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Elena Sofia Ricci e l’Olocausto in Vetri Rotti, all’Eliseo

Creato il 04 febbraio 2020 da Dfalcicchio

Elena Sofia Ricci e l’Olocausto in Vetri Rotti, all’Eliseo

Roma

Dal 4 al 16 febbraio, amari echi di Olocausto arriveranno al Teatro Eliseo, dove andrà in scena “Vetri rotti” di Arthur Miller, per la regia di Armando Pugliese.

Nei panni di Sylvia Gellburg una splendida Elena Sofia Ricci, vincitrice del Premio Flaiano 2018 per la sua interpretazione. Con lei sul palco anche Maurizio Donadoni e David Coco, oltre a Elisabetta Arosio, Alessandro Cremona e Serena Amalia Mazzone.

La pièce, nella traduzione di Masolino D’Amico, riprende l’opera teatrale originale di Arthur Miller, drammaturgo statunitense ed ebreo, che con la sua premiatissima “Broken Glass”, entra in maniera spietata nella delicata vicenda umana dei protagonisti che da una Brooklyn isolata e provinciale, apprendono con orrore quanto accade durante la Notte dei Cristalli nella Germania nazista. Il riferimento è a quella terribile notte tra il 9 e il 10 novembre 1938 in cui la furia nazista si accanì contro sinagoghe, case di preghiera, cimiteri, negozi e case private di ebrei distruggendole o dandole alle fiamme e uccidendo centinaia di persone.

Nella storia di Miller, la protagonista – Sylvia Gellburg -, casalinga ebrea residente nella Grande Mela, leggendo la notizia della Kristallnacht, rimane improvvisamente paralizzata agli arti inferiori. La donna è ossessionata dalle notizie delle persecuzioni contro gli ebrei in Germania e il marito, Phillip, non riesce ad accettare quanto sta accadendo. Si rivolgono allora al medico Herry Hyman, che ritiene il male della donna di natura psicosomatica e, pur non essendo uno psichiatra, comincia a scavare nel passato e nel matrimonio della Gellburg.

“Dopo aver a lungo cercato una chiave interpretativa del testo di Arthur Miller – afferma il regista – mi sono risolto a farmi guidare dal titolo con cui l’autore ha voluto chiamare questo dramma”. Vetri rotti è sicuramente un riferimento alla Notte dei Cristalli, ma – continua Armando Pugliese -, “anche al progressivo incrinarsi del rapporto matrimoniale dei protagonisti, così come viene fatto di pensare al rituale della rottura del bicchiere nel matrimonio ebraico in memoria della distruzione del tempio di Gerusalemme”.

Inevitabile la riflessione sulle ferite inferte all’identità ebraiche di cui Miller è ovviamente portavoce. “Questo testo – spiega Pugliese – rivela una visione molto complessa dell’identità ebraica, con una tessitura interlocutoria, priva di tesi univoche o certezze o dogmi perché illuminata dalla saggia prospettiva dell’età avanzata dell’autore e dalla sua personale lunga esperienza”.

Ecco perché nelle undici scene che si susseguono senza soluzione di continuità, gli attori assecondano e fanno vivere i personaggi, accettando e mettendo in risalto ambiguità e contraddizioni.

Il testo di Miller, che obbliga ad una profonda riflessione sull’antisemitismo, e la bravura degli attori rappresentano le coordinate di un invito che non si può rifiutare.

Angelina Marcelli


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