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El infeliz destino del progreso

Creato il 09 ottobre 2018 da Malvino

«... más razonable, más inepto, más haragán...» Jorge Luis Borges, Ficciones (Prólogo)
Contrariamente a quel che era abilmente riuscito a far credere negli anni che precedettero la morte di suo padre, il principe ereditario non era affatto un innovatore. Col senno di poi qualche sospetto poteva porsi, ma non si pose. Per esempio: perché un conservatore come suo padre – e che conservatore! – aveva designato proprio lui, secondogenito, alla successione? Si pensò che letà, e ancor più la lunga malattia che aveva pesantemente segnato gli ultimi dieci anni della sua vita, avesse temperato il suo giovanile rigore, facendogli capire che la strenua e intransigente difesa della tradizione, che aveva incisivamente contraddistinto il suo lungo regno, fosse vana; che qualche riforma fosse necessaria; che, non avendo le forze necessarie per gestirla in modo adeguato dopo averla avviata, fosse più saggio affidarla a quel ragazzo che fin dalla più tenera infanzia aveva dato prova di una brillante intelligenza, unita a una straordinaria larghezza di vedute, che tuttavia non aveva mai dato spazio a eccessi o, peggio, a bizzarrie. Tutto il contrario del primogenito: vizioso, irresponsabile e, quel che era peggio, incapace perfino di figurarsele, la tradizione e l’innovazione . Per chi voleva che le cose cambiassero fu un tragico errore il pensarlo, e ancor più lo fu il nutrirne la speranza con lo stringersi attorno al principe offrendogli lanticipo di una piena ed entusiastica adesione allimplicita promessa di grandi trasformazioni che sembrava di poter esplicitamente leggere nelle frasi che gli facevano da tappeto nell’avanzare verso la successione da sovrano illuminato Col senno di poi qualche sospetto poteva porsi, ma non si pose. Così, quando lanziano re morì, chi aveva tanto atteso tempi nuovi non seppe tenere a freno lentusiasmo e al principe ereditario soffrì interamente nudo, spoglio dogni cautela, palesando tutte le proprie insofferenze al peso dellopprimente vecchiume, in più dun caso esagerando pure. Senza saperlo si stava scavando la fossa, perché stava salendo al trono chi aveva in mente fin dallinfanzia di soffocare nel sangue, in via definitiva, ogni pur flebile richiesta di ogni pur minima innovazione: la fama di riformatore che il principe ereditario si era cucito addosso era solo unesca per far uscir dallombra i nemici della tradizione, e il piano era stato concordato col padre. È che, sebbene non avessero le forze necessarie a sovvertire lo stato delle cose, era da tempo che costoro avevano preso a corroderlo dal suo interno, spargendo nel regno i veleni del dubbio e del malcontento, sperando che prima o poi avrebbero sollevato la ribellione dei sudditi, né avevano esitato a stringere un segreto patto coi sovrani dei regni confinanti per un aiuto militare, quando sarebbe stato necessario. Il piano messo in atto dal re e da suo figlio aveva dato ottimi risultati: la speranza che sul trono stesse per salire un innovatore aveva allentato le trame, e tuttavia padre e figlio sentivano la necessità di far piazza pulita di ogni opposizione interna, per sempre. Cera bisogno che ogni nemico della tradizione venisse allo scoperto, e il piano prevedeva che la morte del re dovesse essere la migliore occasione. Così fu, perché la gara a offrirsi come fedeli esecutori del programma di riforme che si riteneva ora fossero prossime, diede modo di stanare anche chi si era abilmente occultato per decenni. Nellelenco di chi doveva pagare il prezzo finì pure qualcuno che era stato un sincero conservatore, quando sul trono sedeva un re conservatore, e che ora era altrettanto sinceramente disposto ad assecondare le riforme di un re riformatore: più che di un conservatore, prima, e di un riformatore, ora, si