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Emma dante e serena sinigaglia nella chiave verista che unisce pagliacci e cavalleria rusticana

Creato il 20 dicembre 2019 da Patriziafinuccigallo

Frédéric Chaslin, il direttore d’orchestra, lui che è anche compositore, l’ha detto con passione alla conferenza stampa: «Pochissime opere parlano del popolo, della strada, della piazza. Ed è curioso, tanto più in Italia dove il popolo ha sempre molto amato l’opera lirica: per questo sono così interessanti, per questo amo dirigere queste due opere, specie in Italia». Tale è la chiave verista che unisce    Anche in questa occasione, al Teatro Comunale di Bologna, fino a domenica 22 dicembre: regia di Emma Dante per Cavalleria all’esordio al Grand Théâtre de Genève e ora Gianni Marras nella ripresa bolognese, e di Serena Sinigaglia per Pagliacci.

Quadri in nero per la Sicilia di Emma Dante: neri i veli delle donne e gli abiti degli uomini, ossessivi i crocefissi di luce delle processioni pasquali, poi d’improvviso quei giochi di colori dei ventagli e il carro di Alfio il carrettiere e quelle donne-cavalline coi pennacchi, la coralità popolana che segna l’opera e ne ha fatto la fortuna, e di nuovo Cristo con la croce ché anche la processione è recitazione, teatro nel teatro, e ancora le croci, tre, quattro, scendono e salgono mentre si consuma il dramma, la gelosia, la sfida, l’omicidio. Efficace anche la macchina scenica, tre elementi a scala agilmente ridislocati senza inutili pesantezze.

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Teatro nel teatro, è dall’Amleto ad Artaud al cinema di Truffaut che sul gioco a rimpiattino di vero e finto, vita e teatro, e sui loro incerti confini improvvisamente ribaltantisi, si costruiscono storie e drammi e regìe. E’ nel testo di Pagliacci, certo, che inizia con la compagnia teatrale di Canio che arriva in paese per mettere in scena Arlecchino e Colombina. Ma bella e pulita è la regìa di Serena Sinigaglia: in mostra ogni passaggio della costruzione della scena, forte attenzione alla prova anche attoriale di cantanti e comparse, luminosa e solare la sua Calabria, in continuità e contrappunto con gli ottanta minuti che la precedono.

Dura, in fondo verista, la scena della tentata violenza di Tonio a Nedda, là dove il testo attenua in “non pria che tu mi baci”. «Pagliacci è un’opera di estrema attualità, che parla di femminicidio», spiega lei: «smonta e rimonta il linguaggio teatrale dichiarando fin dall’inizio: ciò che vedete è finto, è teatro, ma tutto questo accade ogni giorno. Straordinario Leoncavallo!» Nedda e Silvio il suo amante verranno uccisi da Canio-Pagliaccio, ultima battuta dell’opera: “La commedia è finita”.

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Il verismo non è qui pura dichiarazione d’intenti né semplice scelta del soggetto, meno che mai folklore e oleografia popolana. E il rimando di Sinigaglia all’oggi non è retorica d’ordinanza o captatio benevolentiae. E’ ancora Chaslin, dunque un uomo, a dire che «Pagliacci è l’unica opera dove la morte di una donna mi fa veramente pensare a ciò che succede ogni giorno. In un’opera, quando un’eroina (o un eroe) muore non fa che compiere il suo fine logico: Tosca deve suicidarsi, Carmen deve morire, se no l’opera perde gusto, un eroe deve alzarsi, andare sulla montagna e poi cadere, un eroe che muore nel suo letto non interessa a nessuno. Pagliacci è tutt’altra cosa: Nedda non è un’eroina, è una donna normale, può essere qualsiasi donna di oggi, una delle duecento che, leggevo, in Francia sono già state uccise quest’anno dal loro compagno o marito. Per questo, io ho difficoltà a guardare la scena della sua uccisione. Mi colpisce. Mi disturba. Non riesco a guardare altro che l’orchestra…»

Assai bravi i cast, dell’una e dell’altra opera, e di entrambi i turni: troppi da citare. Una nota di demerito, se è lecito, a quella parte di pubblico che alla prima, mentre i più applaudono con entusiasmo, s’alza e fa fagotto prima ancora che cali il sipario, manco se fuori ci fosse tempesta. Se uno spettacolo merita fischi, ben vengano, nulla da obiettare. Se però merita applausi, glieli si accordi con quel tanto di rispetto che ci s’attende quando si lavora al meglio.

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