democrazia europea che vive sulle spalle di tutt’altra parte di mondo, sentenzia che serve il “modello occidente” per arrivare allo”sviluppo”, l’integralismo di quelli che invece sentendosi minacciati e volendo preservare il potere patriarcale che rappresentano, si chiudono ad ogni progresso.

A prescindere dal modo in cui il gesto di Said è stato o sarà strumentalizzato dai ( nostri ) media, è questo il tipo di azioni che davvero può tradurre i conflitti interni a un Paese, è questo il gesto di una donna che vive nella sua nazione e vuole cambiarla in meglio e non ha bisogno che nessuna dall’indifferente Europa le dica come diventare una donna emancipata, perchè già lo sa. E come lei tante altre.

Said non è una femminista, ma lo stesso vale nei confronti delle femministe locali, le cui rivendicazioni,nell’ottica di un femminismo internazionale e intersezionale sarebbe bello accettare e appoggiare, senza volerne elaborare di nostre, da così lontano.

Qui dunque non si tratta di sottolineare il gesto “forte” di una donna egiziana che si toglie il velo davanti a un imam come simbolo unico di autodeterminazione o ritrovata libertà: con o senza velo, l’autodeterminazione di una donna sta nell’affrontare il potere patriarcale sempre,  nelle sue vesti istituzionali, religiose, domestiche.



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