trattava dellimmancabile conformista che vuol rimanere sempre a galla, quindi era sacrificabile senza scrupoli alla riuscita del piano. Era venuto il momento di chiudere i conti: il nuovo re annunciò che tutto sarebbe cambiato, e che per il cambiamento aveva bisogno del consiglio e del sostegno dei più convinti sostenitori dellinnovazione, li convocava in unassemblea di saggi che sarebbe stata la fucina di un radioso avvenire di progresso. Intanto disponeva nel dettaglio quello che sarebbe stato un massacro: convenuti nel luogo dove erano stati convocati, avrebbero appreso dalle sue stesse labbra in quale trappola fossero caduti e quale sorte li attendesse – già ne pregustava la sorpresa e la disperazione – per poi dare il segnale a che iniziasse il macello, affidato agli armati accuratamente predisposti al compito. Aveva intenzione di tenere un discorso che allinizio provvedesse a beffardamente entusiasmare i convenuti, per poi gettarli nello smarrimento, e poi nello sgomento, e infine nel terrore. Dopo aver pensato e ripensato, si risolse a ricorrere a un apologo: si trattava dellapologo contenuto in un antico testo che per i cultori della tradizione era una vera e propria bibbia, e che ormai da tempo nessuno più leggeva. Lapologo narrava di un re che smascherava i suoi nemici grazie a un ingegnoso tranello, per poi consegnarli al boia: era lapologo che aveva ispirato il piano concordato con suo padre. Gli sembrò che coronasse al meglio i lunghi anni in cui aveva dovuto accuratamente celare i suoi reali intendimenti, fingendo di essere quello che non era. Venne il giorno. Salì sul palco dal quale si preparava a tenere il suo discorso accolto da urla di giubilo e fragorosi scrosci di applauso. E cominciò, tra larghi sorrisi di adorante approvazione. Quando attaccò con l’apologo, accadde l’imprevisto. A fare il nome di quel re, un campanello d’allarme suonò nella testa di uno dei convenuti. In uno solo. Il solo che avesse letto il libro da cui era tratto quell’apologo. Era tra quanti avevano maggiormente sperato in una stagione di rinnovamento. In un istante capì cosa stesse per accadere, in un attimo trovò il modo per salvarsi: afferrò un candelabro e si lanciò sul palco gridando «morte al rinnegato! morte al traditore della tradizione!». Fu subito immobilizzato dalle guardie del corpo che circondavano il re, che diede l’ordine di portarlo via. Dalla platea che aveva avuto un fremente sussulto di apprensione, prima, e un potente moto di sdegno, dopo, partirono insulti e maledizioni, che il re sedò con un gesto che a tutti sembrò di larga liberalità, quasi a promettere che le riforme a venire avrebbero dato segno della più piena tolleranza verso tutti. E questo fece un grande effetto, riscaldando ulteriormente il cuore dei convenuti. Per poco, perché dopo poco fu gelato, e subito trafitto dal ferro. Una carneficina: nel giro di mezz’ora vennero eliminate tre generazioni di saggi che avevano sognato il cambiamento. In quanto all’uomo che era stato fermato nel suo tentativo di uccidere un re che minacciava di rinnegare la tradizione, era giusto che venisse premiato con la carica di primo ministro da un re che in realtà intendeva difendere la tradizione dai suoi nemici: chi meglio di lui, pronto ad immolarsi pur di far fuori chi minacciava l’integrità della fede e dei costumi, poteva assicurare la necessaria assoluta fedeltà? E così fu. Dopo essersi goduto il massacro, il re si recò a fargli visita, gli spiegò tutto, lo ricoprì di elogi e lo nominò primo ministro. Nessuno, ora, sarebbe stato più vicino al re: ucciderlo per vendicare tutti quei morti, ma soprattutto per punirlo della sua malvagia astuzia, sarebbe stato un gioco. Beh, questo non accadde. Il re e il suo primo ministro vissero entrambi a lungo, e la tradizione fu restaurata.

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