Emigrare sì, ma perchè? – Si viene e si va (due) #2

Da Stefano @bersatweet

Terza puntata della seconda stagione di Si viene e si va e iniziamo con qualche numero: gli iscritti all' AIRE ( Anagrafe degli italiani residenti all'estero) sono aumentati in dieci anni del 49,3%. Al 1 gennaio 2015 oltre 4,6 milioni di nostri connazionali risultano vivere fuori dall'Italia. Nel solo 2014, a fronte di 33000 nuovi ingressi, oltre 100000 italiani sono fuggiti (dati Fondazione Migrantes). Dunque, la tendenza ad emigrare persiste ed è in continuo aumento: l'emorragia è notevole, nonostante i tentativi di fare delle leggi ControEsodo (perché ovviamente non ne bastava una) che per di più si sono autocontraddette, creando come al solito confusione e disagi.

A monte di tutto ciò, la domanda vera è: perché si emigra? Distinguerei due macrocategorie: l'emigrazione controllata e l'emigrazione volontaria/forzata.

La prima ( emigrazione controllata) è come una derapata in un rally: si esce fuori dalla traiettoria standard, la macchina va di traverso, ma tutto viene gestito tramite volante e pedali. Questa è stata la mia esperienza personale e di molte persone che conosco: il datore di lavoro propone un'esperienza all'estero, presso sedi distaccate nelle più svariate parti del mondo, con un obiettivo temporale ben definito ed eventualmente prorogabile. Si inserisce dunque all'interno di un percorso di crescita professionale in prospettiva, non necessariamente già delineato nei dettagli, ma comunque con un obiettivo di medio-lungo termine. Nel mio caso, il processo delle 7C è cominciato circa un anno prima: le prime due ( complexity e clarity) si focalizzavano in particolare sulla criticità paese. Prima di allora, non avevo mai contemplato di andare a vivere in Cina e non conoscevo nulla della cultura, della tradizione e della lingua. Parlando con colleghi che lavoravano e vivevano a Suzhou, ho cominciato a diradare le nubi e i dubbi; si trattava a quel punto di far crescere la confidence e questa si è costruita solo quando ero sicuro che anche la mia famiglia, in particolare mia moglie, si è convinta della scelta. Le altre 4 C si sono concretizzate nel tempo durante la permanenza in Cina. Pur non conoscendo lo schema delle 7C, posso dire che per me il percorso decisionale e motivazionale è stato coerente con quello indicato.

Nel secondo caso, il ventaglio di situazioni può essere ampio. Il caso più semplice è quello di persone che autonomamente decidono di cambiare vita ( emigrazione volontaria). " L'Italia mi sta stretta", " Non sopporto più questo Paese", " Mi faccio un mazzo tremendo per non guadagnare nulla ": una frustrazione non più contenibile che richiede un cambio di vita.

Diversa, invece, la situazione in cui si deve partire perché non si ha scelta ( emigrazione forzata). Si fugge da un lavoro mal retribuito o che non dà soddisfazioni, da opportunità che non ci sono perché il mondo lavorativo italiano è vecchio e malato. Ma a volte si fugge perché il lavoro non c'è, con una famiglia da mantenere e un mutuo che scatta inesorabile ogni mese. La storia di Bia (che riprendo da un suo commento proprio alla puntata #0) è emblematica:

"Nel mio caso, dopo 10 anni da giornalista, stipendio invidiabile, posizione sicura, mi sono ritrovata senza più un'occupazione stabile. Ci si rimette in gioco, in questo caso il cambiamento è obbligato: si vagliano proposte, si valutano alternative. Nel mio caso mi sono rimessa sui libri: certificazioni varie, tirocini e master. A 36 anni, che non sono 50, ma non sono nemmeno 25. E, poi, la svolta non c'è stata. La precarietà insiste e si fa più pesante. Per me il cambiamento ora è una necessità di vita, per un presente sereno e per un futuro possibile. Per la mia "metà", invece, non è così. Lui vive tutt'altra situazione. Lui il cambiamento lo rifiuta."

In questo caso, il processo delle 7C funziona parzialmente: Bia non può far altro che cambiare, che rimodulare se stessa verso alternative magari prima neanche considerate, ma non può fare a meno di confrontarsi con la realtà, che prevede prima di tutto la sua famiglia. Nel suo caso emigrare non sembra possibile. La resistenza al cambiamento (del marito, nel caso di Bia) è insita in ciascuno di noi: abbattere i muri della propria zona di comfort è quanto di più innaturale ci sia. A volte solo l'idea di cambiare lavoro all'interno della stessa città o della stessa provincia ci sembra un ostacolo insormontabile, se poi si tratta di ragionare sul fare le valigie e spostarsi in un altro stato, intervengono i più agguerriti meccanismi di difesa. Proprio Bia, nel suo post Dopo due anni, un lavor (ett)o, ci fa capire bene che cosa spesso ci sia dietro la volontà di mollare l'Italia. Un Paese il cui mondo del lavoro è antiquato: personalmente, condivido moltissimo le parole del ministro Poletti, che dice:

" Dovremmo immaginare contratti che non abbiano come unico riferimento l'ora di lavoro, ma misurare l'apporto dell'opera. L'ora di lavoro è un attrezzo vecchio "

Tutto vero, salvo poi essere in grado di costruire delle politiche che siano sostenibili e cambiare la mentalità di chi fa impresa: ognuno deve essere retribuito per il valore che apporta, per le capacità e le competenze che mette in gioco e per i risultati che ottiene. Sempre Bia, ci racconta nel suo post Cerchi lavoro? Preparati all'arroganza (altrui) che si è sentita rispondere " qui si lavora per il nome, paghiamo dieci euro lordi all'ora ".

Ecco perché si emigra. Perché molte professioni, nella maggior parte dei casi legate a Internet e all' home office, non si possono inquadrare all'interno dei primitivi contratti nazionali, ma nello stesso tempo hanno una dignità pari a quella di un metalmeccanico o di un chimico e quindi devono essere tutelate alla stregua di un lavoro tradizionale.

Per rimanere in tema di denaro: la convinzione più grande è che si emigri perché si viene ricoperti d'oro. Questo è un luogo comune ancora una volta legato ad un pensiero vecchio: una volta le grandi aziende che aprivano filiali o stabilimenti all'estero inviavano i propri dirigenti, che venivano retribuiti con stipendi faraonici. Oggi non è più così. Chi emigra, spesso lo fa alla ricerca di un lavoro, senza alcun contratto in mano e con la consapevolezza di lasciare un pezzo di se stessi. Giulia lo esprime benissimo nel suo post Quanto è difficile lasciare:

"Ieri ho lasciato un lavoro sicuro e ben pagato. L'ho fatto dicendo la verità e attirandomi la curiosità di chi non concepisce che decidere di cambiarlo è la cosa più naturale e liberatoria".

Lasciare la propria famiglia, il proprio paese, le proprie abitudini, la propria lingua, il proprio comfort è sempre complesso e doloroso: con buona pace delle 7C.

Approfondimenti:

La puntata #0 di Si viene e si va (due) >> le 7C e la gestione del cambiamento

Tutte le puntate di Si viene e si va >> Stagione uno e due