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Emergenza Obesità | TRECENTODODICI

Creato il 18 luglio 2018 da Amedit Magazine @Amedit_Sicilia
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TRECENTODODICI

testimonianza di Brigitte Hammer

(traduzione dal tedesco di Andrea Pardo)

a cura di Elena De Santis

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 35 | Giugno 2018.

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Il mio nome è Brigitte Hammer, ma in famiglia mi hanno sempre chiamata Britta. Peso 312 chili. Questo numero a tre cifre racchiude tutta la mia vita. Lo ripeto: 312. Non vorrei che lo si scambiasse per un errore di battitura. Scrivere su una tastiera è una delle poche cose che ormai mi riescono facili. Tutto il resto è tremendamente difficile. Provate a immaginarvi quadruplicati e affondati su un letto rinforzato. Non esco di casa da circa cinque anni, e da due non esco nemmeno dalla mia stanza. Fuori c’è Bamberga, la città dei sette colli, e dalla mia finestra riesco a vedere le guglie del Kaiserdom.

Vi starete chiedendo che cosa mi è successo e come mai mi sono ridotta così a soli 37 anni. Una domanda più che legittima. Sapessi rispondere lo farei. L’ultima cosa che voglio è cercare giustificazioni. Forse la cosa migliore è cercare di raccontare la mia storia dall’inizio, senza omettere nulla. Condividere il mio dramma con un vasto numero di persone lo considero innanzitutto una grande opportunità per me, e di questo ringrazio l’intera redazione Amedit. Forse mi darà quella forza e quella determinazione che non ho mai avuto. Forse mi spingerà a prendere il toro per le corna e a reagire una volta per tutte. Non che non ci abbia mai provato in passato, ma ha sempre prevalso la mia proverbiale indolenza, il mio patologico rapporto col cibo. Chi vive o ha vissuto una situazione simile alla mia sa di cosa parlo. Gli altri non lo so se capiranno fino in fondo. Dovevo consegnare questa mia testimonianza già tre mesi fa. Mi sono presa tempo. Ho riscritto più volte queste poche righe iniziali. Forse volevo solo sincerarmi d’essere pronta, e adesso credo di esserlo. Vogliate apprezzare innanzitutto la mia sincerità. Non mostrare il mio volto mi assicura una certa protezione, ma ci metto il nome, ben visibile, e con fierezza. Spero di arrivare a tutti e di essere di conforto a chi è nella mia stessa condizione. Siamo molti a soffrire nella penombra delle nostre stanze. Pur se invisibili ci siamo, ingombranti, certo, ma presenti. Ancora nel mondo dei vivi.

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Se rivado all’immagine che ho di me da bambina vedo una simpatica paffutella con i capelli ricci e castani. Ghiotta lo sono sempre stata, soprattutto di cioccolatini. Come tutti i bambini, credo. Ero serena, forse un po’ timida e impacciata, ma non così diversa dalle altre mie coetanee. Amavo giocare con i gatti, andare in bicicletta, passeggiare e correre. A scuola me la cavavo bene, soprattutto in matematica. In prima media passavo ancora inosservata, ero robusta sì ma in modo, come dire, tollerabile. Il cibo mi ha sempre attratta, questo non lo nego. Gioivo soprattutto per i dolci, qualsiasi cosa avesse lo zucchero sopra. Mi dava euforia, mi metteva di buon umore. Così ad ogni occasione mi lasciavo prendere, senza accorgermi che esageravo. La prima vera trasformazione l’ho avuta in terza media. A tredici anni, o giù di lì, ero diventata agli occhi di tutti una ragazzina grassa. La cicciona della classe, anzi dell’intera scuola. Le occhiate ironiche e le battutine non si sono fatte attendere. I bambini sono maestri nell’arte della denigrazione. Gli insulti più pesanti li ricordo come fosse ieri, preferisco però non trascriverli. Un giorno a casa di mia nonna mi sono guardata allo specchio e sono scoppiata a piangere. Pesavo forse una ventina di chili più del dovuto, non tanti tutto sommato a considerarli col senno di poi, ma lì mi sono sembrati un’enormità, una zavorra di cui mai mi sarei potuta liberare. I miei, persone semplici, non mi furono di alcun aiuto. Sarebbe bastato un buon dietologo, un po’ di attività sportiva, uno stile di vita più sano. In pochi mesi mi sarei rimessa in sesto e avrei evitato di ingrassare ancora. Ero troppo giovane, non avevo gli strumenti per correggermi e per i miei, lo ripeto, il mio peso non costituiva un problema. Mia madre imbandiva la tavola e mi chiamava: «È pronto!» E giù pane, patate, spezzatini, maionese e birra, fiumi di birra. Mio padre la tracannava così di gusto che chiunque, seduto al suo fianco, avrebbe desiderato di berla. Il bisogno di gratificazione, per quanto momentaneo, vinceva sempre. La sazietà, quella sensazione che avrei rincorso per tutta la vita, agiva da panacea al termine di ogni pasto. Più mi riempivo e più mi sentivo leggera, per quanto paradossale possa sembrare. Un effetto breve, però. A quindici anni avevo ormai maturato un’indole schiva e solitaria. Quei venti chili erano diventati quaranta e dovevo portarli tutti con me da quando uscivo di casa a quando rincasavo. Camminavo addossata ai muri per apparire il meno possibile. Indossavo abiti larghi e scuri per mimetizzarmi. Uscivo di classe sempre per ultima. Nell’età della spensieratezza e dei primi amori io ero già fuori gioco, una che se ne stava in disparte. La mia sola arma di difesa era la simpatia, elargire sorrisi bonari a chicchessia, mostrarmi gentile e disponibile, innocua, discreta. Un po’ funzionava. Ero la pacioccona che non ti negava mai un chewing-gum o un aiuto sui compiti. Mi accontentavo di questo perché sapevo di non poter pretendere di più.

