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Eleanor Cole – Episodio 11 – Romanzo a puntate di Alessandro Forlani

Da Fant @fantasyitaliano

Distesa su una brandina d’infermeria, spogliata del goretex e della giacca barocca, Eleanor sopportava che un’anziana le lavasse le ferite e le ustioni da icore, le spalmasse sulle piaghe, sulle membra e sul volto una pasta di argilla, acquaragia e gasolio. Quella crema appiccicosa e maleolente leniva il pizzicore del veleno dei chilopodi.

Le sue cose erano sparse per la stanza. Una ragazza in salopette color cenere, seduta a una macchina per cucire, attingeva a una cesta di scampoli e applicava toppe in nylon alla tuta lacerata; uno stagnino con cacciavite, fiamma ossidrica e pinze poco discosto restaurava il tricasco. Delfina a piè del letto le lucidava le due pistole:
«Vi mancano i bigodini, la pedicure e le fette di cetriolo sugli occhi», scherzò.
Eleanor si sollevò sul cuscino, si guardò in uno specchietto da barba appeso alla parete cenerognola e spoglia: il vetro le rimandò la propria faccia graffiata, pallida, gonfia, impiastricciata dall’argilla puzzolente e salubre. L’anziana che la medicava le fece cenno di restare stesa, raschiò dal barattolo un altro mestolo di fanghiglia, gliel’applicò sulle spalle.
«Dov’è Farinelli?»
Delfina scostò la tenda grigia che nascondeva l’ambulatorio dagli ambienti di là da quelli, le additò un’officina quasi compresa nell’ospedale: le lettighe e sedie a rotelle d’infermi s’incrociavano con i carrelli trasportatori; gli zinali dei medici, gli infermieri e meccanici sembravano macchiati dell’identica sozzura.
Eleanor ritrovò Farinelli disteso in una vasca in un bagno di nafta.
I Capo-Scavo gli lucidavano l’esoscheletro, spazzavano dai graffi la limatura di ferro, grattavano le scorie e la materia bruciata. Rimuovevano le piastre infrante dal carapace del roboto, svitavano ogni vite con religioso timore. Sostituivano l’armatura spaccata con placche cesellate di bronzo e di ottone.
Lei scostò la vecchia con l’unguento, rovesciò l’impiastro a terra, saltò sulla brandina:
«Che cosa gli fate?!»
Il roboto le rispose in un accordo di sol, un Ammit gli teneva il capo in grembo, gli lucidava con un panno e la cera la maschera stupita da eterno adolescente:
«Sto bene, signora.»
Un anziano lasciò posto a un assistente, gli affidò gli strumenti, si lavò le mani sporche e il viso madido e passò dall’officina accanto al letto di Eleanor:
«Non siamo solo barbari sfasciacarrozze: in parte siamo in grado di riparare un automa. Il software è troppo evoluto, ma quanto all’hardware, ovvero le periferiche, mi permetto, signora, di suggerirvi una miglioria: innestate il lanciarazzi nell’avambraccio del roboto.»
«È un valletto, non se ne parla», Eleanor protestò, «non è un’unità da combattimento.»
«Quante pubbliche relazioni abbiamo avuto, finora?!», Delfina rinfoderò le due pistole pulite, e appese il cinturone a una gruccia a pendere come monito sui pericoli fuori. Lasciò stizzita l’ambulatorio, «vado a bere qualcosa. Questo mondo conosce il whisky, la vodka e la birra: non è così distante dall’universo civile.»
L’anziana con l’unguento, la ragazza e il calderaio raccolsero le loro cose, la seguirono in silenzio.
Eleanor restò sola col Capo-Scavo.
Il vecchio tirò di nuovo la tenda, si accostò a una finestra della stanza conserto come una guida alla cornice di un oloquadro. Fuori le nuvole, gli edifici e le dune s’incendiavano dell’arancione e rosso porpora del tramonto.
L’anziano schiarì la voce, tossì:
«Mi chiamo Aleksej Kaczynski. Come i più vecchi minatori fra noi, discendo da un tecnico di quei primi equipaggi che duecento anni or sono terraformarono Ammit. Altri sono nipoti di più recenti coloni, sbarcati da un secolo. Il mio trisavolo era a bordo del dustrider che bombardò d’iperidrogeno quest’area del pianeta, produsse la reazione Bosch e la rese abitabile. Sapete di che cosa parlo?»
«Dal punto di vista storico, certo; ma da quello tecnologico… vagamente. Cingolati-laboratorio, processi di trasformazione dell’atmosfera: in ogni caso mi sembra si tratti di tecniche più avanzate di quelle che possedete. Ne parlate con competenza ma vivete come selvaggi.»
«I nostri antenati disseppellirono quell’orrore che, da allora, ha arrestato su questo pianeta ogni progresso dell’umanità.»
«Conoscete la tecnologia ma vi arrendete all’occulto, fate a pezzi le cose e le serbate come reliquie. Praticate sacrifici umani. Perché?»
«I rottami ci proteggono dagli incantesimi e i carrion: li confondono, lo avete visto; a volte è sufficiente a sfuggirli e salvarsi.»
«Intendete gli insetti?»
«Ce ne sono di molte forme: dipendono dai suoi scopi, dalle sue fantasie.»
«Il mio roboto ha analizzato quei mostri: sono fossili animati, scarti meccanici, d’anatomia. Non dovrebbero neppure esistere.»
«E invece, signora, guardate come vi hanno ridotto.»
«Agli scopi e fantasie di chi vi riferite?!»
«Gli olocausti sono un’orrenda necessità: a volte il negromante ha più fame del solito.»
«Lo pensavo: esiste uno stregone su questo mondo!», Eleanor trasecolò, «da due secoli siete soli nelle tenebre dell’universo, credete che esista, ciò gli dà potere e rende Ammit un mondo magico; l’accanita superstizione di un popolo ha tolto questo pianeta dal tessuto della realtà.»
«No signora, non è colpa nostra: è il pianeta a essere insano da quando l’uomo è sbarcato, da prima. Nonostante la scienza, il progresso, la bellezza e la civiltà, un’antica perversione terrestre ci precede fra le stelle. Siete in grado di camminare?»
Eleanor provò ad alzarsi dalla brandina, l’acido lattico le bruciava nei muscoli tuttora indolenziti dallo scontro con i chilopodi. Agguantare un asciugamano le costò sofferenza. Si pulì il viso dall’impiastro di argilla e avvilita dovette ammettere che non lo era.
Il vecchio la aiutò a risollevarsi, la fece accomodare su una poltrona a rotelle. La avvolse in un telo grigio di lana, la spinse dall’ospedale attraverso i garage. Lei, uscendo dalla stanza, raccolse dalla gruccia la giberna e le pistole, le armò:
«Non offendetevi signor Kaczynski.»
Farinelli la vide passare nell’officina, all’istante saltò in piedi nella vasca di nafta e spruzzò di gasolio gli indigeni che l’accudivano.
Incompleto com’era, lo stesso, zoppicò alla carrozzella a occuparsi di lei:
«Dove portate la mia padrona, signore?»
Eleanor gli sorrise, gli accarezzò i circuiti nudi, le piastre dell’esoscheletro ricomposte a metà: l’automa lasciò la presa sulla sedia a rotelle, l’anziano la spinse a un corridoio di saracinesche. Dietro le grate erano fermi dei discensori.
Il led brillava al venticinquesimo piano di una malconcia pulsantiera sbiadita, sopra e sotto si contavano altrettanti livelli. Eleanor e Kaczynski entrarono nell’abitacolo, si calarono fino allo zero. Dagli interstizi della cabina scassata penetravano odor di chiuso, di muffa e aria fredda.
L’abitacolo toccò terra, Eleanor stupì: erano all’interno di un tunnel ferroviario.
La volta di cemento, di condutture e di travi si sviluppava da imbocco a imbocco per centinaia di metri. La notte era velata alle aperture remote da cortine di tela smorta che tremolavano nel vento caldo, e giganteschi condizionatori eruttavano dagli architravi. Plafoniere di luce bianca rischiaravano la galleria.
Gli Ammit si spostavano su draisine sugli antichi binari che s’intrecciavano nel suolo, fermavano i carrelli nelle nicchie e le piazzole: gli archi, le esedre, le cellette di calcestruzzo accoglievano le mense e le latrine e le camere. E i vapori delle pignatte sul fuoco s’incendiavano delle scintille delle ossidriche degli operai; gli indigeni prendevano con i medesimi guanti le ciotole e i cucchiai e gli attrezzi da minatore. Le foto in bianconero di defunti, salutati con devozione da chi incrociava quegli altarini, erano appese alle bacheche da catasto con puntine da disegno o con del nastro adesivo; fra candele di grasso nei barattoli vuoti.
Le donne rassettavano i cuscini sui montacarichi impiegati come talamo; si acconciavano i capelli, ispidi e albini, nel segreto di paraventi di lamiere bucherellate. C’erano provviste sulle scorte di carburante, c’erano libri sui candelotti di dinamite, sindone di cellophane sui macchinari obsoleti, e i rottami come ex voto imbullonati negli architravi.
Nell’insalubre caligine del tunnel, nel pattume e nel rumore assordante, Eleanor pensò come quel luogo somigliasse alle Case Grandi che abitavano gli Indios, le società primitive dell’Africa e dell’Oceania. In quei gusci nell’abisso e nel deserto, o nell’intrico della foresta, l’Umanità si ostinava a sopravvivere alle tenebre:
«È così che vivete?», tratteneva l’eccitazione: i suoi testi di studio, gli antropologi delle Compagnie, discettavano d’insediamenti remoti nei limiti degli interessi dei consigli di amministrazione; si spingevano dove gli sponsor consentivano spedizioni. Ammit stesso era pensato come miniera e raffineria da accerchiare d’ipermercati, multisala, centri benessere e pornografia: perché nessuno prima d’ora ne aveva scese le viscere, che erano forse la soglia di un altro ordine delle cose.
«Nei secoli la popolazione è cresciuta», l’anziano spiegò, «gli alloggi edificati nei primi del ’500 non bastano ad accogliere l’attuale, e non abbiamo né le conoscenze né le risorse per costruirne di nuovi. Questo alla Galassia non interessa: ad Ammit non si chiede che minerale, e i pozzi sono efficienti, non sono fatti, però, per abitarci. Ci arrangiamo perciò.»
Ma Eleanor notò che anche là, come ovunque da che era scesa sul mondo, non c’erano bambini, nessun segno di una loro presenza; né giocattoli, né culle, né capricci né strilla.
«Cos’è nascosto in questi tunnel, Kaczynski?»


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