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Molti immaginano chissà quali traumi infantili siano all’origine della condizione di obesità. Beh, non è stato il mio caso. Io sono stata semplicemente una bambina molto golosa cresciuta in una famiglia di buongustai. Figlia unica coccolatissima e ipernutrita. Non me la sento di colpevolizzare mia madre per i suoi intingoli o mio padre per i suoi boccali di birra. Li ho persi entrambi prematuramente e l’ultima cosa che voglio è addossargli le responsabilità. Se c’è una responsabile quella sono io, oggi in modo particolare. Avrei potuto prendere in mano la situazione e non l’ho fatto, ho scelto forse la via più semplice lasciando prevalere l’accidia e la pigrizia. Provo rabbia perché sostanzialmente non ho mai fatto nulla di concreto per tentare di uscire dal problema. A vent’anni ero arrivata a 150 chili tondi tondi. La metà di quella che sono adesso. Mi ero iscritta all’Università con il progetto di laurearmi in Fisica, ma ho abbandonato presto. Il peso a lungo andare ti toglie gli stimoli, ti disarma, ti inchioda. È un circolo vizioso: i chili si accumulano e la mobilità si inceppa. Difficoltà respiratorie, sudorazione, spossatezza. E fame. Sempre fame. Una macchina grande necessita di tanto carburante. A un certo punto ho gettato la spugna e ho interrotto quei pochi contatti che avevo col mondo. Mi sono seduta su una poltrona, ho acceso il televisore e ho cominciato ad abbuffarmi. Mettendo il cibo al centro della mia vita mi sono illusa di risolvere tutti i miei problemi. Mi sono aggrappata al mio unico conforto, alla sola cosa che mi faceva sentire pacificata. Saziarsi è riempire un vuoto, tamponare una ferita, nutrire un bisogno. Perdere i miei, nello stretto giro di un anno, è stato il colpo di grazia. Da allora vivo con un sussidio e vivo per mangiare. Dalla poltrona al letto il passo è stato breve, inevitabile quando si raggiunge una stazza come la mia. Ho un corpo che non risponde più ai comandi primari. Non riesco ad alzarmi e dipendo in tutto e per tutto dall’assistenza a domicilio.

Oggi la mia unica speranza è quella di sottopormi a un intervento di bypass gastrico. Nelle mie condizioni si tratta di un intervento a rischio e non so se l’équipe medica che mi ha in cura lo approverà. Soffro ormai di una fame cronica e se non ingerisco dalle 8.000 alle 10.000 calorie al giorno vado in crisi. Con internet mi faccio consegnare il cibo a domicilio, oppure compilo delle liste e me lo faccio portare dalla donna delle pulizie o dagli assistenti che vengono ogni giorno per lavarmi e accudirmi. Il mio peso è ormai fuori controllo e ho un grosso linfedema alla gamba destra. La mia pelle è soggetta a piaghe e infezioni, quindi va quotidianamente disinfettata e idratata. Faccio i miei bisogni a letto su dei grossi panni assorbenti. Non ho una vita fuori da questo letto. Alla mia sinistra c’è un tavolino con i telecomandi, i telefoni e il pc. Conservo ancora una certa agilità nelle braccia, quanto alle gambe è come se avessi due informi cilindri di piombo. Non augurerei una vita così al mio peggior nemico. Quando fai del tuo corpo la tua gabbia è impossibile evadere. Sono la prigioniera e sono la carceriera. La sola evasione che ho contemplato fino ad oggi è quella di ingozzarmi. Il cioccolato è la mia droga, in qualsiasi declinazione si presenti. Tavolette, budini, muffin, sacher-torta, uova pasquali, cioccolatini assortiti, gelato. La chimica del gusto guarisce la mia ansia, lenisce i miei dolori, obnubila tutto. Il cibo farcisce il mio vuoto, lo occupa, lo intrattiene, gli regala un po’ di felicità. Come potrei rinunciare a tutto questo? Cosa può sostituirlo? Ho provato ad allontanarlo da me, a porzionarlo, a limitarlo, ma è stato inutile. Non ho la forza di farne a meno. A spaventarmi di più è questa mia lucidità. Ho ben chiara la gravità della mia situazione e so che, se continuo così, non vivrò più di altri quattro-cinque anni. Continuamente rimando a domani, come se ad essersi immobilizzato fosse anche il mio tempo. Parlare, raccontarmi, per me è già un piccolo trionfo, forse il primo passo verso il percorso di guarigione.

Non so come giudicherete questa mia testimonianza. Oggettivamente il mio è un lento, compiaciuto suicidio, ed è giusto che così appaia. Non sono un bell’esempio, me ne rendo conto. Nutro la speranza di ribellarmi a questa passività, di trovare una piccola risorsa dentro me che mi induca a provarci. Vi lascio con una promessa, che proverò a riabbracciare la vita. Se tutto andrà bene tornerò a scrivervi e a raccontarvi un’altra storia. La storia della mia rinascita. Grazie per l’attenzione che mi avete dedicato.

Brigitte Hammer

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